Marco Fiorletta
Riletture postume: Romano Bilenchi

L’uomo e la memoria

In occasione dei settant'anni dal 25 aprile, vale la pena rileggersi "Cronache dagli anni neri”, i racconti sulla Resistenza di Romano Bilenchi. Storie di uomini veri che avevano idee vere

Esistono dei libri che sfortunatamente sono stati letti da poche persone e invece avrebbero meritato miglior fortuna – editoriale, certamente, ma soprattutto di lettori – per la valenza morale e storica di ciò che narravano e narrano. Uno di questi è Cronache degli anni neri, reperibile usato a diversi prezzi in Rete nell’edizione di Editori Riuniti del 1994. Il libro, curato da Romano Bilenchi con una presentazione di Bruno Schacherl e il racconto dello stesso Bilenchi sulla genesi della rivista Società, è un’opera preziosa perché raccoglie i racconti apparsi sulla rivista fiorentina Società tra il 1945 e il 1947. Essi furono i primi scritti sulla Seconda Guerra Mondiale, sulla barbarie nazista, sulla complicità dei nostri connazionali in camicia nera ma non solo. Nei racconti, vergati quasi in presa diretta, si narrano anche le gesta di uomini e donne che scelsero diversamente, che misero la loro vita al servizio di una idea di libertà che si raggiunse nel 1945 con l’aiuto delle Forze Alleate. È un racconto di Liberazione. E quale occasione migliore per rispolverare questo volume se non il prossimo 25 aprile?

Due settimane fa su queste pagine ho parlato di Pratolini e del suo Un eroe del nostro tempo (clicca qui per leggere l’articolo) che tocca gli anni, i mesi, immediatamente successivi alla fine della guerra con una storia inventata, circoscritta nel tempo e nel luogo e che, benché abbia un ampio respiro, si potrebbe dire quasi intimistica; ebbene, nei racconti curati da Bilenchi siamo invece calati nel pieno della guerra di Liberazione e di tutto ciò che essa ha significato per l’Italia, senza finzioni e artifizi letterarie nonostante narri delle singole avventure, azioni, sensazioni di ognono degli scrittori di intimo, a parte il dramma, sembra non abbiano nulla. Come dice Schacherl – grande intellettuale irregolare, scomparso di recente, a propria volta ingiustamente dimenticato – nella presentazione il libro «va dunque letto in primo luogo per quello che è: una raccolta di “cronache” sulla guerra, sulla lotta antifascista, sulle stragi, sulla presa di coscienza politica, fino alla consapevole resistenza partigiana. E come tale, vale la pena di riproporlo oggi ad una nuova generazione di lettori nei quali vi è chi vorrebbe cancellare quanto di più prezioso; la memoria storica».

cronache dagli anni neri romano bilenchiLa prima edizione è del 1984, quella in questione del 1994: da allora sono passati anni sciagurati! Figuratevi oggi quanti sono gli italiani che hanno non dico memoria ma conoscenza di fatti che a molti farebbe comodo cancellare dalla storia patria e di conseguenza anche dal dibattito politico. È capitato qualche volta che vedessi il programma televisivo L’eredità trasmesso come traino per il Tg1 e sono rimasto allibito per come concorrenti che si presentano vantando questa o quella laurea, e con aspirazioni di nobili ed impegnative carriere, non riuscissero a collocare storicamente certi accadimenti dell’epoca fascista al punto da far sì che Mussolini fosse ancor vivo, secondo loro, negli anni ’50…

Dentro ogni racconto, per utilizzare ancora le parole di Schacherl, «… c’è il documento; ma c’è insieme un segno preciso, netto di scrittura che conferisce alle tante voci diverse una unità corale. Ed è il segno di liberazione. È come se ciascuno dei “cronisti”, nell’atto di dar ordine ai propri ricordi, li accompagnasse con un grido muto: Finalmente!» Finalmente è finita la guerra, le sofferenze, il sopravvivere. Finalmente possiamo raccontare ciò che abbiamo visto, subito e fatto, perlomeno coloro che agirono e non attesero passivamente che altri sacrificassero la vita per il bene di tutti per poi saltare sul carro del vincitore. Racconti vividi, da far rabbrividire, commuovere, indignare, che trasudano sofferenza, pena, coraggio e anche incoscienza; trascritti così come li scrissero gli autori, con gli errori e le imperfezioni originarie.

Romano Bilenchi, dopo una iniziale adesione giovanile al fascismo da cui si staccò nel 1940, e lo stesso Bruno Schacherl furono antifascisti, partigiani e, se ancora si può dire, comunisti (fu proprio Schacherl a “reclutare” Bilenchi) ma furono anche uomini di pensiero, letterati, scrittori e critici, giornalisti. Intellettuali, insomma, di quelli veri. È proprio oggi, ancora più di allora e di vent’anni fa, che diventa indispensabile ricordare. E soprattutto farlo seguendo le parole di chi c’era e, allora come vent’anni fa, stava dalla parte giusta.

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