Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Impunità ultrà

L'ennesima vergogna della curva dell'Olimpico in un primo momento è passata sotto silenzio, come sempre. Poi finalmente il presidente della Roma (un americano...) ha tirato fuori la questione etica delle Curve

Scusate il ritardo, ma due o tre cose sullo striscione esposto in curva Sud sabato scorso all’Olimpico le voglio dire anche io. Ho aspettato a farlo non per santificare la Pasqua, ma per ascoltare i silenzi e vedere fino a che punto potesse arrivare l’ipocrisia.

È da domenica che vedo sui siti dei giornali e sento titoli televisivi sulla dichiarazione di James Pallotta, il presidente bostoniano della Roma, che chiede perdono alla madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso a Roma in occasione della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli, presa di mira dallo striscione dei farabutti. Pallotta (o chi ha scritto quelle righe) non poteva essere più generico ed “ecumenico”, fa un elenco delle vittime della violenza da stadio, limitandosi a chiedere il «massimo e incondizionato rispetto per tutti». E ci mancherebbe. Non una sola riga, non una sola parola sui propri tifosi, su quei mascalzoni che hanno dileggiato una donna colpita così duramente, che ha risposto al delitto invocando pace. Quelli della Roma ci hanno messo ore e ore, una giornata intera a pensare e scrivere due righe di una genericità assoluta, una solidarietà di facciata, per non fare brutta figura. Invece dovevano prendere per la collottola quegli infami e dire loro, ad esempio: non vi vogliamo come tifosi, non vi faremo più entrare all’Olimpico, non vi daremo un biglietto, un abbonamento, vi cacceremo a calci in culo. Silenzio.

striscione ciro espositoSilenzio anche da parte del resto dell’Olimpico, sdraiato a pecoroni verso le frange più violente e fascistoidi. Ci fosse stato qualcuno che avesse osteggiato in qualche modo quella scritta o le tante altre scritte, i tanti altri cori che si vedono e si alzano quando gioca la Roma (e la Lazio)! Così come accade altrove in altri stadi. Lo abbiamo già scritto su Succedeoggi, l’Olimpico è stadio privilegiato, gode di immunità. Sarà la vicinanza con il palazzo del potere sportivo, il Coni. Sarà la presenza dei politici in tribuna cosiddetta d’onore. Chissà. Silenzio.

È stato zitto anche il Napoli. Fa bene Mimmo Carratelli, in passato inviato ed editorialista del Mattino, a rimproverare su Il Napolista.it, la societàdi Aurelio De Laurentiis che sabato santo doveva fare una sola cosa: lasciare il campo, abbandonare la partita. E chi se ne fotte di squalifiche e penalizzazioni. Questo lercio calcio italiano avrebbe bisogno di questi segnali che potrebbero forse squassare questa spirale di sopraffazione, volgarità, corruttela, mercenarismo, miseria. È un calcio senza morale, senza più affetti, senza pietà. Avete scritto quella roba? Bene, noi ce ne andiamo, giocate voi la partita e poi vediamo che cosa accade. Silenzio.

È stato lì a guardare, a non fare nulla anche il numero 1 degli arbitri italiani, il signor Rizzoli, tranquillo e pavido. Come quei funzionari di polizia a cui spetta il compito di sospendere una partita. E che ovviamente se ne sono ben guardati. Ma lui, il signor Rizzoli, doveva segnalare la cosa, aspettare che lo striscione fosse rimosso. Niente. Silenzio.

Ha detto qualche frase Optì Tavecchio, il presidente federale. Ferma condanna. Come si dice sempre in questi casi. Ma almeno una domanda la fa, il nostro simpatico Optì (ce la facciamo da decenni ma non si trova mai una risposta convincente): come è possibile che poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, fucilieri di marina e fanti del Piave non si accorgano mai di nulla? Schierati a migliaia, neanche se dovessero sbarcare sulla spiaggia di Omaha in Normandia. Sabato all’Olimpico e altrove in altre occasioni. Come è possibile portare dentro uno striscione così lungo? Come è possibile, non vedere che quei simpaticoni vigliacchi stanno allestendo una cosa del genere dentro lo stadio? Silenzio.

Il calcio morirà di silenzi, di stadi vuoti o lasciati in mano ai violenti. Sono ritornato un mese fa circa all’Olimpico. Pioveva, faceva un freddo cane e quelli in maglia azzurra hanno preso delle legnate in campo. All’inizio della partita, in piedi ho cantato la Marsigliese e poi l’inno italiano (che a me piace pochissimo ma quanno ce vò, ce vò). I francesi vicino a me hanno fatto lo stesso. Ovviamente non era una partita di calcio ma di rugby.

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E invece James Pallotta, dopo un po’ di giorni, ha parlato, eccome. Quasi raccogliendo l’invito a intervenire con intransigenza contro le frange estreme del tifo della Roma. Va applaudito e sostenuto. Intanto ha rinunciato a fare ricorso contro la sentenza che ha chiuso la curva per un turno di campionato. Poi, di fronte all’ennesima sfida degli ultrà oltranzisti e beceri (è bene precisarlo ancora una volta: in curva non ci sono solo loro, ma piuttosto anche tanta gente animata da passione e dal tifo migliore e caloroso), quelli che avevano invitato il pubblico a disertare lo stadio domenica prossima in occasione della partita contro l’Atalanta, il presidente americano ha mandato un messaggio chiaro, netto, mai visto e sentito. Non più il solo e ancora umorale «fucking idiots» rivolto agli imbecilli delle curva Sud che avevano esposto lo striscione contro la madre di Ciro Esposito, ma parole dure, durissime, mai pronunciate da un dirigente verso la propria tifoseria. «Mi batterò sempre e soltanto per i veri appassionati. Quelli che criticano anche, ma sostengono i giocatori. I veri tifosi non fanno commenti razzisti,non creano situazioni violente, non tirano merda sui giocatori…».  E ancora: «Nella partita contro la Fiorentina un piccolo gruppo ha chiamato la squadra sotto la curva e l’ha insultata: la merda è quella».

Queste erano le parole che volevamo sentir dire da un pezzo dai club. C’è stato bisogno che lo facesse un signore americano. Speriamo che non rimanga un gesto isolato e che altri ne seguano l’esempio. C’è da dubitarne fortemente. Basti dire che la scorsa settimana a Bergamo, di fronte all’ennesima “gogna” cui i tifosi dell’Atalanta hanno sottoposto i giocatori durante l’allenamento, una persona esperta e navigata come l’allenatore Edy Reja ha addirittura applaudito il gesto dei tifosi affermando: ci hanno dato una grande carica. Invece le parole di Pallotta segnano una rottura netta rispetto alle complicità verso i violenti e ai silenzi imbarazzati e incomprensibili. Signori presidenti, farete anche voi come mister Pallotta, vero?

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