Nicola Fano
Contro l'antagonismo trendy

Le vedove di Pasolini

Da qui alla notte del primo novembre, ricorrenza dei quarant'anni della morte di Pier Paolo Pasolini, sarà un tripudio di appropriazioni indebite. Vizio antico di un Paese che trasforma in mode le idee più pericolose per disinnescarle

Ci aspettano mesi difficili: a novembre ricorrono i quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Da qui a lì – probabilmente – troverà nuovo impulso il pianto delle vedove: l’Italia è piena di vedove inconsolabili di Pasolini (di vedove in genere, lo so, guardate che cosa è successo dopo la morte di Ronconi, ma quelle di Pasolini non si contano). Che costoro l’abbiano conosciuto, letto, apprezzato, capito è superfluo: siamo un popolo di pasoliniani ex-post. Fa elegante citarlo, ricordare che lui lo aveva detto in anticipo; che gli altri non lo avevano capito; che combatteva contro i cattivi costumi; che signora mia PPP ha anticipato tutto; che siamo tutti figli di Pasolini; che non ci sono più intellettuali civili; come lui non c’era nessuno… Ognuno ha una citazione pronta, una frase a effetto, una parola, uno sputo, un colpo d’occhi: tanto il soggetto in questione (Pasolini) non può smentire nessuno.

Ho visto spettacoli dedicati a Pasolini che trattavano la materia con una libertà tale da domandarsi: perché? Che c’entra Pasolini? Ma ho anche letto romanzi post-pasoliniani fin dalla quarta da copertina. Pasolini ormai è una griffe. Un artista come Armani. Un intellettuale organico come Dolce & Gabbana. Un paladino ante litteram del made in Italy. Petrolio è un romanzo d’appendice sui peccatucci dell’Italia. È il destino dei grande classici, direte voi; e in parte è vero. Ma, come così per i grandi classici, siete sicuri che Pasolini sia letto e conosciuto tanto quanto è citato? Che abbia lettori quanti figli? Critici quante vedove?

uccellacci ed uccelliniÈ un difetto tutto italiano: trasformare le idee più pericolose in mode. Mi sembra di risentire Andreotti quando teorizzava che per spegnere gli impeti degli oppositori bastava cooptarli nel governo dello Stato. Ha vinto lui, come è noto. Lo stesso hanno/abbiamo fatto con Pasolini: tanto lui era morto e non poteva esimersi, non poteva strappare la propria giacca dalle mani di chi gliela stava tirando. E ora siamo tutti pasoliniani. Siamo orde di giovani scrittori che credono di fargli il verso scrivendo cazzo e parlando in modo superficiale di volgarità, con ciò dimostrando nei fatti di non averlo mai letto. Siamo truppe di brillanti antagonisti che lanciano molotov (vere e metaforiche) all’indirizzo di tutti i poteri senza sapere che lui, Pasolini, stava dalla parte degli altri; dalla parte dello Stato perché lo Stato siamo noi e le regole (se rispettate) tutelano i deboli. Siamo un battaglione di registi che assemblano attori cani facendo dire loro idiozie in libertà assommando le parole per onomatopea più che per senso logico, ignorando che Pasolini lavorava sui classici, li leggeva avidamente, li rispettava con devozione. Questo siamo diventati!

Io non so se sia peggio sporcarsi le mani o no. Apprezzo la santità (prossima al martirio, come s’è visto) che portò Pasolini a restare fuori dal giro, a perseguire le sue strade solitarie e pericolose. Ma mi chiedo come si faccia noi altri che ci sporchiamo le mani (per lo più sperando di acchiappare un tozzo di pane di potere) a dichiararci sue vedove: Pasolini non si sarebbe mai accontentato delle briciole che oggi come oggi i poteri (politico, economico, istituzionale) riservano alla cultura. E invece ecco che questa miserabile, ignorante Italia s’appresta a mettersi in ghingheri (senza neanche reale dovizia di fondi pubblici: lo Stato ha stanziato 200mila euro per l’occasione) per celebrare il quarantennale… Quando Pasolini fu ammazzato io ero un adolescente che non capì un fico secco di quel dramma; ma percepì sia pure a distanza il peso di un dramma non solo privato: una morte in continuità con Piazza Fontana, Piazza della Loggia e il resto a venire, dall’Italicus alla Stazione di Bologna. Ché ancora non so che cosa sia successo davvero: la giustizia in Italia è il partito più chiacchierato, immobile e inamovibile che ci sia. Ero lo stesso adolescente che si stupì, sui giornali del 1975, nel leggere tanti «io l’avevo detto»: potevate salvarlo prima di piangerlo dopo! Ero lo stesso adolescente diciottenne che, quando due anni dopo vide in scena Affabulazione con Vittorio Gassman, percepì un enorme disagio senza intendere fino in fondo perché e per come. Io credo che Pasolini sia ancora un enigma: con questa deferenza bisogna avvicinarsi a lui. Un enigma tutto da leggere e da capire: altro che da celebrare. Una celebrazione dà l’oggetto per digerito mentre lui ancora fa/farebbe scandalo: semplicemente perché è rimasto nel sottoscala delle nostre memorie di vedove inconsolabili. Se potessi, celebrerei la ricorrenza così: rileggendolo, ancora. E basta.

Non vorrei fare un catalogo di assenti, ma mi piace chiudere questa invettiva con la lezione di due (diversamente) grandi che non ci sono più. Il mio amico Sandro Onofri si sarebbe incazzato come una furia, in vista di questo quarantennale, per la sua vacuità modaiola; mentre il suo amico Vincenzo Cerami lo avrebbe invitato a stare calmo, a prendere le misure: «È sempre meglio ricordare che dimenticare». Non so chi dei due avrebbe avuto ragione.

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