Domenico Calcaterra
A proposito di «Lo Scuru»

La Sicilia scura

Il nuovo romanzo di Orazio Labbate è in totale controtendenza con il "realismo" autentico o di maniera della letteratura d'oggi: qui viene alla luce una Sicilia acida e scabra, infuocata e originale

Nicola Lagioia titolava così un bell’articolo uscito su Internazionale: «Viviamo nel mondo inventato da William Faulkner», mettendo in campo un’analisi atta a dimostrare come il vero «convitato di pietra» di molte tra le più interessanti esperienze narrative degli ultimi anni sia proprio l’autore di L’urlo e il furore e di Assalonne, Assalonne!, nel voler raccontare una provincia che si erge a paradigmatico «teatro della vita». Si tratta di un particolare sentimento che riporta alle origini, alla sempre uguale scelta tra pulsioni in fondo elementari (da governare, contrastare o alle quali cedere rovinosamente); che rimanda al massimo assoluto del rapporto tra vivi e morti, a storie lontanissime che pure, conveniamo con Lagioia, mai come adesso sembrano riguardarci.

orazio labbate lo scuruEntro questo solco, sotto il segno di una faulkneriana ed epica discesa alle scaturigini, si muove senz’altro anche la «fabula» gotica di Lo Scuru (Tunuè, 2014), il singolarissimo e inattuale esordio del siciliano Orazio Labbate. Inattuale, perché in felice controtendenza rispetto al maggioritario e bulimico realismo di ritorno e a buon mercato, tendenza dominante d’assoluto primo piano in questi anni (nelle varianti del romanzo verità o sociologico, dell’autofiction, della non-fiction); al punto da ridurre la buona parte della narrativa nostrana a un mostruoso mono-genere. Inattuale, ancora, per un’altra fondamentale ragione: la scelta di edificare il romanzo a partire dalla ricerca di una lingua uterina e materna. Un barocco acido e scabro, infuocato e originale, che non trova parentela, nonostante i rimandi nel risvolto di copertina, né con l’elegante manierismo bufaliniano né con l’usus scribendi, esorcistico e risarcitorio, di un D’Arrigo (così come pure antitetica risulta la scrittura di Labbate rispetto al barocco, tutto politico e archeologico, dell’ultimo dei grandi siciliani Vincenzo Consolo). Il dato geo-biografico è qui trasfigurato, asservito all’immaginario che sta più a cuore allo scrittore, battendo la strada di un realismo immaginifico, evocativo, visionario. Ecco che il microcosmo buterese, luogo di superstiziosa ritualità, diventa la Yoknapatawpha di Labbate, icona bruciante di un Sud che ha perduto ogni suo più riconoscibile tratto; paradigmatico altrove che comunque ci riguarda (un «medioevo involuto» nel quale ogni elemento contribuisce alla «particellare definizione del fallimento di un’evoluzione moderna»).

A raccontare in prima persona la sua storia è Razziddu Buscemi, avvocato siciliano in pensione emigrato a Milton, West Virginia, oramai ammalato e prossimo alla morte, che ripercorre il suo trascorrere dall’infanzia all’età adulta: la Bildungs viziata e coatta nella superstiziosa couche di Butera, il paese natale nel quale, fin da bambino, è vissuto tormentato dalla paura dello «scuru», parimenti confuso e atterrito dal diavolo e dalla religione («dalla mia nascita gli unici pensieri sono stati: Cristu, la chiesa, i mostri, mio padre»). La paura si risolve in rabbiosa ricerca di «virità»: sulla misteriosa e magica scomparsa del padre Carmelo, sui malefici respirati sin da quando si trovava nel grembo materno. Ricerca di verità che lo induce allo «sdunu» di un bilioso disgusto esistenziale e che sfocerà, prima di emigrare, in azione incendiaria («U fuocu parlava dentro d’iddu in modo intenso e perspicuo»). Per quanto il gesto blasfemo e iconoclasta sembri rimandare a una non totalmente compiuta emancipazione da quel mondo, il vero credo di Razziddu Buscemi è solidarizzare e ritrovarsi con i «futtuti dell’umanità»: così accade anche quando incontra Rosa, compagna di fuga per la vita, consapevoli entrambi di essere stati in qualche modo destinati a riconoscersi.

La “Sicilia texana” di Orazio Labbate si nutre di un radicale sussulto di paura: coincide con un paesaggio sconvolto, tormentato da una grammatica squassata; e dove ogni cosa appare in perpetua colluttazione con il resto. La realtà così finisce per assomigliare a una visione insostenibile che incatrama le esistenze dei personaggi. La cifra metafisica del realismo di Labbate la ritroviamo poi incarnata nella rivendicata visionarietà del protagonista: «Jù ci vidu tante bestie in questi campi abbandonati e ci vidu insino Dio che abbaia con loro e ci vidu le anime che scavano e scavano alla fine per il fuoco. Jù vidu». È anzi il tempo stesso, in questo sulfureo e quasi mefitico realismo, a essere sussunto in metafisica («il tempo pura metafisica irriconoscibile»).

Lo Scuru di Orazio Labbate, con la diretta allusione, sin dal titolo, a quell’elemento nel quale risiede, per l’uomo, la prima intuita manifestazione del maligno, del soprannaturale, della morte (simile allo sfondo nerastro dei dipinti dei santi, nelle chiese), è senz’altro un esordio impegnativo. Soprattutto perché l’autore passa dalla porta stretta di un lavoro di caparbia resa delle atmosfere attraverso la scrittura, peraltro con la non facile scommessa di ibridare il codice italiano con il dialetto, la lingua madre (operazione, si sa, vecchia quanto il mondo e, per ciò stesso, sempre insidiosa).

orazio labbateOltre a denunciare il fecondo operare del debito contratto con autori del calibro di Kafka e Faulkner, del Burroughs di Strade morte citato in esergo, del miglior Mc Carthy de La strada, con Lo Scuru Labbate aspira a collocarsi nel novero di una singolare genealogia di scrittori italiani (facilmente ricostruibile dagli appassionati ringraziamenti a chiusura del libro), a rivendicarne tutta l’empatica filiazione. Quali autori? Il «forte parente amicale» Antonio Moresco, il «fratello Passato e Presente» Emanuele Tonon, l’«amico indubitabile delle Cose vitali e delle Cose irriducibili» Alcide Pierantozzi, scrittori che (al netto delle differenti cifre stilistiche e dei peculiari esiti di ciascuno) riescono accomunabili proprio nel segno di quella marcata disposizione verso una lettura visionaria e metafisica del reale. Portatori sani di un’autentica boccata d’ossigeno nel panorama di una narrativa italiana oggi più che mai satura e ingolfata. Legittima aspirazione, quella di Labbate, a patto che, nel ricercare una voce più essenziale ed equilibrata (ciò di cui abbisogna la sua cifra già di per sé singolare), il rifarsi a una precisa genealogia non si costituisca come invalicabile limite.

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