Andrea Carraro
Viaggio a Pitigliano

Il tufo e la nebbia

I segni della storia e i suoi misteri: le vie cave degli etruschi e la campagna amata e ferita allo stesso tempo. Visita guidata nella provincia italiana. Con il cuore gonfio di altro dolore

Mentre avanzavo sulla via cava, disagevole e sconnessa, riaffiorava il pensiero di mia madre gravissima in ospedale. Non riusciva a respirare, povera mamma, a causa della sua insufficienza respiratoria. S’era fumata per anni tre pacchetti di sigarette al giorno ed ora la natura si stava prendendo la sua fatale rivincita. Beh, insomma, avanzavo faticosamente con Daniela – il mio gentile anfitrione – per questa via cava che avevamo imboccato, altissima, tagliata nel tufo, segnata nel solco centrale dai ferri degli asini. E pensavo a mia madre che, inchiodata nel reparto di rianimazione del Policlinico, si dibatteva fra la vita e la morte. Soltanto una pausa, mi dicevo, domani sei di nuovo in ospedale a pregare e a bestemmiare. Ok? Oggi rilassati, se ci riesci. Ma come hai potuto accettare questo invito con tua madre morente? Come ho potuto?, dici. Era fissato da mesi. Embe, potevi disdire, bastava una telefonata. Le voci della coscienza che solo a tratti mi davano requie. E poi tornavano.

Queste vie cave, calate nell’ombra, sono cariche di mistero (erano vie sacre secondo le fonti più attendibili). Non lontano da qui sorge una necropoli etrusca del VI-V secolo. L’abbiamo visitata stamani. Le tombe con un dromos lungo, costituite da due o tre camere… Fa davvero impressione visitarle, così come battere queste strade incassate nel tufo. Daniela è rappresentante del presidio slow food del paese. Per ora è lei che mi accompagna nella mia visita maremmana. Daniela è innamorata di questi luoghi, ci vive da sempre ed è felice di restarci. Lo senti dal tono come ne parla. Molti suoi ricordi – i ricordi di una vita – sono distribuiti qua attorno su questi poggi e su queste rupi. Mi dice che poco tempo fa le è morta la nonna di più di cent’anni.

«Questo è un paese di longevi, ci stavano tre centenari quando è morta nonna…».

«Ah».

«È la qualità della vita, capisci… Aria buona, cibi sani, natura…».

pitigliano2Torno a pensare a mia madre, alla sua vita modesta, appartata, solitaria. Non usciva più, dopo la morte di mio padre. Non leggeva più il giornale, guardava giusto un po’ di tivù la sera. Poi alla fine neppure quella…

Ci ritroviamo improvvisamente, dopo l’ombra mistica della via cava, sulla statale battuta da un sole fiammeggiante. Per tornare al paese occorre salire per due o tre aspri tornanti. Io ho davvero poca resistenza e un paio di volte debbo fermarmi a riprendere fiato. Daniela è assai più allenata di me, anche se è più giovane di soli tre anni, ma per non mettermi a disagio si finge anche lei affaticata. Restiamo a chiacchierare seduti sul guard-rail, sotto un sole dardeggiante. «Vedi quegli stormi di uccelli, sono taccole, gli uccelli di Pitigliano si chiamano taccole, ricordatelo!». Vedendomi tutto in sudore, la mia accompagnatrice mi consiglia di togliermi la giacca, cosa che faccio con sollievo. Daniela mi mostra puntando con il dito indice l’acquedotto cinquecentesco che sorge ai piedi del paese, e poi, in basso, i resti malconci di un mulino e in lontananza, affiorante nel fondovalle, un’ansa del fiume Meleta. Visitiamo a lungo il ghetto ebraico, con annesso spazio museale e sinagoga. In quest’ultima entriamo dal matroneo e vediamo il tempio oltre una parete sagomata di rovere con intagli di forma elicoidale. Da quassù tutto sembra galleggiare nel vuoto: i candelabri, le lunghe catenelle che tengono i lampadari di candelieri, gli incensieri e gli altri oggetti devozionali. Sui muri bianchi corrono scritte in ebraico dentro formelle azzurre.

In serata Daniela mi accompagna al mio albergo a Sovana che si trova in una casa d’epoca, elegante ed esclusiva. Di solito alberghi così non posso permettermeli, e quindi me la godo. Faccio fuori un po’ di roba dal frigobar occhieggiando incantato dalla finestra l’abside del Duomo medievale e il giardino italiano che si stende sotto l’albergo per alcuni ettari. Il paese dove mi trovo, leggo sulla guida, diede i natali a Ildebrando di Sovana, divenuto in seguito papa Gregorio VII. Leggo altre notizie interessanti, sugli etruschi, sulle cacce e i tornei degli Orsini, ma il sonno poco a poco mi vince.

Un bel riposino e mi ritrovo a cena in un ristorante del posto spazioso e tristemente deserto. Ci serve una cameriera romana che dice di conoscermi come scrittore e di apprezzarmi.  Mi fa firmare su un librone già pieno di altre firme. La gente che è venuta a mangiare ha lasciato un commento complimentoso sulla cucina o altro a piacere. Io scrivo qualcosa sul librone prima della firma e poi ordino la specialità del luogo per eccellenza: il buglione di agnello. Il vino bianco di Pitigliano si abbina che è un piacere. Peccato che Daniela quasi non beva. Forse vuole mantenersi lucida per guidare, poiché stasera deve poi tornarsene a Pitigliano. Dopo mangiato andiamo con la mia macchina ad ammirare una veduta notturna di Pitigliano da un punto strategico della statale. Illuminato da potenti riflettori il paese sembra un presepio rupestre.

L’indomani raggiungo Sorano, il terzo polo delle città del tufo, dove mi aspetta il secondo mio anfitrione, Arturo, presidente della pro loco. Arturo è un uomo bassino che faceva il caposala in un ospedale fino a un anno fa. Adesso è in pensione ma non ha smesso di darsi da fare. Anzi gli impegni, dice, si sono moltiplicati e ha quasi tutte le giornate occupate: organizza eventi, fa da guida ai turisti, segue i lavori di qualche restauro… Arturo, insieme a un collega di cui purtroppo non rammento il nome, mi mostra l’imponente complesso fortificato che domina l’abitato. Sorto nel Medioevo come castello aldobrandesco, venne ampliato dagli Orsini intorno alla metà del Cinquecento. Entriamo nel nucleo storico di Sorano attraverso la Porta di Sopra. Battiamo stretti vicoli, che si adattano ai numerosi dislivelli della rupe di tufo su cui è come aggrappato il paese. Via Selvi è la strada principale, dove sorgono le principali attività commerciali ed artigianali. I due mi portano anche a vedere l’antica sinagoga, ch’è un minuscolo locale cui s’accede da un massiccio portone di legno chiuso a chiave.  Arturo tira fuori un enorme mazzo di chiavi targhettate e alla fine, dopo molti tentativi, riesce a trovare la chiave giusta. All’interno del tempio ci sono impalcature, stanno ristrutturando i locali e imbiancando i muri.

pitigliano1Il Masso Leopoldino domina l’abitato dal lato opposto della Fortezza Orsini. Dal Masso si gode un bel panorama su tutta la cosiddetta Area del Tufo. Visitiamo altre cose interessanti, per esempio i camminamenti sulle mura della fortezza con profonde feritoie e un ingegnoso sistema di comunicazione tra un piano e l’altro, o altro che la mia memoria cataloga ma poi dimentica e poi arriviamo all’Hostaria Aldobrandeschi, di cui ha molto parlato Arturo, che si raggiunge quasi inerpicandosi in una irregolare e disagevole erta lungo lo sperone di tufo. Nell’osteria mangiamo divinamente specialità del luogo, beviamo ancora del buon bianco di Pitigliano e un rosso eccellente che viene direttamente da una cantina che non manchiamo di visitare in coda al pranzo. «La coltivazione della vigna – mi dice il mio accompagnatore, – è antichissima sulle piccole terrazze di tufo dei dintorni…». Dalla terrazza del ristorante si possono vedere i caratteristici “colombari” e la necropoli di San Rocco. Il padrone del ristorante è giustamente consapevole della qualità dei propri piatti e accoglie i nostri complimenti con professionale e giusto orgoglio. Me ne torno in albergo un po’ brillo e mi addormento sognando mia madre in ospedale piena di fili ma non ancora intubata, con le braccia legate ai bordi metallici del letto, che ansima e sfiata guardandoti con una muta implorazione nello sguardo.

Qualche settimana prima di essere ricoverata aveva detto: «Ho paura. Ho tanta paura».

«Paura di che mamma?».

Non riuscivamo né lei né io a pronunciarla quella parola. Alla fine le dissi:

«Paura di non riuscire a respirare!».

Ecco, detta così era più accettabile. Mi sveglio in piena notte diverse volte e alla fine mi acconcio a restare sveglio. All’alba dalla finestra ammiro l’abside del duomo avvolto in una nebbia candida.

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