Gianni Cerasuolo
Tra sport, politica e passioni

Il centometrista partigiano

Storia di Manlio Gelsomini: 11 secondi netti nei cento metri e promessa del rugby. prima fascista acceso poi medico e infine leader della Resistenza romana. Morto alle Fosse Ardeatine, 71 anni fa

Correva i 100 metri in 11 secondi. Fu campione nazionale juniores e universitario. Indossò la maglia azzurra della nazionale B di atletica leggera. Era nella lista dei probabili olimpici per i Giochi di Los Angeles del ’32. Ma la vita di atleta di Manlio Gelsomini durò un soffio. Come la sua vita, che somigliò a una gara dei 100: scattante, veloce, drammatica. Gelsomini morì che non aveva compiuto ancora 37 anni, il 24 marzo del ’44, un colpo alla testa, alle Fosse Ardeatine.

Manlio si allenava a Roma, dove era nato nel novembre del 1907, allo Stadio della Farnesina, a pochi passi dall’Olimpico, sotto la collina di Monte Mario. Vestito di bianco, provava e riprovava la partenza, il suo handicap. Nel ’28, anno in cui sui 100 metri si laurea campione universitario nazionale a Genova, oltre a vincere i tricolori juniores a Napoli, è protagonista di un episodio che lo fece apparire bene agli occhi del regime. Mondiali universitari in Francia: negli stadi non siamo amati, molti esuli antifascisti seguono le partite e le gare per testimoniare l’esistenza di un’altra Italia che non tifa Mussolini. Accade anche in quella rassegna giovanile: tante «facce di rinnegati schifosi» scrivono i giornali italiani. E a Saint-Ouen, dove c’è lo storico mercatino delle pulci, si gioca Italia-Cecoslovacchia di calcio. In tribuna volano gli insulti e i fischi per Bernardini e camerati. Dieci anni dopo a Marsiglia, durante i Mondiali di calcio che vincemmo per la seconda volta consecutiva, succede anche di peggio appena gli azzurri di Pozzo cominciano a salutare “romanamente”. In tribuna, a Saint-Ouen, ci sono anche i giovani dell’atletica. Gelsomini, iscritto a Medicina, dirigente Guf (gli universitari fascisti), non si tiene, anzi è il primo a menare le mani. Con grande soddisfazione della Federatletica fiera della «spavalda difesa dei colori nazionali». Il Comitato regionale laziale esulta e lo premia: «Questo Comitato, rilevando come il goliardo Gelsomini, federato di Roma, socio della A.S.Roma, è stato il primo a Parigi a trovarsi di fronte a un rinnegato e ha reagito a suon di pugni contro le infamie che quegli urlava… delibera di conferire all’atleta stesso una medaglia d’oro…». Augusto Turati, segretario nazionale del partito, parla entusiasta di Gelsomini come di un «boxeur in terra di Francia» e di «santissimi cazzotti».

manlio gelsomini2Gli universitari sono accolti a Roma come dei trionfatori. In realtà, almeno per la velocità, le cose andarono maluccio: la staffetta arrivò quinta in finale, pasticciando nei cambi. L’anno migliore di Gelsomini atleta fu il 1930. Indossa la maglia della nazionale B per uno Svizzera-Italia a Basilea. Falsa partenza e poi vittoria. Due giorni dopo gareggia in una riunione internazionale a Zurigo sulla leggendaria pista del Letzigrund Stadion, il tempio dell’atletica leggera, il teatro dei record del mondo. Anche lì sente adagiarsi sul petto il filo di lana: primo. Gelsomini è un fiume in piena. Non si accontenta dell’atletica: prova anche a giocare a rugby. Non si cura delle etichette. Lui è un velocista della Roma, però indossa la maglia della Lazio nei quindici dell’ “ovale” (i fascisti si rifiutano di chiamarlo rugby). Poche partite, ma sono sufficienti per beccarsi un richiamo ufficiale dalla federazione di atletica che gli impone di smettere: può farsi male, ci sono le Olimpiadi tra qualche anno. In realtà, tanti pensieri agitano il giovane.

«Non sono nato per una vita facile, io…» scriverà qualche anno più tardi. Gelsomini lascia l’attività agonistica e si mette a studiare, vuole laurearsi e raggiunge l’obiettivo il 15 luglio del ’32. Svolge una tesi sugli epilettici con il professor Sante de Sanctis, uno dei fondatori della neuropsichiatria infantile. Poi Manlio si specializzerà anche in pediatria. Fa il servizio militare come ufficiale medico. Il centro dell’attività del dottor Gelsomini è a San Lorenzo, il popolare quartiere romano a ridosso della stazione Termini. È lì che la gente lo apprezza per la sua generosità. È qui che l’ex velocista lavora, per pochi mesi, con un giovane medico ebreo, Giorgio Piperno. C’è chi dice che quando venne catturato Gelsomini, in realtà i nazisti cercassero proprio il giovane collaboratore ebreo.

L’amicizia, al tempo delle leggi razziali, deve comunque costare qualcosa a Manlio se già nel ’41 la Guida Monaci lo depenna dall’elenco dei medici. Un anno dopo viene anche sospeso dal grado di ufficiale. E dire che fino al ’38 era capogruppo dell’Associazione nazionale fascista del pubblico impiego per i medici mutualistici. Ma nel maggio del ’43, poco prima che gli alleati sbarcassero in Sicilia, è richiamato nel 79° battaglione Camicie nere. Lo stato di servizio di Manlio Gelsomini dice – però – che venne inviato al sanatorio. Ed è questo uno dei punti interrogativi della vita del campione partigiano. Domande che non trovano risposte neanche in un’indagine accurata come quella svolta da Valerio Piccioni – giornalista della Gazzetta dello Sport che non ha mai fatto solo cronaca sportiva (tra l’altro, è lui l’ideatore della “Corsa di Miguel”) – in questo Manlio Gelsomini. Campione partigiano (edizioni del Gruppo Abele), un libro uscito lo scorso anno. Pagine che si fanno leggere, a metà tra l’inchiesta storica e il racconto, la ricerca accurata di fonti e di documenti: un lavoro non facile.

via rasellaQuand’è che Gelsomini rompe con il fascismo? Non c’è una data precisa. Anche l’iscrizione alla massoneria potrebbe aver influito sulla decisione. Sicuramente l’8 settembre rappresenta, anche per il dottore, uno spartiacque. Già il 9 e 10 settembre partecipa ad una sparatoria contro i tedeschi attorno alla stazione Termini. Gelsomini non è Bruno Neri, il “calciatore- filosofo” di Faenza, che indossò la maglia viola della Fiorentina e poche volte quella della nazionale di Pozzo, frequentatore del Caffè Giubbe Rosse, ritrovo di letterati e antifascisti fiorentini; uno che non amava da sempre il fascismo e si rifiutò di fare il saluto romano all’inaugurazione dello stadio Giovanni Berta. Neri morì combattendo in montagna contro i tedeschi.

Gelsomini matura velocemente la sua scelta, come sempre, come fosse uno sprint: «Non sono nato per una vita facile io. Amo l’imprevisto e nell’assurdo trovo spesso la ragione filosofica del mio pensiero. Mi piace fare il medico perché trovo nella mia professione degli imprevisti e delle difficoltà che devo sempre risolvere rapidamente e brillantemente per la mia vita: al di là dell’orizzonte noto. Vado verso l’ignoto con la sete di voler sapere. Rischio il tutto per tutto».

Rischia quando vede Ezio De Michelis, uno dei capi della resistenza militare monarchica a Roma, rischia quando incontra il professor Mariano Buratti, che è il capo delle bande partigiane che agiscono nel Viterbese, rischia quando raccoglie informazioni sugli spostamenti dei tedeschi attorno al monte Soratte, dove arriva anche il feldmaresciallo Albert Kesserling (nel dopoguerra si favoleggiò di un tesoro nascosto lì in un bunker dai nazisti in fuga). Gelsomini è un leader, diventa il capo delle formazioni partigiane che agiscono tra il Soratte, il lago di Bracciano  e il Cimino. Il suo nome di battaglia è Ruggero Fiamma. Il velocista degli 11 secondi netti sui cento metri, il giovane premiato da Mussolini, quello che aveva preso a cazzotti i “traditori” che fischiavano gli azzurri del calcio, l’ufficiale del Battaglione delle Camicie nere, non esiste più. Il dottore di San Lorenzo vende gli apparecchi medici; poi i soldi ricavati dal brevetto di un farmaco li impiega per sostenere la lotta partigiana.

Viene arrestato due volte. La prima a ponte Milvio di ritorno da Viterbo: con lui ci sono la madre Sparta e la fidanzata Elvira, impiegata al ministero delle Finanze ma nata in Pennsylvania da immigrati italiani. Stranamente vengono rilasciati, a differenza di Buratti: siamo al 12 dicembre del ’43. Un mese dopo, il secondo arresto tra piazza del Popolo e piazzale Flaminio, quello che lo porterà in via Tasso, cella numero 5 e, dopo 76 giorni di botte e di soprusi, alle cave sull’Ardeatina. Fu tradito da un certo Pistolini, avvocato Mario Pistolini, che in realtà si chiamava Alberto, un truffatore, una spia dei nazifascisti che abitava al Flaminio nell’appartamento che era stato di Alessandro Pavolini, il ministro della Cultura popolare. Pistolini denuncia molti partigiani che si erano fidati di lui; è coinvolto – scrive Piccioni – anche nel processo contro Mauro De Mauro, il giornalista dell’Ora assassinato dalla mafia, che fu un repubblichino di Salò: il giornalista fu accusato di collaborazionismo ma venne assolto. Nel primo dopoguerra Pistolini è condannato a 24 anni, ma di galera ne fa poca: nel ’51 era già fuori.

eccidio fosse ardeatineIn cella Gelsomini tiene un diario che la madre Sparta tenta di far pubblicare tra le lettere dei condannati a morte della Resistenza. La richiesta non viene accolta. La donna non si rassegna alla perdita di quell’unico figlio e a suo modo polemizza e accusa: Rosario Bentivegna, ad esempio, il gappista che accese la miccia della bomba di via Rasella, viene investito dalle sue urla disperate quando va a deporre al processo del giugno del ’48 contro Herbert Kappler. «Perché non ti sei presentato? Mio figlio è morto…» grida al partigiano, credendo in qualche modo alla tesi cara alla destra che la rappresaglia tedesca fosse stata preceduta da un appello ai partigiani, autori dell’attentato, a consegnarsi al comando tedesco.

Sparta Notari, originaria di Buonconvento nel Senese, vedova di Ugo Gelsomini (morto un anno dopo l’arresto del figlio), compie anche un altro gesto: toglie i resti di Manlio dal loculo numero 34 delle Fosse Ardeatine e li porta al Verano dove riposano suo marito, il padre di Manlio.

Ci sono quattro lapidi a Roma, un largo e una via nei pressi della Piramide e del Parco della Resistenza che ricordano Manlio Gelsomini. Corse ciclistiche e riunioni di atletica sono stati dedicati a lui ma si sono presto esaurite. La sua storia è poco conosciuta, a differenza di altre. Una piccola vicenda di un giovane eroe, una delle tante di cui è cosparsa la rivolta antifascista. Come se con il tempo, una sorta di incrostazione, una patina abbiano avvolto la tragica avventura umana e politica del campione. Nei giorni della fiction su Pietro Mennea, viene da dire che anche la travolgente vita di Gelsomini, certo non un grande campione popolare come la “freccia del Sud”, potrebbe offrire spunti per un racconto di cinema o di televisione.

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