Marco Fiorletta
A proposito de «La banda degli invisibili»

Farsa italiana

Fabio Bartolomei ha immaginato un gruppo di partigiani del centro anziani che nella Roma del Duemila decidono di rapire il premier... Un bel romanzo, sospeso tra comicità e drammatica realtà

C’è stato un tempo in cui imperversava e faceva danni d’immagine e non solo. Sembrano tempi lontani eppure sono passati solo pochi mesi. Frattanto è morto e risorto, politicamente sia chiaro, più volte e mai per suoi meriti ma per demeriti altrui. Ma approfondire questo aspetto ci porterebbe lontano e non rientra propriamente nell’argomento che andiamo a trattare anche se ne è parte fondamentale. Insomma, Silvio Berlusconi ci ha condizionato per oltre venti anni e grazie alla nostra classe politica, vecchia e nuova, ce lo ritroviamo ancora fra i piedi.

Ora immaginate un quartiere periferico di Roma, la Montagnola, qualche vecchietto che incidentalmente è stato partigiano e mettete nella loro testa la folle idea di rapire quello che al tempo della narrazione era il premier e uno degli uomini più scortati del mondo. Già l’idea sarebbe assurda per ben altri fisici e possibilità economiche, quattro pensionati al minimo e malandati sono decisamente improponibili. Anzi sarebbero se non fossero usciti dalla penna di Fabio Bartolomei e finiti nel libro La banda degli invisibili, e/o tascabili 9€, 202 pagine scoppiettanti. Su Succedeoggi abbiamo già trattato Giulia 1330 e altri miracoli ora portato al cinema con successo.

Fabio Bartolomei la banda degli invisibiliOccorre dire che Bartolomei è indubbiamente bravo: per il momento siamo a due giudizi positivi su due. Una scrittura allegra, leggera ma incisiva e riflessiva, in alcuni punti poetica. Il tratteggio dei personaggi è accurato così come quello di ciò che li circonda, il centro anziani, gli appartamenti, il quartiere. A leggere sembra di muoversi con i personaggi, specialmente Angelo (Arcangelo) Di Ventura l’ex partigiano che partorisce il piano che verrà realizzato con l’aiuto di Filippo, Ettore, Osvaldo, Lauretta e Fernanda. I vecchietti non fanno altro che applicare una forma di resistenza al degrado sociale, alla prevaricazione e alla prosopopea dei politicanti che sfocerà poi nel grandioso progetto. Iniziano con l’ostacolare le auto blu che sfrecciano per le strade del quartiere ma ciò non basta. Sommersi dai problemi economici, di salute o della semplice avanzata dell’età sviluppano, o hanno sempre avuto, un’insoddisfazione sul mondo che si è venuto a creare e che non era quello per cui hanno messo in gioco la vita al tempo della Seconda Guerra mondiale. Ci sono pagine di una dolcezza incredibile che si leggono con il sorriso sulle labbra per l’abile descrizione in chiave ironica delle situazioni ma coscienti che da ridere non c’è nulla. E’ una riflessione del e su come facciamo vivere, meglio sopravvivere, i nostri genitori o i nostri nonni. Ormai abituati a rinunciare anche all’indispensabile pur di resistere.

«Sono Angelo Di Ventura, partigiano, nome di battaglia Arcangelo», queste parole non ci riportano ai prigionieri politici, o presunti tali, degli anni di piombo, ci portano direttamente alla Resistenza e sentirle pronunciare oggi con lo stesso significato di allora dà una certa emozione. E dunque confinare il libro di Fabio Bartolomei nel ristretto ambito di romanzo comico, o di altro genere, non sarebbe giusto. Analizza con precisione la condizione degli anziani, l’abbandono dei quartieri periferici, la disillusione, la caduta della speranza nella buona politica, e non ci fa mancare nemmeno una storia d’amore. Uno spaccato della nostra società raccontato con levità e bravura.

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