Gianni Cerasuolo
Un libro di sport e avventure

Il desiderio va in bici

L'amore, il sesso il ciclismo: tre mondi in costante conflitto. Ma che hanno prodotto meravigliose leggende. Come quella Coppi e Giulia Occhini o quella di Louis Gérardin e Edit Piaf. Un libro scritto da Walter Bernardi ne ripercorre a dozzine. Da non perdere...

«Vorrei coccolarti, essere ai tuoi piedi e fare l’amore sin quasi a morirne, annientata da te, fare l’amore ancora meglio, non avere più alcun pudore, abbandonarmi totalmente al desiderio, non essere più su questa terra, essere stanca al punto di non avere più la forza di dire “ti amo”». Scriveva così Edith Piaf al suo amante, il ciclista Louis Gérardin, buon velocista e specialista della pista. Soprattutto, un bel tipo, capelli biondi e occhi azzurri – il «suo amore azzurro», diceva la cantante – sempre elegante e frequentatore dei locali alla moda. Erano appena cominciati gli anni Cinquanta. Parallelamente, in Italia si dipanava la storia d’amore “proibita” tra Giulia Occhini e Fausto Coppi.  «Ti amo, Fausto, di un amore spaventoso, tanto da atterrire me stessa. Ti amo, tesoro, credimi almeno ora. Mi sei necessario come l’aria», scriveva la donna che l’Italia perbenista e cattolica aveva già bollato come una puttana, capace di abbandonare i propri figli pur di correre dietro ad un uomo famoso, sposato e padre di una bambina.

louis GérardinQuante storie e quanti amori all’ombra delle pedivelle.  Nonostante donne e sesso siano stati a lungo dei tabù per il ciclismo. Oggi certe cose ci fanno sorridere. Ma la donna nella carovana era considerata come il diavolo tentatore, una creatura nefasta da tenere lontano. E i rapporti sessuali erano giudicati in antitesi con la vita dello sportivo seduto sul sellino: «Don Giovanni non era uno sportivo» scriveva alla fine dell’Ottocento Louis Baudry de Saunier nel manuale sul Ciclismo teorico e pratico. Ed Henri Desgrange, l’ideatore del Tour, riteneva che le donne assomigliassero alle stufe a legna, «utili quando fa freddo ma ingombranti quando fa caldo». Gino Bartali, rispondendo a una provocazione di Curzio Malaparte che gli chiedeva se la bicicletta ricordasse una bella ragazza, se ne uscì che «era troppo magra per i suoi gusti» e la preferiva quando era «più malleabile» e non cercava, «come tutte le belle donne» , di prendere il sopravvento. Meglio stupida insomma, e sottomessa. Questo era l’ambiente.

Le signore neanche potevano entrare al Giro o al Tour o alle altre corse. Anna Maria Ortese, inviata dell’Europeo alla corsa rosa, dovette mimetizzarsi con abiti maschili. I ciclisti erano consigliati a seguire una castità prolungata. Tanto valeva sposarsi e mettere su famiglia. Tuttavia, anche con le mogli i ciclisti dovevano osservare regole non scritte ma ripetute come un rosario da direttori tecnici e massaggiatori: non sprecare forze prima di una corsa, sempre faticosa e stancante. Se una signora decideva di seguire il marito, doveva andarsene in un altro albergo. Erano donne devote, fedeli, che accettavano sacrifici e umiliazioni pur di non ostacolare la breve ma redditizia, a volte, carriera dei loro uomini. Al massimo un bacio al traguardo e via.

«Mi raccomando, per andare forte, bisogna ciulà no» gridava Eberardo Pavesi, ciclista dei tempi eroici e poi per decenni sull’ammiraglia della Legnano, ai fratelli Zanazzi appena ingaggiati. I due commentarono: «Ma quel lì, l’è matt! Se ciulum no a vint’ann, quand l’è che ciulum? A vutanta?». In seguito, lo stesso Pavesi però fu costretto a rimborsare diecimila lire a Imerio Massignan, ottimo scalatore. «Perché l’uomo non è fatto di legno» gli aveva detto il giovanotto.

Questo aneddoto, insieme ad altri noti o meno noti, è contenuto in un libricino piacevole da leggere, dal titolo Sex and the bici. Il ciclismo a luci rosse, scritto da Walter Bernardi, insegnante di filosofia e appassionato di biciclette,  per Ediciclo editore (154 pagine, 14,50 euro). Sul tema si era già esercitato in qualche modo negli anni passati Beppe Conti, inviato di Tuttosport, che aveva raccolto in Le donne dei campioni (Ecosport), le storie d’amore del ciclismo, gli scandali e i drammi.

Il campione in bicicletta è stato sempre oggetto del desiderio. Dagli anni Venti ai giorni nostri, dai fratelli francesi Pelissier ai Cipollini, ai Petacchi, agli Armstrong (che con le donne ha avuto rapporti molto tribolati). Hanno affascinato ragazze e donne più dei calciatori, probabilmente. Nonostante quella visione monacale e allo stesso tempo maschilista della donna e dell’amore da parte del mondo delle due ruote. O forse, proprio per questa. Il bacio della miss, con palpatina di qualche sedere, era l’unica trasgressione ufficiale. I corridori sono stati asceti, molto spesso. Ma anche diavoli, altrettanto spesso. Amanti clandestini e di passaggio. Fasciati nelle loro maglie e nei loro pantaloncini, i muscoli che sembrano scoppiare, hanno suscitato in ogni epoca sentimenti romantici e attrazione erotica. Hanno solleticato tentazioni, fughe dal plotone per incontri brevi ed eccitanti, scappatelle fuori ordinanza. Niente sesso, tanto sesso. Perché il ciclismo è la vita di ogni giorno, è la strada, è il racconto di uomini e donne della porta accanto. I ciclisti non sono i divi da stadio. Almeno andava in questo modo «quando si correva per rabbia e per amore» come avrebbe detto Francesco De Gregori.

Gli ultimi tabù sono caduti solo di recente: Graeme Obree, che è stato recordman dell’ora, ha rivelato quattro anni fa di essere omosessuale; Robert Millar, lo scalatore scozzese secondo al Giro dell’87, ha fatto sapere di aver cambiato sesso, e di chiamarsi ora Philippa York.

costante girardengoE pensare che il mitico Costante Girardengo (nella foto) di notte si legava il pistolino con lo spago per evitare polluzioni che lo sfinissero prima di una gara. Il dolore in caso di erezione da sogni erotici l’avrebbe svegliato mandando a monte l’orgasmo. Due mesi prima della Sanremo che apriva la stagione, lui e la moglie vivevano come «fratello e sorella», letti separati e niente sesso. Nel caso, quando si poteva fare all’amore, non oltre le ore 22; superata la soglia fatidica, lui la cacciava via. Siamo nel periodo del “cavallo d’acciaio” che avrebbe reso sterili le donne, come scrivevano allora riviste specializzate e pontificavano gli esperti. Ma Vittorio Adorni stette nove mesi come un angioletto per poi andare a vincere il mondiale di Imola: era il 1969. E Davide Cassani, l’attuale ct azzurro del ciclismo ed ex commentatore di Giro e Tour per la Rai, ha raccontato che ancora alla fine degli anni Settanta il suo primo allenatore gli raccomandava di «stare lontano dalle donne e di non fare niente neanche da soli…».

Al contrario, racconti e leggende dicono di grandi prestazioni agonistiche dopo folli prestazioni amorose. Così Nino Defilippis vinse un Giro di Lombardia nel ’58 dopo una notte d’amore che si era concesso con un’amica perché il patto con il suo direttore sportivo era che abbandonasse la corsa a metà gara. Avvenne invece che andò in fuga, gettò via ogni pensiero di ritiro e andò a vincere. Così Michele Dancelli, velocista tra i migliori che abbiamo mai avuto, una sorta di gigolò in bici, nel ’69 preparò la Sanremo intensamente giorno e notte con una ballerina e spogliarellista, Monique. Non vinse ma stette a lungo in fuga. E l’anno dopo sfrecciò davanti a tutti sul classico traguardo di via Roma, rompendo un lunghissimo digiuno di vittorie italiane.  Alla vigilia  della classica era tornato a casa, era stato con la moglie per poi ripresentarsi tutto pimpante in gara.

Jacques AnquetilNon erano compagne e amanti sottomesse, non erano mogli docili secondo lo stereotipo del buon ciclista, Edith Piaf e Giulia Occhini. Non lo fu Jeanine, la compagna di Jacques Anquetil (nella foto al Tour del 1963) che arrivò a dare sua figlia Anna al campione che voleva un figlio a tutti i costi. Anna acconsentì, si innamorò di Jacques, poi lo lasciò. E la torbida saga familiare non finì lì, perché il vecchio specialista dell’ora, il vincitore di cinque Tour e di due Giri, sedusse anche la moglie del figlio di Jeanine e ne ebbe un bambino. Dissonante lo è stata anche Edita, la moglie di Raimondas Rumsas, ciclista lituano, che si è fatta settantacinque giorni di carcere in Francia nel 2002 perché i gendarmi l’avevano fermata a Chamonix e gli avevano trovato l’auto imbottita di farmaci. Non ha mai tradito il marito, non ha parlato: ha detto che quelle medicine servivano alla mamma ammalata.

Di Edith Piaf e di Louis Gérardin si è saputo da poco, da quando si è scoperta una corrispondenza tra la vedette e il ciclista: cinquantasei lettere messe all’asta e poi racchiuse in un libro, Mio azzurro amore, pubblicato in Italia da Archinto, tre anni fa. Una relazione breve ma intensissima, travolgente, almeno da parte della cantante, preda di alcol e droga, ancora sconvolta dalla fine del suo grande amore con il pugile Marcel Cerdan, schiantatosi con l’aereo alle Azzorre un paio d’anni prima, nel ’49, dopo che lei lo aveva supplicato e desiderato: «Prendi il primo aereo, il mio corpo ti aspetta». Si erano conosciuti, la môme e Totò, come veniva chiamato Gérardin, al Velodrome d’Hiv, Parigi. I velodromi sono stati spesso delle alcove, luoghi di incontri casuali dove si accendevano e si spegnevano attrazioni fatali. Si racconta ad esempio che nello stesso impianto della capitale francese fosse apparsa una sera Gina Lollobrigida: «C’è Fausto?», aveva chiesto nella penombra della stanzetta sotto la pista a Nando Teruzzi, il più grande seigiornista italiano, che faceva coppia in quelle serate con Coppi. Teruzzi aveva rilanciato: «No, c’è solo Nando…», sperando che la donna, che lui non aveva riconosciuto, si trattenesse. Invece la misteriosa visitatrice se ne andò e fu un massaggiatore a rivelare all’esterrefatto pistard che si trattava della Lollo.

edit piafGérardin era sposato. Ma questo non fermò la Piaf che scriveva lettere su lettere senza pudore: «Vorrei metterti nudo sul letto, prima sulla schiena e baciarti dappertutto… ti avverto che nessun punto sarà risparmiato». E ancora: «Tu non puoi sapere quanto ho voglia di toccarti, di mangiarti con gli occhi senza perdere niente di te». Progettava una vita insieme, lo supplicava di fare qualcosa, di lasciare la moglie ma quando realizzò che il suo uomo era incerto, che sua moglie li aveva fatti pedinare e minacciava uno scandalo, ebbe paura e arrivò a scrivergli: «Non fare nulla per il momento, smetti di tormentarti, resta con Bichette e io mi accontenterò…». Non si accontenterà, invece. Perché in America, sposerà un altro uomo, il cantante Jacques Pills, Marlene Dietrich farà da testimone alle nozze: «Quando riceverai questa lettera, sarò sposata, ti ho avvertito mille volte che mi avresti perduta, ma tu non hai reagito…».

coppi e occhiniLa Piaf non seguiva le corse come faceva Giulia Occhini, la dama bianca di Fausto Coppi, per via di quell’impermeabile bianco a pochi chilometri dalla cima dello Stelvio, in mezzo alla neve, congelata dal freddo, dove Coppi compì l’ennesima impresa. Correva l’anno 1953: il Campionissimo aveva 34 anni, si accingeva a togliere la maglia rosa a Hugo Koblet (il grande svizzero, un altro biondo con gli occhi azzurri, uno che tirava fuori il pettinino dalla sacca laterale in prossimità dell’arrivo) e a vincere il suo quinto Giro d’Italia. Lei è lì, il marito non l’ha seguita, Giulia e Fausto si vedranno in un albergo a Bormio. Fu l’inizio di una storia d’amore e di tanto altro ancora. E a un giornalista che lo metteva in guardia dalle conseguenze di quella passione, Coppi rispose semplicemente: «Ma tu sei mai stato innamorato?».

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