Nicola Fano
L'egemonia culturale della destra

Il caso Mondadori/Rcs

Rizzoli libri si appresta a passare nelle mani del colosso di Segrate sempre più vicino al monopolio dell'editoria. Tutto sta succedendo nel silenzio e nel disinteresse generale. Eppure è un “affaire” gravissimo

Con ogni probabilità, fra qualche ora la struttura di gestione della Rizzoli/Corriere della Sera inizierà le pratiche per cedere il proprio settore libri alla Mondadori. Mi stupisce il disinteresse nel quale si sta consumando questo atto finale della cultura libraria italiana. E più ci rifletto, più non riesco a evitare di fare considerazioni politiche, oltre che culturali, in margine a quanto sta accadendo. Non solo perché in questo modo la Mondadori avrà praticamente il controllo totale del mercato librario (resteranno fuori dal suo dominio diretto solo il gruppo Mauri/Spagnol e Feltrinelli che comunque ha buoni rapporti di partnership con Mondadori nel campo della distribuzione), ma anche perché l’argomento principe che sarebbe da usare contro questa operazione (il proprietario di Mondadori è un solerte leader politico) è spuntato da circa vent’anni, ossia da quando Massimo D’Alema abolì d’imperio, per malinteso modernismo, il conflitto d’interessi.

Vediamo qualcuna delle considerazioni che l’affaire Mondadori/Rcs provoca.

mondadori segratePrima riflessione amara. Per trent’anni la nuova destra italiana ha urlato a destra e a manca che essa stessa era l’unico baluardo contro il pensiero unico brandito dalla sinistra e dal razionalismo anti-cattolico. Abbiamo dovuto subire i rimbrotti di perfetti idioti, spesso anche mascalzoni, calzati da intellettuali o deputati al soldo del Biscione. E adesso che tutta la produzione editoriale sta nelle mani di un solo soggetto, che dobbiamo dire? Che quello dei proprietari di Mondadori non è un pensiero unico? Che il liberismo consiste nell’essere liberi di pensarla come loro? Che costoro consentiranno pienissima libertà ai direttori editoriali di Einaudi, Rizzoli, Bompiani, Bur e via di seguito? Qualcuno di voi frequenta ancora le librerie? Vi capita di guardare i titoli dei libri di Mondadori e Einaudi? Se sì, vi sarete già dati la risposta.

Seconda considerazione. Nessuno, proprio nessuno è ancora andato alla radice del problema sollevato da questo scempio. Il problema si chiama Amazon. Ossia: di libri se ne vendono pochissimi e quei pochissimi si vendono quasi esclusivamente su Amazon. Il supermarket web vende di tutto a costi ridotti (non ha tasse, non ha spese di distribuzione, non ha costi di gestione dei negozi) con la gioiosa complicità degli acquirenti. È come quando chiamiamo un idraulico e quello ci aggiusta il rubinetto chiedendo di essere pagato in nero in cambio di uno sconto notevole. Molti abboccano: non considerano che lo sconto lo pagheranno in tasse. Perché saranno loro a pagare le scuole dei figli dell’idraulico, a pagare l’ospedale in cui l’idraulico andrà a farsi curare… Così è Amazon: lo sconto che otteniamo ora lo paghiamo sia in minor gettito fiscale sia – e questo è ben peggio – in totale dispersione della ricchezza. Nel senso: il capitalismo aveva un margine di sostenibilità quando le ricchezze accumulate venivano reinvestiste, almeno in parte, a beneficio delle comunità che le avevano prodotte. Ora noi quel pochissimo che produciamo lo disperdiamo tra Amazon, Google e altre multinazionali virtuali che non hanno sede, non hanno strutture e si limitano a gestire beni altrui: il nostro lavoro non alimenta il nostro Pil ma il fatturato di società fantasma non si sa bene dove e come allocate. E che certamente non reinvestono i loro guadagni da noi. Questo fenomeno sta strangolando il mercato editoriale italiano, europeo e mondiale nella totale indifferenza della classe politica (solo di quella italiana, per la verità, giacché alcuni Paesi europei e soprattutto gli Usa si sono ben accorti del problema). Se Rcs non riesce più a sopravvivere lo deve anche all’indifferenza nella quale viene lasciata morire. Perché questo significa essere comprata da Mondadori, per Rizzoli: morire. Inutile girarci intorno.

Terza considerazione. Molti danno per bollito il leader “storico” della destra italiana. Davvero? Davvero è un personaggio politico a fine carriera quello che forza la mano alle regole per comprare RaiWay (ossia lo strumento che porta il segnale televisivo nelle case di tutti gli italiani)? Davvero è un uomo politicamente finito colui che s’appresta a gestire tutto il mercato editoriale italiano, ossia garantendosi il monopolio della cultura di questo disgraziato Paese? Ulteriore curioso caso: il nostro ha lanciato la guerra dei monopoli proprio nel momento in cui il suo unico avversario politico reale (parlo di Matteo Renzi e ribadisco che egli è l’unico vero avversario politico di Berlusconi, altro che allievo, figlioccio e altre cazzate del genere!) l’ha messo in un angolo. È come se il leader “storico” della destra oggi si sentisse in dovere di mostrare i muscoli. Con i quali continuerà a stritolare la già esigua resistenza culturale del nostro Paese.

libreria rizzoli milanoQuarta considerazione. Il cosiddetto movimentismo, l’antagonismo, insomma quel miscuglio di sinistra-sinistra (beati loro che sono puri!) e autoconvocazione civica (nel nome di un imprenditore privato, Beppe Grillo), come risponde all’affondo di Mondadori che sta per mettere le mani sul principale strumento di diffusione del pensiero critico e del sapere? Con un indignato silenzio. Non ho sentito una sola voce di reale preoccupazione. Non un Fassina, non un Sel, non un Landini, non un Travaglio, non un Di Battista hanno levato vibranti proteste di sorta. E sì che di occasioni ne avrebbero avute assai, giacché occupano in pianta stabile tutti i salotti televisivi. E se da un lato è ragionevole supporre che qualcuno di loro non ha molta dimestichezza con i libri, dall’altro non posso evitare di correre con il pensiero all’autostrada di antagonismo che si potrebbe aprire per la casa editrice di Travaglio (Chiarelettere) in caso di acquisizione di Rcs da parte di Mondadori. Perché questo è il punto: ciascuno si occupa di sé, del proprio specifico interesse.

L’ultima considerazione è meno contingente, nel senso che il caso Mondadori/Rcs fornisce solo un’ulteriore conferma al fatto che in Italia la cultura non è un valore. Anzi, è un disvalore, è qualcosa di negativo, osteggiato, odiato: un girotondo da comunisti; uno svago per individui scioperati che non vogliono lavorare; una distrazione inutile; un peso per le casse dello Stato. Salvo che da trent’anni Berlusconi ci lucra sopra miliardi. Dopo aver convinto tutti gli altri del contrario.

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