Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Il poeta che correva

Domenica a Roma si disputa «La corsa di Muguel», in memoria di un giovane poeta argentino, appassionato di podismo e desaparecido. Ecco la sua storia. E quella di tanti altri sportivi di quel Paese finiti nel nulla

El pibe che corria sueños si chiamava Miguel Benancio Sanchez. La Corsa di Miguel, che si corre di gennaio a Roma (quest’anno domenica 25), è la corsa di Miguel Benancio Sanchez.

Miguel era argentino, veniva da una famiglia di dieci figli, scriveva poesie, aveva fatto l’imbianchino e poi aveva trovato un posto in banca.  Era rimasto affascinato da Juan Domingo Peròn. Ma gli piaceva soprattutto correre, fino a sfinirsi. Come alla Corrida di San Silvestro a San Paolo del Brasile, la notte dell’ultimo dell’anno, 15 chilometri faticosissimi per via del percorso molto variabile nei dislivelli con le gambe che soffrono i tormenti e il fiato che sembra mancare. Miguel partecipò alla sua corsa preferita tre volte, ottenendo buoni piazzamenti. Descrisse in un suo diario annotazioni entusiastiche della gara, della gente, dell’ambiente attorno a sé. La Gazzetta del Brasile pubblicò una sua poesia dedicata ai podisti: “Para vos, atleta”: “Para vos atleta/para vos che sabés del frio, de calor/ de triunfos y derrotas/para vos que tenés el cuerpo sano/ el alma ancha y el corazon grande…”

miguel sanchez2Ultima sgroppata alla Corrida: 31 dicembre 1977.  Nove giorni dopo, nel pieno della notte, una Ford Falcon, l’auto che ricorre spesso nei racconti degli orrori di quegli anni bui, si fermò davanti casa sua a Buenos Aires. Ne scese una patota, una squadraccia, che andò a bussare alla porta dei Sanchez. Cercavano un Miguel Angel Sanchez, una sorella del giovane runner rispose che il fratello si chiamava Benancio e non Angel, ma a quelli non importava nulla. Anzi, videro una bandiera argentina e chiesero a Miguel che cosa ci facesse. Miguel rispose: «Sono argentino, mi piace tenere la bandiera. Quando corro la porto con me». Gli dissero di vestirsi e di seguirli. «Fategli salutare la madre», invocò una sorella. «Non c’è bisogno –  risposero quelli – tornerà presto».

Miguel Sanchez non fece più ritorno a casa. Aveva poco più di 25 anni quando finì nel nulla. Non tornò come altre trentamila persone (ma la cifra è rimasta sempre approssimativa) scomparse in Argentina durante la dittatura: desaparecidos. Si calcola che tra di esse siano stati 32 gli sportivi spariti. La maggior parte di questi erano rugbisti perché il rugby era considerato uno sport di élite praticato e seguito da intellettuali. E perché si giocava nelle università. Un intero club venne sterminato: il Rugby La Plata, novanta chilometri a nord della capitale, 17 giocatori, scomparsi o uccisi. Nel 1975, un anno prima del golpe di Videla, era successo questo: nella Plata giocava Hernan Roca, mediano di mischia, un giovane che aveva il torto di essere fratello di Marcelo, un guerrigliero montonero. La solita spedizione squadrista, probabilmente elementi appartenenti alla “Alianza anticomunista argentina”, la famigerata tripla A, rapirono Hernan credendo di aver preso il fratello guerrigliero. Hernan venne ucciso. I suoi compagni di mischia scesero in campo e ci fu un lungo omaggio, oltre il minuto di silenzio, per quel ragazzo. Il brutale episodio fece da scintilla nella mente e nell’animo del “quindici”. Qualcuno andò via, molti altri decisero di restare, di continuare a giocare con la palla ovale e di testimoniare il proprio coraggio e la voglia di libertà attraverso scelte radicali. Alcuni lavoravano nei quartieri popolari: «Non potranno ammazzarci tutti».  Invece li eliminarono ad uno ad uno. Soltanto uno di essi fu ritrovato in un fiume con le mani legate dietro la schiena, un peso ai piedi: quello era il cadavere di Otilio Pascua, un mediano anche lui. Di questa storia si sapeva molto poco fino a quando un giornalista argentino, Gustavo Veiga non ne ha parlato in un suo libro sullo sport e la dittatura. Anche Claudio Fava (il parlamentare siciliano che ha sceneggiato con altri I cento passi, il film di Marco Tullio Giordana su Peppino Impastato) ne ha scritto nel romanzo Mar del Plata.

VIdela2Nel calcio ci fu una sola vittima: Carlos Alberto Rivada, un giovane che faceva l’ala in una formazione minore, l’Huracàn de Tres Arroyos. Giocava anche a basket nello stesso club. Un altro calciatore è uscito vivo dalle torture ed è sopravvissuto ai voli della morte: Claudio Tamburrini, portiere dell’Almagro, seconda divisione, cresciuto nel Vélez Sarsfield, club che prende il nome da una stazione ferroviaria di Buenos Aires, la squadra di Carlos Bianchi, infausto allenatore sulla panchina della Roma a metà degli anni Novanta, quello che chiese a Franco Sensi di cedere Totti. Tamburrini studiava filosofia ed anche lui venne preso una notte, aveva 23 anni; era ancora gennaio ma del 1977, un anno prima di Miguel Sanchez, e portato in uno dei centri di tortura dei militari, la Mansiòn Seré: lo picchiarono sbeffeggiandolo come “il portiere”, gli immersero la testa nell’acqua fino a soffocarlo, subì come tanti ogni tipo di sevizie. Ma Tamburrini scappò da quell’inferno. Fuggì insieme a pochi altri e riuscì a nascondersi.  Si rifugiò in Brasile e poi in Svezia dove ha in seguito insegnato filosofia.  L’ex portiere ha raccontato la sua drammatica storia in un libro, Pase libre, scritto molti anni dopo, nel 2001, che ha fornito il canovaccio per un film Cronaca di una fuga. Buenos Aires 1977, diretto nel 2006 da Adriàn Caetano. La Mansiòn Seré è stato trasformato in un centro della memoria.

videla coppa del mondoQualche altro calciatore ha assistito, come tanti argentini, a scene di violenza ma senza mai denunciare. Fu il caso di Alberto Tarantini, difensore centrale della squadra campione del mondo nel ’78, che molti anni dopo (nel 2005) ha rivelato a Pagina 12, quotidiano argentino, di aver visto all’epoca del regime un gruppo di uomini prelevare in un bar delle persone: portarono via anche tre suoi amici. Di essi non si è saputo più nulla. Tarantini tacque. Nell’articolo apparso sul quotidiano è scritto: «Chiudere gli occhi e farsi complici (conquistando la gloria) o parlare e rischiare la vita. Tarantini difende il risultato sportivo. I giocatori si dedicarono a giocare, afferma. Sapevano qualcosa ma preferirono voltarsi dall’altra parte, il solito ritornello della società ferita» (riprendo da Pallone desaparecido, libro di AlecCordolcini, edito da Bradipo libri). E tuttavia il difensore dai capelli afro aggiunse anche che, una volta vinto il Mondiale,  si fece coraggio e siavvicinò al generale Videla, durante la festa organizzata  dopo la vittoria dal giornale El Clarin, e gli chiese notizie dei suoi amici. «Videla me sacò cagando» aggiunse Tarantini. Più o meno, il generale gli rispose: «Vaffanculo».

Altri sport colpiti dalla repressione della giunta militare furono l’hockey prato e il tennis: Daniel Marcelo Schapira, fu l’unico tennista a sparire. Agli inizi degli anni Settanta era tra i primi 10 del tabellone argentino. Era un militante molto attivo, un quadro dirigente della Gioventù peronista. Otto mesi dopo la scomparsa, nacque suo figlio.

la corsa di miguelNon si sbaglia nel dire che Miguel Sanchez oggi è lo sportivo più noto tra quelli fatti sparire nel nulla dai militari e dagli squadroni della morte. Questo grazie anche alla Corsa di Miguel, una competizione particolare, una cavalcata per non dimenticare. È stata, quindici anni fa, una bella intuizione di Valerio Piccioni, giornalista della Gazzetta dello Sport, che dopo aver appreso in Argentina da colleghi sudamericani della storia del corridore-poeta, decise di mettere in piedi nel 2000 questa gara di 10 chilometri. Che è via via cresciuta, ha moltiplicato gli iscritti (dai 300 della prima edizione agli oltre 4600 dello scorso anno), ha allargato gli avvenimenti (in contemporanea si svolge una piccola stracittadina contro il razzismo “a passo libero”, solo 4 chilometri, ma ci sono state anche gare in bicicletta), ha visto infoltirsi associazioni e onlus che danno e ricevono una mano (da “Libera” all’”Unione italiana sport per tutti”), ha prodotto spettacoli teatrali, lettura di testi nelle librerie. Il passa parola, diciamo così, arrivò fino a Buenos Aires e in altre città del paese sudamericano, dove da anni si corre la Carrera de Miguel, la versione argentina della manifestazione romana: <Corremos para no olvidar>.

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