Attilio Del Giudice
Un racconto inedito

Le comarelle

I carabinieri sorrisero. L’appuntato abbassò il mitra. In quel preciso momento, mio padre estrasse dal calzino del piede destro, sotto i pantaloni, una beretta calibro 9 e sparò due colpi a bruciapelo.

Mia madre la lasagna la prepara con tutti i crismi. Il sugo di pomodoro deve essere abbondante, così il parmigiano grattugiato. Le polpettine devono essere piccole come olive ed è opportuno che nel ripieno, tra i fogli di pasta, ci sia qualche uovo sodo, un po’ di ricotta di bufala e la scamorza affumicata. Lei la lasagna la prepara solo per festeggiare gli anniversari e mi sorprese che quella domenica si fosse messa all’opera senza dichiararne il motivo, forse era semplicemente contenta che i lavori di muratura fossero stati avviati il martedì ed erano a buon punto. Ossessivamente aveva chiesto a mio padre di darsi da fare  (mio padre, prima di entrare nel clan, era un capomastro muratore eccellente), perché desiderava una cucina più larga ed una stanza in più per Lucariello, che ora sta ancora sul seggiolone, ma che quanto prima avrebbe avuto bisogno della sua stanzetta. Mio padre rispondeva sempre:“La prossima settimana”, ma le prossime settimane passavano, una dopo l’altra, e quella buona per cominciare il lavoro non veniva mai. Tra l’altro mio padre, di tanto in tanto, spariva e tornava a casa dopo tre o quattro giorni e spesso con la luna storta. Io sono sicuro che mia madre, dopo svariati tentativi, dovette ricorrere al solito metodo che adottava quando s’era messa in testa una cosa e la voleva a tutti i costi: chiudere la porta del piacere. Un ricatto che funzionava alla perfezione, anche perché mio padre non si sarebbe mai accontentato di averla con la forza. “Prendersi il sesso dalle donne con la forza – disse una volta – è disonorevole, è una pratica diffusa tra gli uomini vili, generalmente brutti, schifati da tutti”.

Quella domenica mia madre aveva evidentemente sentito il bisogno di festeggiare i lavori intrapresi e il felice ritorno dell’eros o, forse, per una sorta di misteriosa precognizione, aveva voluto alludere  alla festa che facemmo a due carabinieri, i quali,  inopinatamente, alle tredici e quaranta di quel ventuno ottobre, sant’Orsola,  vennero ad arrestare mio padre.

Bussarono con tre lunghi squilli senza pause. Mia madre si avvicinò alla porta e chiese: “Chi è?”

“Carabinieri, signora.”

Mia madre guardò mio padre con uno sguardo interrogativo. “Apri!” disse mio padre. Entrarono il brigadiere e l’appuntato col mitra spianato.

“Voi siete Calabritto Domenico?”

“Sissignore”

“Siete in arresto, in nome della legge”.

“ In arresto? Questa non è una buona notizia. Vi dispiace se finisco questa lasagna?”

“Mangiate, ma non la pigliate alla lunga!”

“Volete favorire. È una lasagna come Dio comanda. Nunziati’ Ce ne è rimasta per i nostri amici?”

”No, grazie, non possiamo favorire.”

“Allora un bicchiere di vino buono?”

“No, siamo in sevizio, non possiamo accettare.”

“Nunziati’, intanto prepara la valigia, mettici due maglie di lana che stiamo andando verso il freddo e mettici anche quella stecca di sigarette che sta nel secondo cassetto del comò. Brigadie’, sicuro che non volete accettare niente? Nemmeno un caffè?”

“Ve l’ho detto, siamo in sevizio”

“Evabbe’. Brigadie’, vi posso chiedere una piccola cortesia? Mi potete far togliere questa scoppetta dalla faccia, mentre finisco di mangiare? E’ una lasagna superlativa, in galera me la sognerò ogni notte. Con questa mitraglia in faccia, non me la godo e mi va il boccone storto. Abbiate pazienza!”

I carabinieri sorrisero. L’appuntato abbassò il mitra. In quel preciso momento, mio padre estrasse dal calzino del piede destro, sotto i pantaloni, una beretta calibro 9 e sparò due colpi a bruciapelo. L’appuntato nel cadere riuscì a fare fuoco anche lui, ma senza colpire nessuno. Mio padre, che sparava meglio dei pistoleri dei film western  (era il suo vero mestiere e si sapeva che era un fenomeno e non aveva mai sbagliato), aveva, infatti, colpito preciso al cuore: i due erano morti, senza avere il tempo di dire amen e salutare la vita.

“Nunziati,’ puoi venire e cerca di acquietare Lucariello, che ha preso paura!” Poi mio padre disse che io dovevo dare una mano.

Spogliammo i due carabinieri di tutto.  “Ci dobbiamo levare pure le mutande?” Chiesi.

“No, lasciacele! A noi di vedere i coglioni dei carabinieri non ci interessa!”

Trascinammo i due cadaveri e li buttammo nel pozzetto della calce, che era pronto per i lavori di muratura. Fu una fatica, anche perché mio padre diceva che teneva l’ernia e non poteva fare sforzi. Me la dovetti vedere quasi da solo e mancò poco che l’ernia non  venisse pure a me.

Pulimmo tutto con  la varecchina, poi mio padre  indossò la divisa del brigadiere, che, più o meno, aveva il suo fisico  e disse: “Nunziati’ come sto?”

“Come a uno stronzo” e si mise a ridere.

“Oé, che vuoi dire?”

“Ho scherzato! Stai benissimo, sei bello, sembri un generale.”

Mio padre montò nella  159 dei carabinieri e la portò a sei chilometri di distanza, in un altro quartiere, vicino al  bar dei Tunisini. Dopo una mezzoretta chiamarono al telefono: “Pasticceria De Lise. Verrà un ragazzo a portare delle paste. “Mia madre capì e al ragazzo che arrivò subito dopo dette una bella mancia. Nel cartoccio insieme alla guantiera colma di sfogliatelle, castagnole, cannoli, deliziose e babà c’era il pizzino di mio padre . “ Se vengono a cercarmi dite che non mi vedete da un mese e che a cercarmi erano già venuti oggi due carabinieri.”

Mia madre disse: “Qui passiamo un brutto quarto d’ora” e, invece, non accadde niente di particolare.

Per la verità, dopo un paio di giorni, vennero due, in borghese, a fare  un sacco di domande, ma mia madre  mantenne la posizione, dicendo che anche lei avrebbe voluto sapere dove cazzo stava quel disgraziato, che l’aveva lasciata senza soldi e che col bambino di sei mesi non poteva andare a lavorare nemmeno come serva e ci stavamo a morire di fame e se lo prendevano ce lo dovevano far sapere, che lei veniva in caserma a sputarlo in faccia.

Secondo me, mia madre fu una potenza e li dovette convincere, tanto è vero che non venne più nessuno a sfruculia’ il pasticciotto.

Ogni mese arrivava la grana. Mia madre doveva ritirare certe fette di carne dal  macellaio, don Arturo della Peruta,  e, in mezzo alle fette di carne,  ci stavano carte da cento e cinquecento euro. Mio padre non ci faceva mancare niente.

Erano passati cinque mesi, quando un  giorno, chiamarono mia madre, che si dovette presentare a un commissariato di polizia. Questo fu un fatto strano, perché la polizia non entrava mai  nei fatti  dei carabinieri. Si vede che era successo qualcosa che aveva messo in moto pure la polizia. Il commissario pareva uno tosto, con una faccia da marpione e pareva che già sapeva tutto. Un bell’uomo, disse mia madre, tipo attore americano. Lei fece  fesso pure a lui.

“Signora, voi avete dichiarato che vostro marito se l’è squagliata, lasciandovi sola, senza danaro, con due figli, di cui uno ha appena un anno…”

“Undici mesi” corresse mia madre.

“Sì, undici mesi. Ora, abbiamo bisogno di qualche chiarimento: in queste condizioni, come è possibile che vi possiate permettere di comprare carne. Vi hanno visto spesso fare spesa da Della Peruta, la macelleria in fondo a via Tanucci.”

“Commissa’, si tratta di rimasugli, frattaglie che Della Peruta mi regala, un atto di carità.”

“Signora, se mentite, e ora state mentendo, la vostra situazione si aggrava e non vi conviene proprio. Voi siete una bellissima donna, un donna che è venuta a trovarsi in una condizione di sudditanza economica e morale a causa di un uomo, senza scrupoli, che, evidentemente, non vuole bene né a voi , né ai suoi figli, perché mentire? Vi hanno visto ritirare la tagliata di manzo, il filetto di vitello, pezzi prelibati, altro che frattaglie, rimasugli.”

A questo punto, mia madre scoppiò in singhiozzi. “Commissa’, non ve lo volevo dire, mi vergogno troppo”.

“Ora calmatevi! Che avete fatto da dovervi vergognare?”

Mia madre si asciugò le lacrime col dorso della mano e sembrò di riuscire a trovare la forza per una confessione: ”Commissa’, io sono una donna onesta, la prostituta non la posso fare, almeno nel senso di stare sulla strada, mezzo  spogliata ad accalappiare clienti. Ma mi dovete capire! Non posso far morire di  fame i miei figli.”

“Praticamente, vi siete data per qualche fetta di carne. E’ così?”

“Si, purtroppo si! Però, ve lo cerco per carità, in ginocchio ve lo chiedo, io questo che vi ho detto non si deve sapere. Se Mimì… Commissa’ Mimì non è un uomo come voi…”

“E meno male!”

“ Cioè, voi siete un uomo superiore, che avete studiato, uomo di legge e tenete questa faccia così bella! Commissa’ se Mimì lo viene a sapere, mi uccide, mi scanna con le sue mani”.

“ Va buo’, speriamo che avete detto la verità. Delle vostre prestazioni col macellaio… Che vi devo dire? Per il momento resta un segreto tra me e voi. Va bene?”

Dice che il commissario fece anche un sorriso e   l’occhiolino. Forse, anzi sicuramente, se la  voleva fare pure lui a mia mamma. Lo  stronzo!

Dopo questo incontro col commissario, passarono quattro mesi circa. Il danaro continuava ad arrivare tramite le fette di carne, sempre tre mila euro a botta.

Un giorno, tornando  a casa, dopo la scuola,  potevano essere le due, non la trovai  e nemmeno il mangiare aveva preparato. Dove sarà andata?

Arrivò che potevano essere le tre. Entrò,  portò Lucariello, che s’era addormentato, nel  lettino senza dire una parola e si buttò su una sedia. La vidi sconvolta, pareva stanchissima.

“Mamma, che è successo? Non ti senti bene?”

“Ninu’, tuo padre è morto.”

“È morto?, Come è morto? E a te chi te l’ha detto? Come l’hai saputo?”

“Sono andata a fare il riconoscimento all’obitorio. Stamattina mi hanno avvisato. Tuo padre è stato assassinato.”

“E chi è stato?”

“Questo non si sa e non si saprà mai. A loro che ce ne fotte di indagare sull’omicidio di un camorrista”.

Non mi veniva da piangere, forse il dolore era più forte del pianto,  volevo piangere però, pure per far vedere a mamma quanto gli volevo bene, ma gli occhi restavano asciutti. Manco mia madre piangeva. Lei sapeva piangere solo per finta, come le attrici del cinema. Ma anche lei si sarebbe fatta trucidare per il marito suo. “L’uomo più bello del mondo – diceva – Tutti mi corteggiavano prima del matrimonio e anche dopo, ma io ho voluto bene solo a lui. Il male che ha fatto Mimì a tanta gente io lo conoscevo, sapevo che non era capace di perdonare un nemico e questo, Ninu’, credimi, mi avvelenava l’anima, ma la catena che mi legava a lui  non si sarebbe mai potuta spezzare.”

Stemmo zitti per parecchio tempo e in quel silenzio acre, senza lacrime, in mezzo a noi, c’erano, come  due  comarelle che si conoscevano, la passione e la morte.