Alberto Fraccacreta
Voci dall'Europa all'America Latina

Il potere della poesia

Il secondo volume dell'“Almanacco” dei contemporanei, a cura di Gianfranco Lauretano e Francesco Napoli, è suddiviso in quaderni tematici dedicati agli orizzonti internazionali. All'insegna di un verso di Montale sul «Tutto in fuga»...

Raffaelli Editore stampa il secondo volume di Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea (2014) a cura di Gianfranco Lauretano e Francesco Napoli. Suddiviso in quaderni tematici ben congeniati ed esaustivi (Europa – scrittori austriaci, Lavori, Segnalazioni, Corsica, Intercontinentale – America Latina), l’Almanacco cerca di fare il punto della situazione poetica presente, partendo da un verso “controverso” di Eugenio Montale, posto a epigrafe del volume: «Dicono che la poesia al suo culmine/ magnifica il Tutto in fuga». Controverso perché esibisce, secondo un processo lirico caro ad Arsenio, una po­tente antinomia: il Tutto in fuga. La stasi parmenidea si accoppia così al divenire eracliteo nell’irragionevole consustanzialità del reale; Montale sembra dire che la poesia, col suo potere cangiante, riesce a stigmatizzare la rigidezza dell’essere nonostante l’incessante fluire nello spazio. La totalità delle cose è l’Uno fermo ma al contempo in movimento perenne. Il ristagno scorre, il fiume è immobile. Incongruenza, contrasto, discordanza logica. Ciò fa sì che la poesia possegga o pretenda di possedere, per sua natura, un’essenziale obiettività nei confronti dell’esistenza e dello sviluppo conoscitivo a essa relato, perché si pone al di fuori di ogni concatenazione soggettuale, maturata da un Io consequenziale.

Almanacco 2«“Siamo ancor di più e più fermamente convinti che sia ancora possibile credere nella poesia e nella sua capacità interpretativa dell’Essere e del mondo”, abbiamo affermato un anno fa presentando il primo numero dell’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea. […] L’orizzonte internazionale, la particolarità e la specificità di linguaggi e le musicalità più disparate, la pluralità delle direzioni restano le matrici più profonde del nostro Almanacco, una filigrana sempre sottesa però al confronto tra patrimoni poetici distanti: era così nelle prime intenzioni dell’Almanacco e lo è tuttora. La necessità poi di individuare gli elementi della ricerca che si sta svolgendo attorno a noi, in aree vicine o lontane che siano, e recuperare dal passato voci ancora cariche di un futuro critico o espressivo (qui Mandel’štam), sono altre possibili linee di orientamento che ancora instradano il cammino nell’universo della poesia» è scritto, simile a una dichiarazione d’intenti, nella Prefazione al libro.

Catartico è il Canto alla durata dell’austriaco Peter Handke, incluso nel primo quaderno. La durata è l’occasione di essere sempre presenti a se stessi, il vivere pienamente l’immanente, in quella concentrazione drammatica e corporea che si avverte sino alla punta delle dita. La durata è energia concreta, una sosta prolungata, un allunaggio nel tempo differente, «non prevedibile, non controllabile,/ inafferrabile, non misurabile». Tra i Lavori spicca, invece, il lirismo esacerbato, quasi sibaritico, certamente “scivoloso” nell’ondeggiare mellifluo dell’ultimo Piersanti, estremo rievocatore della natura montefeltresca come rifugio edenico a fronte del mondo industriale e produttivamente servo di terrore inospite, già cantato dal concittadino Volponi. L’uscire illesi dal pantano della tecnica significa saper riassaporare quella memoria trascendentale che Kant pone a fondamento di ogni conoscenza: «oggi c’è molta luce/ nella macchia,/ vengono fuori bisce/ al primo raggio,/ tra le foglie cammino/ intorpidito/ come quella lumaca/ dentro l’erbe/ che il ragazzo toglie/ da una scatola buia// e ripenso a quel giorno,/ giorno non come un altro/ della vita».

Se le Segnalazioni pongono in questione il problematico e travagliato accesso a un linguaggio più attuale, globalmente intriso di cieca modernità senza che si perdano i connotati di bellezza e coerenza artistica (forse la sfida lirica più coraggiosa per le generazioni a venire), i poeti corsi affermano il loro particolarismo isolano nel debito contratto verso un idioma che è ferita aperta, sphragìs, sigillo bruciante di autonomia culturale e identità. L’America Latina, con le sue voci cristalline di denuncia e libertà, chiude “ad anello” un percorso intellettuale nato in seno all’apparente contraddizione del nostro maggiore poeta: il Tutto in fuga. Può un blocco monolitico camminare? Può lo stallo farsi promotore di movenze? Il mutamento stabilirsi?

Difficile rispondere, se è vero che la poesia si mostra agli occhi dei lettori come una quaestio destinata a rimanere crudelmente aperta. Non resta, però, che dare credito – noi passeggeri distratti – a chi coscienziosamente fa riflettere sugli orientamenti attuali della letteratura, questi venditori di almanacchi.

 

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