Andrea Carraro
Regali di Natale

Poesia dall’inferno

Comincia una serie di “consigli“ dei nostri autori. Andrea Carraro vi invita a leggere per le feste il capolavoro dolente di Boris Pahor, ‘Necropoli“: una tragedia senza retorica

Dovendo consigliare un libro soltanto per questo Natale 2014, ne scelgo uno davvero grande, davvero importante, che è diventato un “classico” da noi non da molto (in Italia, dopo una uscita semiclandestina, esce con Fazi solo nel 2008, anche se è stato scritto nel 1967) e che davvero non può mancare in una ideale biblioteca. Parlo di Necropoli, capolavoro di Boris Pahor (Fazi, pp. 280, 16 euro), un romanzo autobiografico sull’esperienza del lager, un’opera magistrale che pone Pahor ai vertici della letteratura sui campi, accanto a Primo Levi, Imre Kertész e Robert Antelme. Il narratore racconta di un suo ennesimo pellegrinaggio al Lager di Natzweiler-Stuthof, nell’Alsazia, dove molti anni prima aveva attraversato l’incubo del campo di sterminio uscendone miracolosamente vivo grazie al suo “privilegiato” ruolo, all’interno del campo, di infermiere. Il narratore rende conto del proprio disagio durante la visita, osservando per esempio due giovani innamorati che si baciano davanti al forno crematorio o notando un’asse sostituita della baracca, o altre “stonature” che rivelano l’impossibilità di trasmettere fino in fondo l’abisso che può conoscere solo chi è morto in Lager o chi è sopravvissuto.

necropoli«Con questo grande libro Pahor affronta il tortuoso incubo della colpa (quantomeno sentita come tale) del sopravvissuto, di chi è tornato; – scrive Claudio Magris nella introduzione – incubo che tanto sembra aver pesato sul grandissimo Primo Levi, quando diceva che chi è tornato non ha visto veramente a fondo la Gorgone e chi l’ha vista non è tornato». Pahor è triestino come il prefatore, ma di cultura e lingua slovena. Il romanzo si serve di una lingua poetica, potentemente evocativa, ricca di figure metaforiche che rimandano spesso al mondo animale o a quello vegetale. Questo libro è stato scritto negli anni Sessanta e cioè molti anni dopo la fine della guerra, come se l’autore avesse avuto bisogno di un tempo lungo di sedimentazione emotiva e di riflessione: Necropoli non ha carattere di “sfogo”. Si disegna piuttosto come alta interrogazione sul male assoluto. Mentre visita quello che è rimasto del campo, ritorna con la mente a quell’orrore e sono immagini strazianti di morte e di malattia e di degradazione. Il narratore faceva del suo meglio per accudire i malati, i moribondi, per cercare di “salvare” qualcuno. Questo sentimento non lo sazia, ne vorrebbe di più, di spirito caritatevole, si accusa di non aver fatto abbastanza.

boris pahorPahor finì in Lager perché aderì al Fronte di Liberazione Sloveno, fu arrestato dalla Gestapo e mandato a Dachau e poi sui Vosgi, a Natzweiler-Struthof, Hartzungen e Bergen-Belsen. Lui sopravvive esercitando il mestiere di infermiere, ma si vede letteralmente morire intorno di denutrizione e di malattia tanti compagni. Lo scrittore ricorda le tenaglie con cui si trascinavano i cadaveri, le assurde percosse, l’agghiacciante sequenza delle docce, con la rasatura del pube, e poi le bocche perennemente urlanti dei tedeschi, i corpi consunti, ossuti dei prigionieri che si trascinano nella neve coi loro inadatti zoccoli di legno e le loro buffe casacche zebrate, oppure si sciolgono in diarrea sotto i cenci luridi dei loro giacigli, o sono intenti a contendersi il cibo lasciato dai morti.

Davvero poetica (se può esserci poesia nel girone infernale del campo di sterminio) la sequenza delle due ragazze che passano davanti alla fila dei dannati ignorandoli completamente, escludendoli dal quadro della bella giornata piena di neve, oppure la fiera reazione di un condannato che prima di essere impiccato sputa in faccia al carnefice. Ma le immagini prevalenti sono quelle del quotidiano affanno dell’infermeria, con quei ridicoli mezzi che avevano a disposizione (come le pastiglie di sulfamidici destinate a uso veterinario per i cavalli). Spesso, considera Pahor, si trattava solo di allungare la vita del malato di poche ore o di pochi giorni e dunque di prolungarne l’agonia. Eppure con quanta determinazione e precisione gli infermieri svolgevano le loro caritatevoli mansioni. In queste espressioni di solidarietà e di carità esercitate in condizioni estreme, possiamo provare a trovare il barlume di una speranza per il futuro dell’umanità, ma è un sentimento che non consola, perché l’esperienza del lager non deve consolare ma va riconsegnata in tutta la sua irriducibilità e spietatezza.

Leggendo questo capolavoro può capitare che uno si senta colpevole di “godere”, in qualche modo, della finezza del racconto, delle qualità stilistiche, di fronte al Vuoto e all’Assurdo che il libro vuole trasmettere.

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