Erika A. Savio
Uno sguardo diverso su Torino

Ode a Mirafiori

Non solo fabbrica, ma occhi, ricordi, corse in bicicletta, cumuli di neve, odori di sugo e profumo di tiglio: la vita di Mirafiori raccontata da chi vi vive (e gli ha dedicato un bel libro)

Sono nata e cresciuta a Mirafiori Sud, Torino, il quartiere che, in Italia, per decenni è stato solo e sempre sinonimo della Fiat, mentre negli stessi anni, a Torino, è stato spesso e sempre ricordato quale dormitorio operaio e ricettacolo di drogati e delinquenti. Stiamo parlando degli anni Settanta/Ottanta/Novanta, fino al drastico cambiamento che ha spopolato la Grande Fabbrica, lasciando al quartiere solo la sua pesante nomea e un’identità tutta da ricostruire. Fin qui, si parla della Storia con la ‘s’ maiuscola, quella che ha fatto di Mirafiori un simbolo: chilometri di muri grigi, scritte con lo spray, casermoni, lotte operaie, lotti in costruzione e giardinetti spelacchiati sotto l’ombra del Grande Fungo di Nervi che dall’alto fornisce un punto di riferimento ineluttabile per chi sorvola Torino e cerca le coordinate per trovarsi (o ritrovarsi). Ma, per chi, come me a Mirafiori ci è nato, Mirafiori Sud è molto altro.

mirafiori3Mirafiori Sud è materiale vivo, è nettare, sostanza e patrimonio di tante storie con la ‘s’ minuscola che prendono vita nel ricordo. Occhi, bocche, visi, mani, gambe, motorini, capelli, pigiami in flanella, bacinelle azzurre, odori di sugo e biancheria negli ascensori, profumo dei tigli in primavera, cumuli di neve alti come montagne in inverno, i garage con le loro lunghe rampe (dove succedeva di tutto: dalla Messa alla salsa di pomodoro); le donne sedute per strada a discutere e raccontarsela tra di loro in dialetti diversi (misteriosamente comprendendosi!) i giardini delle villette con i glicini e le ortensie, i pattini a rotelle anche in casa, le notti blu dove Superga riluceva lontana come un castello sulle nuvole; i tramonti infuocati tra i tralicci, le ciminiere e, ancora più lontana, l’aguzza sagoma del Monviso; e poi tanti, tanti, tanti  bambini, che chiamavano e ridevano, a piedi e in bicicletta, nelle pozzanghere delle strade non ancora asfaltate, sulle bmx di sottomarca con le maglie fluorescenti e le dita appiccicose di gelato, che correvano dietro ai palloni supertele schiacciati sotto le ruote delle auto di passaggio, mentre i ragazzi più grandi si nascondevano negli androni per baciarsi e passavano il tempo ai giardinetti che costeggiano i muri della Fiat, dove si sentono ancora oggi ronzare giorno e notte i cavi dell’alta tensione.

Tutto intorno, oltre alla fabbrica, cadenzato dalle sue sirene, pulsava un mondo pieno di storie, avventure, aneddoti, leggende, personaggi che per anni hanno continuato a bussare alle porte del mio cuore, chiedendo di essere raccontati a tutti quelli che non conoscevano Mirafiori Sud, ma non solo: anche a tutti quelli che conoscevano l’ubicazione del quartiere ma ne ricordavano unicamente i tanti morti di eroina degli anni Ottanta e le occupazioni abusive delle case, ovvero il mondo narrato ne La ragazza di via Millelire di Serra e nel primo documentario sull’uso di sostanze stupefacenti in Italia, Perché droga di Segre.

mirafiori1Per anni ho scritto racconti e articoli per il giornale locale, poi, quando sono diventata giornalista, il salto è stato fisiologicamente breve: una volta incontrato l’architetto Federico Guiati, che ha lavorato alla riqualificazione urbana della zona di via Artom, è partito il progetto del libro, per mettere in luce le testimonianze di un’epoca ma anche dare voce alla nuova Mirafiori, che si è rivelata, riprogettandosi e reinventandosi da zero, un’area molto vitale, pronta a cogliere al volo gli spunti esterni.

E così, in questa atmosfera vivace (anche se, negli ultimi anni, fortemente ‘invecchiata’) sono nati il campus del Politecnico, il progetto Alloggiami, la Casa del Parco e tante altre realtà che, di nuovo, come sempre, rispecchiano la Storia d’Italia, dalle sue origini – con la reggia sabauda e il borgo vecchio di Miraflores – all’industrializzazione, l’immigrazione, gli scioperi, la crisi e la riscoperta finale delle proprie radici in un luogo che non solo pareva non averne, anzi, sembrava sradicare le identità dei suoi abitanti.

Invece Mirafiori ha saputo creare un’identità forte, fatta come si dice in sociologia, di una “salad bowl”: tante radici e background diversi che si sono fusi, arricchiti, impastati, contaminati, fino a creare una nuova e sfaccettata identità che “ti fa sentire a casa” anche dopo tre quarti d’ora di autobus per arrivare – dal centro. Una caratteristica che desidera esser narrata dai suoi abitanti, prima considerati “oltre le colonne d’Ercole” e oggi, invece, orgogliosi della loro storia che si intreccia da sempre con la Storia del Belpaese.

Libro-copertinaIl 2015, dice l’oroscopo, sarà l’anno di Mirafiori, l’anno della città oltre la fabbrica, che ha creato la stramba coincidenza di un mio amico ‘di zona’ che proprio quest’anno ha deciso anche lui di dare voce alla ‘sua’ Mirafiori Sud con il film Mirafiori Lunapark, una favola di ex operai e sogni interpretata da Alessandro Haber e prodotta da Mimmo Calopresti. Io e Stefano Di Polito (il regista, nda) avevamo lo stesso forte materiale, una colata lavica di storie che hanno scelto declinazioni diverse per emergere, dimostrando proprio quanto questa ex periferia sia in realtà… al centro pulsante della vita.

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L’autrice, Erika Anna Savio, ha pubblicato con Federico Guiati il libro Mirafiori Sud, vita e storia oltre la fabbrica, Edizioni Graphot Spoon River, 2014, 261 pagine, 20 Euro.

 

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