Claudio Conti
Nasce il "Club del Malpensanti”

Manifesto dei Malpensanti

Come dopo la Seconda Guerra, l'Italia si trova a fare i conti con una sconfitta: il naufragio dell'etica pubblica e privata sotto i colpi della corruzione e del disinteresse. Contro questa deriva nasce un "fronte popolare" che vuole unire tutti coloro che vogliono ricostruire questo Paese

Roma 1943. «Questa guerra non piaceva a nessuno. Voglio dire, la guerra non piace mai a nessun popolo, credo nemmeno al popolo tedesco. Ma di certe guerre il popolo sente la necessità, intuisce un motivo più alto dell’utile proprio (…) Ma questa no, apparve ostica fin dal primo giorno; ricorderò sempre, di quel 10 giugno, mentre Mussolini annunciava la guerra dal balcone di palazzo Venezia, lo sbigottimento, i visi gravi, gli occhi a terra di gente che s’era radunata in via dell’Impero (…), mentre veniva dalla piazza il clamore imposto e incomposto degli inquadrati, radunati con la solita costrizione, tenuti d’occhio e spronati all’applauso da attenti capisquadra. Là c’era la gazzarra irresponsabile e isterica; qui visi accigliati di gente che prevedeva tutto il male avvenire».

Così inizia un celebre libro di Paolo Monelli, che anche oggi meriterebbe d’essere riletto. Descrive appunto lo sbigottimento iniziale, seguito dallo stato di confusione e soprattutto di rassegnazione di un popolo che dopo essersi lasciato cullare da assurde illusioni si rende conto finalmente d’essere di fronte ad una sconfitta, la più grave della sua storia. Sconfitta che inizialmente si cercherà goffamente di mascherare con le ambiguità del messaggio badogliano; ma che in breve diverrà chiara a tutti nella sua tragica dimensione. Il seguito lo conosciamo: la voglia di riscatto, inizialmente circoscritta e poi sempre più diffusa fino a prendere le forme di uno “spirito della Nazione” la cui influenza si prolungherà attraverso il dopoguerra fino a tutti gli anni ’50, e che oggi può essere colto anche attraverso immagini ingenue, come quelle della celebre serie di francobolli “Italia al lavoro”.

manifesto

Roma, venerdì 5 dicembre 2014. Leggo i quotidiani e – come molti altri connazionali, immagino – provo rabbia, prima ancora che desolazione, di fronte allo sfascio che sembra sommergerci di ora in ora: corruzione degenerata in un gangsterismo primitivo e becero alla luce del sole (e non solo a Roma …), implosione dell’economia appena decretata da Standard & Poor’s, avvitamento e inviluppo della politica, che appare irrimediabilmente affondare nelle sabbie mobili di  antichi riti e vecchie formule. Nel Paese ormai prevale la rassegnazione, che lo stesso Censis certifica, sottolineando lo scarto tra le fughe in avanti consistenti nel moltiplicare “incentivi, riforme e manovre volte a spezzare l’inerzia del corpo sociale”  e l’adagiarsi “con un pizzico di fatalismo [nel] galleggiamento su antiche mediocrità, senza troppi drammi per le ricorrenti notizie traumatiche, incasellandole con il sorriso dolente del ‘ce ne faremo una ragione’”. Di qui la diagnosi per il paziente Italia: astenia, apatia, cinismo, stanchezza.  Nel 1848 a Padova i giovani avevano fatto del Caffé Pedrocchi il luogo simbolico della rivolta. Oggi sono milioni quelli che ne avrebbero tutti i motivi, perché tagliati fuori dal mercato del lavoro, e senza possibilità di progettare il proprio futuro… Eppure chi li vede per strada a protestare?

Ebbene: io non ci sto. Nei miei ricordi infantili c’è già la rassegnazione sulla faccia della gente, la fame resa evidente dalle camicie troppo larghe attorno al collo e l’angoscia del piccolo villaggio di campagna investito dall’esercito nemico in ripiegamento dalla Linea Gotica. C’è anche la fotografia con me e mio padre rivestito da una curiosa tuta da meccanico, con un mitra assieme ad un piccolo gruppo di partigiani, c’è lo spettacolo degli incendi in lontananza che devastavano la grande città sotto i bombardamenti, c’è il ricordo dei volantini che dal cielo lentamente scendevano a terra con messaggi che infondevano speranza… Non ci sto, in quella rassegnazione non voglio ricadere e per questo ho deciso innanzitutto di riesumare una vecchia idea, quella del club, nella sua accezione iniziale: luogo di generazione di idee e di confronto – duro, se si vuole – ma leale, al cui interno i partecipanti si sentano sfidati innanzi tutto a dare il meglio di sé.

Il Club dei Malpensanti. Chi sono costoro? Sono quelli che non si adattano al correct thinking dell’ottimismo ufficiale e allo stesso tempo non si rassegnano. Preferiscono guardare la verità in faccia. E quale è la verità? Inutile perdersi in un giro di parole: siamo nuovamente di fronte ad una sconfitta. Questa volta non militare, anche se pure in questo caso è andata perduta una generazione. Non siamo riusciti a fare del nostro Paese una nazione “normale”, assimilabile alle altre grandi nazioni europee, sia pure con le loro contraddizioni. Inutile barare: se si parla di riscatto, allora occorre il coraggio di partire dalla verità, dalla sconfitta, dallo scacco storico che abbiamo di fronte.

Il Club dei Malpensanti è un “luogo” aperto a chiunque voglia contribuire alla discussione dei temi che mi accingo ad elencare. Non è una associazione, nel senso che non ha struttura formale, non è certificato da atto notarile, non prevede cariche ed incarichi, e tanto meno intende costituire la piattaforma per future carriere politiche. Si entra se si è disposti a contribuire con un lavoro intellettuale e di ricerca; si esce pacificamente laddove ci si senta insoddisfatti dei risultati.  Questi i punti imprescindibili sui quali si deve lavorare:

1. Legalità. Viviamo tempi curiosi: commissari all’anti-corruzione, alla trasparenza ecc. È come se nel 1348 a Firenze avessero nominato un Commissario alla Peste Nera… Qui soprattutto è necessario ripristinare la verità. La crisi di legalità che ci affigge è la conseguenza tangibile dell’assenza dello Stato. Se si concentra l’attenzione sulla miriade di episodi di criminalità corruttiva – una volta accertati dalla magistratura – si finisce inevitabilmente di perdere di vista la radice del problema, oltre a fare le fortune dei mass-media, dopo che sono state fatte quelle degli interessati. Obiettivo principale deve essere la rigenerazione della nozione di Stato e delle regole su cui esso si fonda, il contributo alla costruzione di un forte senso di identità e di appartenenzaa questa essenziale entità sovraordinata, che non può e non deve essere ridotta a un partito, o a imprecisate comunità sociologiche “allargate” o “liquide”. E tanto meno al cosiddetto civismo, che all’atto pratico in Italia si è troppo spesso trasformato nella cura degli interessi di un borgo o di un campanile.

2. Anti-politica, fascismo, qualunquismo, integralismo. Comunque si guardi a questi fenomeni, alla base di tutti troviamo la negazione di una nozione moderna di Stato. Vuoi perché si vuole impedire che il Paese raggiunga la maturità, all’insegna del “tanto peggio, tanto meglio” oppure scoraggiando la partecipazione e trasformando il rapporto elettorato attivo / passivo in quello deleganti / delegati. Vuoi perché si coltiva l’idea di uno Stato autoritario, o intollerante nei confronti di tutti coloro che per qualsiasi motivo appaiano “diversi”. I portatori di questi modi di pensare costituiscono – da un punto di vista culturale – l’opposizione naturale ai Malpensanti.

3. Etica. Nell’articolo 54 della Costituzione – dopo l’obbligo dei cittadini di rispettare la Costituzione e le leggi – si afferma che «i cittadini cui sono affidate cariche pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Il professor Rodotà vi legge qui – giustamente – qualcosa di più del rispetto formale della legalità: il rispetto dell’etica pubblica. Può bastare? No. Occorre elaborare urgentemente qualcos’altro che chiamerò provvisoriamente l’etica della competenza. Si tratta di un altro formidabile strumento per combattere e soprattutto prevenire la corruzione: è chiaro infatti che un paese in cui la competenza venga innanzi tutto costruita, e poi accertata e controllata in modo che – ove esista – prevalga su tutte le “reti”: da quelle relazionali semplici fino a quelle basate sulla complicità, gode certamente di una maggiore protezione rispetto a qualsiasi aggressione mafiosa in senso lato.

4. Istruzione. Senso dello Stato e competenza non sono purtroppo forme di conoscenza a priori; ma debbono essere faticosamente costruite. E qui entra in gioco il ruolo dell’istruzione pubblica, soprattutto della scuola secondaria, che accompagna i giovani attraverso il periodo critico dell’adolescenza. Come vecchio docente universitario ricordo lo sconforto provato tante volte di fronte a studenti potenzialmente capaci, e tuttavia mortificati da lacune culturali vistose, che ne paralizzavano la capacità di visione e di argomentazione. Torniamo alla verità: negli ultimi decenni la scuola pubblica è stata umiliata. Anche qui si è perduta in molti casi l’etica della competenza; allo stesso tempo gli insegnanti, assoggettati a troppe pressioni esterne, spesso si sono ridotti ad una condizione di complicità nei confronti di istituzioni, partiti e perché no? Anche delle famiglie dei loro alunni.

5. Cultura. Il punto precedente anticipa questo, in quanto un sistema di istruzione efficiente e basato sull’etica della competenza costituisce il canale principale per alimentare tutto ciò che sussumiamo sotto il termine di ‘cultura’ e che è destinato ad introflettersi se si interrompe questo flusso vitale. Questo è vero in generale; nel nostro Paese il tema della cultura assume però una connotazione del tutto particolare. Anche in questo caso non guasta un richiamo alla verità: il nostro patrimonio culturale – davvero unico al mondo – costituisce allo stesso tempo la nostra principale ricchezza, anche materiale (si pensi alla FIAT, che nei decenni scorsi è stata la maggior fonte di occupazione nel settore privato, e quanto effimera sia poi stata questa vicenda, approdata all’iscrizione all’albo della lontana Borsa di NY, e oggi emigrata fiscalmente in Olanda e in Inghilterra). Ebbene: gli italiani sembrano in generale essersi spogliati, anche emotivamente, di questo patrimonio sempre più vissuto come estraneo, “altro da sé”. Crolla un muro a Pompei: e chi se ne frega? Le porte della chiesa di S. Maurizio a Milano – dove è ospitato un ciclo di affreschi unico ad opera di Bernardino Luini – sono quasi costantemente aperte consentendo allo smog di penetrare e di svolgere la medesima azione corrosiva che è ben visibile sul rivestimento esterno dell’edificio … I colori lentamente verranno alterati; ma che importa? Di pittura ne abbiamo fin troppa … Vogliamo allora ammettere che questa ricchezza è una parte fondante della nostra identità, e la sua tutela deve essere una componente essenziale della rifondazione del senso dello Stato alla quale come Malpensanti intendiamo contribuire?

alluvione genova6. Ambiente. Una piaga aperta come quella della illegalità: basta riandare ai mesi scorsi, popolati da una successione di disastri che sembrava non dovesse interrompersi mai … E del resto ognuno di noi si interroga: quando, e soprattutto dove, il prossimo? Nella realtà dobbiamo convenire che questo è stato sin qui uno dei più grassi terreni di pascolo della corruzione, e che – anche nei casi “virtuosi” – si è operato con la terapia del cerotto, del rimedio temporaneo, anziché con interventi alla radice. Diciamo la verità: è mancata sin qui non tanto una “cultura”, quanto una capacità di visione del territorio: da quello metropolitano sino a quello regionale o sovra-regionale. Milano è di fatto una città a 2 anime, tanto per fare un esempio: dentro e fuori della Cerchia dei Navigli, come le tensioni e le violenze nelle periferie stanno a dimostrare. Al territorio pensiamo soprattutto in termini di confini amministrativi, e non in termini di specificità o di omogeneità … Anche il linguaggio dei media tradisce questa singolare miopia: ovunque l’orrenda locuzione “messa in sicurezza”, in definitiva il cerotto, il rimedio provvisorio (alla furia del Seveso, del  Fereggiano, del Bisagno ecc.), in luogo di “difesa e riappropriazione”. Eppure – in una prospettiva di rivisitazione del new deal – la tutela e rigenerazione dell’ambiente costituiscono in un Paese come il nostro il cantiere potenzialmente più vasto per creare e assorbire nuova occupazione; progetti enormi possono con audacia essere pensati in una ottica di lungo periodo, tali da fare apparire EXPO 2015 per quello che effettivamente deve essere: un episodio – certamente importante e stimolante – ma poca cosa al confronto. E le risorse? Nel documento Towards a Green Economy a cura dell’UNEP (2011), i ricercatori hanno stimato che, abbattendo il costo del combustibile fossile (come oggi sta accadendo), di fatto si sottraggono ingenti risorse allo sviluppo di tecnologie nel campo delle energie rinnovabili. Si calcola che i sussidi al consumo dell’energia fossile nel mondo siano stati nel 2008 dell’ordine di 557 miliardi di dollari, ai quali vanno aggiunti 100 di sussidi alla produzione … Somme enormi, che fanno comprendere quali mezzi economici e finanziari si libererebbero nella transizione dalla brown alla green economy.

7. Salute e benessere fisico. Un quadro schizoide, apparentemente costituito da 2 piani paralleli: uno fatto di eccellenze; l’altro intessuto da episodi corruttivi e criminali.  Di nuovo rimettiamo al centro l’etica della competenza (inclusa quella relativa alla armonizzazione dei costi) e impariamo a proiettare questo tema cruciale sul territorio di riferimento e sulle caratteristiche di quest’ultimo, anche di tipo evolutivo. La gestione della salute è anche un problema di ottimizzazione dell’allocazione spaziale delle risorse (in termini tanto economici che  di professionalità e sapere).

8. Salute psichica. Se le accuse del procuratore Petralia a Veronica Panarello reggeranno al vaglio del giudizio in Tribunale, avremo sfortunatamente un nuovo esempio di quanto sia importante attivare percorsi e procedure capaci di intercettare il disagio minorile e familiare fin dalla prima infanzia. Viceversa qui, come altrove, sembra prevalere la “cultura” dell’ex post: si interviene quando ormai è troppo tardi, e il corpo straziato di un bambino giace abbandonato in un canalone.

E infine …

9. I politici. Evitiamo stupide generalizzazioni. Limitiamoci a considerare i politici che agli atti risultino coinvolti in episodi di corruzione, quale ne sia l’entità. Essi hanno dimostrato una radicale assenza di senso dello Stato, una totale incapacità di “leggere” il Paese, un’attenzione rivolta esclusivamente a ritagliare per sé e per la corte dei propri protetti privilegi, a volte miserabili, spesso imponenti se paragonati alle difficoltà con le quali si confronta quotidianamente gran parte della popolazione. Per lo più si tratta di personaggi caricaturali o grotteschi, come quel tale ex-ministro che tuonava la propria innocenza, salvo poi – vista la mala parata – affrettarsi a patteggiare la limitazione alla libertà personale e una ingente pena pecuniaria. I Malpensanti si impegnano a contribuire perché questa tribù resti sempre ben visibile alla coscienza pubblica e di essa non si affievoliscano le tracce. Tutti assieme al centro del quadro del degrado morale, legati – anzi: avvinghiati tra loro – come i naufraghi della zattera della Medusa di Théodore Géricault …

In definitiva: è venuto il tempo non solo per dire: basta!; ma anche e soprattutto per uno scatto di orgoglio. Per coloro che si riconoscono nelle cose sin qui scritte e nei temi elencati la porta del Club dei Malpensanti è aperta. Benvenuti.

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Questo documento di Claudio Conti è stato sottoscritto anche da Anna Camaiti Hostert, Nicola Fano, Donatella Fiocchi, Marco Fumagalli, George Hostert, Odetta Melazzini e Cristina Vannini. Chiunque voglia sottoscriverlo, può indirizzare la sua adesione a redazione@succedeoggi.it

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