Danilo Maestosi
Al Museo Bilotti di Roma

Tutti i colori d’Africa

Inaugurata una piccola grande mostra, "Imago Mundi", che testimonia la ricchezza della ricerca artistica in Africa. «Un mondo dove anche la pittura ha un'origine orale»

C’è il continente nero di avventure, tenebre e visioni esotiche dell’immaginario coloniale e postcoloniale. E c’è l’Africa dei migranti, delle rivoluzioni mancate, delle tensioni religiose e delle guerre tribali, dello sfruttamento, della fame, della miseria. L’Africa disegnata dallo sfaccettato mosaico di miniature d’autore della mostra Imago Mundi, inaugurata al museo Bilotti di villa Borghese è invece soprattutto un frastornante crogiuolo di colori, suggestioni, sorprese visive, che occupa una sorta di terra di mezzo dove gli artisti locali spesso inseguono e perpetuano le fantasie dell’Occidente, ne ripropongono a volte, per calcolo o ingenuità, fughe e cadute, ma rimangono pur sempre ancorati alla propria anima, all’orgoglio delle proprie radici. Una preziosa iniezione di vitalità nel panorama sempre più arido del contemporaneo angolofono o eurocentrico.

imago mundi3«Perché l’arte africana, questo il segreto profondo della sua bellezza, commuove, agita, coinvolge, mette in movimento. È arte nuova», spiega al taglio del nastro Luciano Benetton, ormai mecenate a tempo pieno da quando ha lasciato la guida dell’azienda di famiglia. È lui l’artefice e il promotore di questa singolare rassegna, portata in trasferta a Roma in coincidenza con un vertice sulla cooperazione tra Italia e Africa in corso alla Farnesina. E confezionata con un campionario dei singolari materiali, migliaia di piccole tele e mini-installazioni dello stesso formato, 10 cm per 12, provenienti da una raccolta di dipinti che Benetton, emulando una sfida da collezionista lanciata nel dopoguerra da Cesare Zavattini, ha cominciato a mettere insieme nei suoi tanti viaggi e poi ancorato con l’aiuto di consiglieri, curatori ed esperti, cui ha delegato la selezione delle opere e degli artisti, ad un ambizioso progetto: costruire attraverso queste immagini in scala ridotta una sorta di mappa dell’arte di oggi in tutti gli angoli e le latitudini del mondo, anche quelli più trascurati dalla critica e dal mercato. Un catalogo in continuo ampliamento che ormai abbraccia oltre cento paesi, tra cui appunto le sedici nazioni africane rappresentate da questa mostra, sigillata dalla presenza alla cerimonia d’avvio del nuovo presidente del Senegal Machy Sall, che ha esplicitamente invitato i futuri visitatori a tener conto «che la cultura africana così come anche l’arte, è una cultura trasmessa e accumulata per via orale. Affabulatoria, animata dall’attenzione alla vita di ogni giorno e da una propensione alla gioia che riesce a mitigare anche dolori, drammi, lacerazioni».

Un piacere e un gusto narrativo anticipati dalla festosa istallazione allestita come prologo su una pedana all’ingresso: un cerchio di personaggi tenuto a bada da una sorta di buffo vigile urbano e chiuso da un feticcio bifronte che evoca i misteri della tradizione tribale. Spunti ripresi e declinati poi in vario modo dai tredici siparietti sgranati lungo il percorso che incorniciano come bacheche paese per paese i piccoli cimeli della raccolta. C’è davvero di tutto in quell’alveare di caselle. Persino evidenti richiami alle soluzioni dell’arte povera in una serie di tasselli che inscatolano a rilievo pietre, lucchetti, proiettili, oggetti quotidiani. O citazioni d’arte concettuale, come in alcune tele su cui gli autori hanno tracciato slogan rabbiosi, proclami di speranza o trascritto intere poesie.

imago mundi2Ma il grosso delle opere è puro esercizio di pittura. Molti i quadretti che si richiamano all’arte pop o al fumetto. Molti che si tuffano nell’immaginario del folklore: donne velate, capanne, cammelli, leoni, zebre. In tutti anche nei dipinti più astratti esplode comunque in modo quasi spudorato, come un inno alla vita, il colore.

È la voglia degli artisti di tradurre la propria ispirazione, le proprie emozioni, la propria speranza in racconto. Due approdi che l’arte dell’Occidente, per furbizia, stanchezza, sovraccarico di memorie sembra aver relegato sempre di più ai margini, insieme alla tecnica del pennello. Perdendo in sincerità e verità. Un nostro naufragio che riempie di nostalgia lo spettacolo di questi spezzoni d’Africa in via di globalizzazione.

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