Erminia Pellecchia
La kermesse al Lingotto di Torino

Suggestione Artissima

194 gallerie (137 straniere e 57 italiane), 900 artisti, cinquantamila visitatori: La rassegna Artissima è stata un successo. La ricerca è viva e il mercato si sta riprendendo

Cinquantamila visitatori con l’incremento del 10 per cento di ingressi a pagamento, una folta pattuglia di collezionisti e di responsabili di acquisizioni di tutto il mondo, in particolare da Stati Uniti, Sud America ed Asia, 194 gallerie (137 straniere e 57 italiane), 900 artisti, curatori e direttori di musei dall’intero globo: numeri che fanno riflettere e che decretano il successo dell’edizione numero 21 di Artissima, l’Internazionale di arte contemporanea che, con le sue suggestioni, ha occupato Torino lo scorso weekend. Il dato più esaltante è quello delle vendite, a dimostrazione che passione e portafoglio possono andare d’accordo, malgrado la crisi. O, forse, proprio a causa della crisi perché investire nei «beni rifugio» in questi tempi di depressione conviene. E più un’opera costa – nella fiera all’Oval c’erano cifre da capogiro con quotazioni quasi a sfiorare il milione – più si mette mano alla tasca, a maggior ragione se la firma è di quelle consolidate.

Lo sottolinea Paola Verrengia, tra le tre gallerie campane selezionate dall’attento e scrupoloso comitato di esperti di questa mostra mercato che si è ormai attestata nella rosa degli appuntamenti mondiali più importanti del settore, sia sul piano della riconoscibilità internazionale che su quello identitario della location Torino, città ormai leader nel campo dell’arte contemporanea. Lo stand della salernitana, ospitato nella prestigiosa Main Section che annovera i 124 atelier più “in” del pianeta, è stato interamente dedicato a Luigi Mainolfi, tra gli esponenti di spicco della scultura post concettuale degli anni Ottanta. Quasi una personale, «un allestimento da sala museale», l’ha definito Danilo Eccher, direttore della Gam, partner d’eccellenza, con il castello di Rivoli e la Fondazione Merz, di questa maratona culturale lunga quattro giorni e diffusa sul perimetro urbano sotto le luci, ovviamente, d’artista.

artissima2Puntare su un solo nome è stata una scelta coraggiosa, per un gallerista a dir poco rischiosa, ma il pubblico, quest’anno quanto mai informato e consapevole, ha premiato la sfida lanciata dalla direttrice di Artissima, la triestina Sarah Cosulich Canarutto, di introdurre un filone tematico aprendo un segmento espositivo del Lingotto ad alcuni grandi innovatori del linguaggio dell’arte che non hanno sempre ricevuto la giusta visibilità rispetto alla rilevanza del loro lavoro e all’influenza sulle generazioni successive. Presenti a Back to the Future opere storiche tra anni Sessanta e Ottanta di venticinque artisti rappresentati da 24 gallerie (solo 4 italiane) con focus, in particolare, sull’Astrazione geometrica e sull’arte sud-americana.

Stellato il comitato curatoriale composto da Joao Fernandes, Douglas Fogle, Beatrix Ruf e Jochen Volz che hanno assegnato il premio Sardi alla François Ghebaly di Los Angeles con l’omaggio all’artista statunitense Channa Horwitz scomparsa lo scorso anno. Interessanti i padiglioni della Gregor Podnar (Berlino/Ljubljana), incentrato sulla figura resistente e sulla coscienza critica contro i totalitarismi del romeno Ion Grigorescu; della Aurel Scheibler di Berlino con la sensibilità plastica e segnica di Norbert Kricke e la sua indagine, in una concezione anti-euclidea dello spazio, sull’infinito; dell’Henrique Faria (New York/Buenos Aires) con l’irriverente e spettacolare argentina Marta Minujin; della Maisterravalbuena di Madrid con lo spaccato sull’attività politico-sociale-creativa di Néstor Sanmiguel Diest; della Tomio Koyama (Tokyo/Singapore) con la riscoperta felice della poetica zen di Kishio Suga, figura principale della corrente Mono-ha che, a fine anni Sessanta, ha esplorato il confronto tra materiali naturali e industriali; e della MOTinternational (London/Brussels) con le installazioni sciamaniche della coreana Seung-Taek Lee. Piacevole, poi, l’anticipazione della monografica dei progetti utopici di Ugo La Pietra che si inaugurerà il 26 novembre al Design Museum di Milano.

Qualità e professionalità. Mai come quest’anno l’impatto, al primo colpo d’occhio, è stato di attraversare un percorso narrativo, visivo e concettuale,  sospeso tra passato, presente e futuro sul fil rouge sgranato dalla Cosulich di sperimentarsi e rimettersi in discussione. Belle le proposte accattivanti di Lia Rumma (Milano/Napoli) e le gemme Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, William Kentridge, Ettore Spalletti, Ugo Mulas, Anselm Kiefer, Joseph Kosuth e Gilberto Zorio (anche nello stand in fitto colloquio con il direttore del Madre Andrea Viliani); di Sprovieri (Londra) con i fiori all’occhiello di Jimmie Durham e Jannis Kounellis; di Persano (Torino) con Per Barclay, Juliao Sarmento e Alessandro Sciaraffa; della bolognese De’ Foscherari con Calzolari, Ceroli, Parmiggiani e Nunzio; della storica Tucci Russo (Torre Pelice) con Paolini, Penone, Anselmo, Airò, Lohr e Tony Cragg; della bresciana Massimo Minini con Carla Accardi, David Maljkovic e Luigi Ghirri; della romana Lorcan O’Neill con Kiki Smith, Tracey Emin, Giorgio Griffa ed Eddie Peake; di Vistamare (Pescara) con Mimmo Iodice, Armin Linke, Joseph Kosuth ed Ettore Spalletti; di Magazzino (Roma) con Jan Fabre, Gianluca Malgeri e Vedovamazzei. della torinese Photo&Contemporary con Basilico, Fontana e Lukas.

L’elenco è lunghissimo, impossibile citare tutti. Tra gli stranieri il dolcissimo frame di amore gay firmato Juergen Teller e affisso dalla Cristine Konig di Vienna, l’ironico ritratto di Napoleone di Cristoph Blawert, tra i gioiellini della Produzenten di Amburgo, i Tableaux borghesi di Marge Monko proposti da Ani Molnar (Budapest), l’installazione elettromagnetica di Christina Kubisch della berlinese Mazzoli, la liturgia del limite tra scultura e architettura del portoghese Gonçalo Sena offerta dalla Krome di Berlino, la “Biancaneve” del Sol Levante di Mika Ninagawa che ammicca dallo spazio della Tomio Koyama di Tokio, le morandiane, liquide, capovolte nature morte di David Adika provenienti dalla Braverman di Tel Aviv, l’invito ad attraversare la vita “a passo leggero” di Ramuntcho Matta (Annie Barrault, Paris), i teatrini psicologici di Eva Kot’atkova (Hunt Kastner, Praga), le visioni da sabba di Pedro Neves Marques (Pedro Cera, Lisbona), i fiori del male di Gonçalo Lebrua (Faggionato, Londra), la parete denuncia del brasiliano Matheus Rocha Pitta urlata dalla Mendes Wood Dm di San Paulo. Da seguire la stella nascente Marinella Senatore, cavese con la valigia in moto perpetuo tra Berlino, Londra e Rio, artista che al primo posto mette l’impegno civile e che qui vediamo tra i talent della Motinternational di Londra.

Di taglio rigoroso la piattaforma “emergenti” (un po’ troppo istituzionale, va detto, più accattivante la rocchettara The Others alle Carceri Nuove, fuori dai confini, selvaggia come recita il tema 2014 “The Wild Side”, serratissima nel cortocircuito di musica, mostre, performance e video). «Present future» accende i riflettori su venti artisti sponsorizzati da 21 gallerie, di cui solo tre italiane. «Giunta alla sua quattordicesima edizione – avverte Luigi Fassi, coordinatore della rosa internazionale di curatori under 40 – si caratterizza anno dopo anno come un hub, un luogo in cui si concentrano in maniera intensiva alcune esperienze artistiche decisive tese  a rimarcare un’anticipazione del presente nel futuro». Il premio Illy ad essa associata è andato alla video artist  Rachel Rose (1986, New York) nella scuderia della High Art di Parigi. Per lei l’opportunità di una mostra al Castello di Rivoli. Diciannove, invece, le new entry, di gallerie con appena cinque anni di vita. Anche in questo caso privilegiate le straniere, ben sedici. E, a questo punto, è necessaria un’analisi sul sistema Italia, forti delle polemiche accese in questi giorni dagli addetti sulla scia del monito lanciato su Exibart da Antonio Galdo sullo “sprecare in arte”: vittime di un Paese che non li riconosce e non li difende in primo luogo gli artisti, tagliati fuori dai circuiti internazionali; secondo anello debole i galleristi, “competenti, generosi e coraggiosi”, schiacciati dalle mode e dalla concorrenza estera e privi di fondi o agevolazioni come, al contrario, avviene oltralpe. A riprova: perfino il premio Guido Carbone New Entries ha favorito la romena Baril. Un plauso va alla sezione, quasi tutta nostrana, “Art Edition” con edizioni, stampe e multipli di artisti contemporanei e, al debutto di “Per4m”: per la prima volta la performance entra in un contesto fieristico, inseguendo la recente tendenza del mercato. Vincitrici con il loro “Nautilus” del 2013 Louise Hervè e Chloè Maillet della Marcelle Alix di Parigi.

artissimaPunta di diamante e sicuramente attrazione dell’ampio pacchetto di Artissima che si è diramato in tour cittadino tra musei e spazi privati, è stato One Torino/Shit and Die, forte del richiamo di un curatore-non curatore, quel Maurizio Cattelan (nella foto accanto al titolo) che non finisce mai di stupire, un curioso che sa scoprire e fa scoprire. Affiancato da Myriam Ben Salah e Marta Papini, ha immaginato un racconto-visione lungo gli ambienti di palazzo Cavour: vita e morte a rincorrersi all’interno della dimora storica. «È stato – racconta l’artista che per noia si è autopensionato – come fare un vestito su misura. Questa mostra che è a immagine e somiglianza di Torino, non può essere spostata da nessuna parte, nemmeno in un palazzo identico in un’altra città. L’abbiamo pensata come un racconto per immagini: oggetti dei musei torinesi sono in dialogo con opere contemporanee già esistenti o con nuove produzioni commissionate a giovani artisti stranieri». Il passato di una città industriale ormai in declino a confronto con la fascinazione per il collezionismo in una sorta di torre di Babele dura e assurda, lieve e profonda, per dirla con Cattalan «triste e promettente, rivoluzionaria senza la pretesa di fare rivoluzioni».

Artissima ha chiuso ma ha lasciato un’eredità. Per i ritardatari c’è tempo fino al 25 gennaio per ammirare alla Galleria civica d’arte moderna i lavori su carta e i grandi dipinti di Roy Lichtenstein, duecento opere del maestro indiscusso della Pop Art riunite per la prima volta in Italia. Curata da Danilo Eccher,  così come lo straordinario corpus di dipinti e gouaches di Cecily Brown, osannata dal mondo della cultura, della musica e della moda. Intensa, aggressiva e dolce nello stesso tempo, la sua forza energetica si nutre di sangue e viscere. Più intimistico e sentimentale l’intervento site-specific per Rivoli di Sophie Calle (fino al 15 febbraio, a cura di Beatrice Merz): “MAdRe”, il mare madre che accoglie e accomuna, che ti fa ritrovare la via anche quando ti senti sperduto.

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