Danilo Maestosi
Una mostra tra luci e ombre

Le torri del dubbio

Il sontuoso complesso dei Mercati di Traiano a Roma ospita le sculture di Park Eun Sun: totem di marmo scorticato e in bilico, a testimoniare certezze che non ci sono più

Tra i grandi monumenti di Roma il complesso dei mercati di Traiano, è quello che più ci restituisce l’orgoglio, il senso di dominio e di controllo dello spazio e del tempo della alta burocrazia imperiale. È come un enorme centro direzionale dell’epoca (banche, uffici di cambio e di rappresentanza delle comunità straniere, magazzini d’ammasso, negozi e botteghe di qualità) sopravvissuto quasi intatto al crollo dell’impero e agli spogli. Con il suo scheletro di mattoni e di marmo lì a trasmetterci sia la sfida all’eternità e alla durata di questa eccezionale impresa urbanistica sia l’impronta di leggerezza e di grazia che il suo architetto, il siriano Apollodoro di Damasco, ha impresso a questa alternanza di volumi curvi e rettilinei, forme cave e aggettate. All’opposto della Torre di Babele, incubo di punizione e disfatta coniato dall’intolleranza delle religioni monocratiche, un monumento simbolo della possibile convivenza di linguaggi e diversità che offre suggestioni infinite agli artisti di oggi accolti periodicamente ed esibirsi nei suoi spazi aperti alla contaminazione. A loro rischio e pericolo, perché un’architettura così perfetta, una miscela così intensa di potenza e rovine, smaschera immediatamente ogni caduta di stile, ogni tentativo di abitare da simulatori o invasori il passato.

È un naufragio che lo scultore Park Eun Sun, coreano, solida caratura internazionale alle spalle, 50 anni, da venti anni trapiantato in Versilia, prestigioso bacino d’apprendistato per la lavorazione e la levigazione del marmo, riesce abilmente ad evitare, rinunciando ad emulare la scala dilatata e l’inimitabile aura di stabilità del Mercati Traianei. Le sue sculture, tredici lavori recenti selezionati dal curatore Gabriele Simongini, e disseminati in vari punti, le terrazze lungo la via Biberatica, il giardino sotto la Torre delle Milizie, il più piccolo dei due emicicli riaperto al pubblico per l’occasione, si ispirano sicuramente a colonne e soglie di pietra, ma elaborano quei motivi con un senso d’instabilità, di precarietà che è tutto moderno, specchio delle incertezze, della crisi, dei conflitti che viviamo. E con un gusto per la decorazione che lascia emergere la sua origine orientale.

Park Eun Sun2Le opere a nostro avviso più riuscite sono le torri di marmi bicolori che assembla in vari modi lungo il percorso. Semplici, intonate all’ambiente, ma esotiche ed estranee come dovevano apparire all’epoca di Traiano gli obelischi che gli imperatori trapiantavano dall’Egitto, per appropriarsi della gloria dei faraoni. A caratterizzarle è l’apparente, vistosa assenza di equilibrio che li connota. Può essere la prospettiva sfalsata che induce stupore: la mole di un cilindro rosso e nero che concentra il peso su in alto e lo scarica su un gambo sottilissimo, la pelle del marmo che si sfalda ai lati senza sostegno a scorticare i vuoto. Può essere la convivenza impossibile che l’autore suggerisce impilando in altezza sfere e cubi piantati sull’angolo più aguzzo. Può essere la torsione barocca di incastri rientranti e aggettati che impone ad un altro dei suoi assemblaggi. Una sfida alla razionalità della statica e della geometria dei solidi accentuata dalle fratture che in partenza Park Eun Sun apre sulla superficie levigata del marmo , varchi che consentono allo sguardo di attraversare la compattezza della figura, catturare la luce e la vista alle spalle. «Un modo – spiega l’artista – per liberare il respiro, la scintilla di fantasia in letargo nella sostanza stessa del marmo». Forse anche chissà un esorcismo, che anticipa e rende così innocue le ferite e le rughe del tempo che passerà.

A volte però questa arroganza da demiurgo trascina lo scultore verso imprese ancora più azzardate. Lo spinge a trasformare i suoi cilindri a due tinte in fusti di alberi che si protendono in rami di sfere aggettanti, eleganti ma bizzarri come giocattoli alieni, esperimenti di puro design. Mobili fantasiosi ma senza mistero. E senza profondità. I mercati di Traiano utilizzati come stand o salotto. Una rottura, una forzatura di gusto che questa ribalta, tollerante ma esigente, non riesce a metabolizzare.

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