Patrizia Valentini
Racconti del peccato/26

Piume azzurre

L’angelo si alzò e lentamente cominciò a girare per la casa. Guardava le foto nelle cornici, si rigirava tra le mani i libri. Toccava ogni cosa

Ecco un altro stormo di angeli custodi. Da settimane ormai se ne vedono passare a tutte le ore. Con il chiaro del giorno è ancora più evidente perché il cielo si oscura ed è un continuo movimento di cambi di luce, un’intermittenza senza fine.

La lunga finestra verticale del mio appartamento al 10° piano mi avvicina così tanto a loro che vorrei afferrarli per quelle lunghe ali di piume azzurre, strattonarli e pregarli di restare.

Un mio fidanzato, una volta mi disse che sono particolarmente sensibili al suono della musica. Allora mi venne un’idea: girai le casse stereo e spalancai la finestra.

Era novembre e quel giorno faceva freddissimo. Un fiotto di aria gelata entrò prepotente nell’appartamento. Indossavo un pullover nero che lasciava scoperte le spalle. Un brivido mi percorse la pelle…. ma non potevo perdere tempo a cercare qualcosa per coprirmi.

Dovevo assolutamente trovare della musica adatta, sì, ma quale? Tra la montagna di cd che possedevo, avrei scovato sicuramente qualcosa!

«Che c’è? Perché facevi tutto questo casino?».

Me lo vidi comparire al centro della stanza.

All’improvviso.

Le pareti si mossero leggermente. Strofinai  gli occhi. e lo guardai incantata, come un bambino di fronte al suo supereroe.

Sorrisi. «Volevo…»..

Lui era serio e non sorrideva per niente… «Ci hai storditi. Uno di noi stava per perdere l’equilibrio e cadere».

Scossi la testa imbarazzata. « Mi dispiace».

«Bastava che mi chiamassi»..

«Come? Chiamare?».

«Sì… con il mio nome. Thomas!

«Ah! Non sapevo…».

«Ti perdono perché ascolti bella musica. E’ un sacco che non sentivo “Black “ dei Pearl Jam!».

«Bene! Allora…vuoi che… ti prepari un caffè?». Fu la prima cosa che mi venne in mente da dire, del resto non avevo mai parlato con un angelo.

«No. La caffeina mi fa venire le palpitazioni alle ali».

«Deve essere pericoloso!».

«Molto. Dammi una birra invece».

«L’alcol non ti fa girare la testa quando sei così in alto?».

«No! Anzi, mi dà una sensazione di onnipotenza. Mi sembra sempre di volare troppo basso».

In frigo avevo un paio di lattine di birra chiara.

«Grazie. Ottima questa marca!».

Tirò la linguetta con forza, e un po’ di schiuma schizzò fuori. Leccò avidamente il bordo della lattina. L’osservai con occhi diversi. Non era niente male questo Thomas:  alto, magro, con l’aria sexy.

Si sedette sul bracciolo del divano.

Le ali sbattevano sul parquet.

Tirò indietro un ciuffo di capelli che gli era caduto sugli occhi. Guardava intorno, le sue pupille scintillavano.

«E’ bello qui da te».

«Ci vivi con qualcuno?».

Pensai a Riccardo. Avevamo vissuto insieme per quattro anni. Ora era a Londra per lavoro e forse sarebbe rimasto lì per sempre.

«No».

«E’ bello essere soli. Liberi. Volare senza pesi, senza zavorre».

Però a me non piaceva proprio stare da sola, mi faceva venire una gran malinconia.

L’angelo si  alzò e lentamente cominciò a girare per la casa.

Guardava le foto nelle cornici, si rigirava tra le mani i libri. Toccava ogni cosa.

Non mi dava fastidio, anzi, era bello averlo intorno con quelle ali che sembrava dovessero distruggere qualunque oggetto fosse nelle vicinanze, e invece sfioravano tutto delicatamente .

Aprì anche la seconda lattina di birra.

«Cos’è questo?». Avrei preferito che non avesse curiosato in bagno. Tenevo quella cosa sul bordo della vasca da tre giorni.

«E’… un test di gravidanza».

«Come funziona?».

«Fai la pipì in quel contenitore. Aspetti qualche minuto che, in realtà, sembra una vita intera. Guardi il colore che compare. Se è rosso non sei incinta. Se è blu aspetti un bambino.

«E’ blu». Disse scuotendolo leggermente.

«Sì».

«Non sei contenta?».

«No».

Thomas aveva finito la birra.

Non volevo andasse via e dovevo trovare una buona ragione per convincerlo a restare. Cominciai a sudare.

«Sai, ho una collezione di cd… cosa… ti piacerebbe ascoltare?».

Non feci neanche in tempo a finire la frase.

Lo vidi muoversi  con uno scatto verso la pila dei cd e afferrarli come un tossico da tempo in astinenza. Doveva amare molto la musica.

Cominciò a porgermi uno dopo l’altro una quantità smisurata di cd. Ci sarebbe voluto del tempo per ascoltarli tutti.

Avrei potuto tenerlo ancora con me.

Non mi era mai piaciuto stare a casa ma, con Thomas tra i piedi era diverso.

Intorno a lui  aleggiava sempre una luce che mi scaldava e mi faceva sentire serena.

Fuori c’era un mondo che  mi disturbava.

Facemmo un patto.

Io avrei tenuto il bambino e, una volta nato, Thomas l’avrebbe portato via, in volo con lui.

Mi piaceva pensare al mio bambino a cavalcioni sulla spalle dell’angelo.

A volte, uscivamo per fare la spesa.

L’angelo portava le buste più pesanti quelle con le lattine di birra dentro.

Facevamo anche delle  passeggiate nel parco.

Soprattutto la sera, all’imbrunire. Ci sedevamo su una panchina. Thomas apriva una lattina e io mangiavo pop-corn. C’era silenzio a quell’ora, solo il rumore delle foglie mosse dal vento, lo scricchiolare degli alberi, i versi degli uccelli.

Non parlavamo, io chiudevo gli occhi  e canticchiavo. L’angelo diceva che avevo una bella voce.

* * *

La mia pancia cominciò a crescere. Il resto del corpo non prese peso. Ero buffa :mi guardavo allo specchio girandomi di profilo: destro, sinistro. Sembravo una bambina che aveva messo un cuscino per giocare alla “donna incinta”.  Alcune cose di Riccardo erano rimaste nell’armadio. Indossavo le sue camicie colorate.

Thomas  sussurrava che stavo bene così.

Però quel pancione mi dava fastidio. Mi faceva mancare l’aria.

Lo odiai.

Rivolevo il mio corpo magro e sinuoso.

* * *

Mi lasciavo alle spalle giornate tutte uguali. Scandite dalla regolarità dei gesti  e dalle azioni. Qualunque cosa facessi, avevo addosso lo sguardo di Thomas.

Leggevo. Guardavo vecchi film in bianco e nero alla televisione.

Stavo per ore immersa nella vasca da bagno con il mio ventre gonfio che galleggiava quasi fosse una parte unica, staccata dal mio essere. Lui, si sedeva sul bordo e mi accarezzava i capelli bagnati, poi il viso ,il collo, le spalle. Se fosse sceso più in basso non lo avrei certo fermato. Anzi ero tentata di afferrargli quelle belle e agili mani e trascinarle sul mio seno o tra le cosce.

Preparavo da mangiare per me e per l’angelo.

Avevo sempre fame e spesso prendevo il cibo dal suo piatto.

Mi distendevo sul divano e m’incantavo ad ammirare le sue ali. Avevano tanti impercettibili movimenti a seconda dei suoi stati d’animo. Possedevano mille sfumature, ma il colore predominante era l’azzurro.

* * *

Quella notte, quando mi misi a dormire e poggiai la testa sul cuscino, ascoltando il mio respiro, sentii un suono diverso. Più pesante, rantolante, quasi non fosse il mio.

Aprii gli occhi e scoprii la faccia di Thomas attaccata alla mia. Sorrideva triste e dolce.

«Che fai?».

Si avvicinò ancora di più e mi diede un bacio sulle labbra.

Non avevo mai sentito il sapore delle labbra di un angelo. Erano morbide come velluto e sapevano di buono. Non c’era niente di erotico e di eccitante  in quel bacio. Era un bacio che era tante cose insieme: un abbraccio, una stretta di mano, una pacca sulla spalla, un sorriso.

«Devo andare…».

«Andare…dove?». Balbettai non capendo.

Mi sentivo bagnata.

Tentai di alzarmi sulla schiena ma non ce la facevo. Ricaddi pesantemente sul materasso. Allungai  la mano e quando la portai agli occhi avevo le dita come se le avessi passate su un colore a tempera rosso . Il terrore mi fece trovare la forza e quando riuscii a drizzarmi vidi che una pozza di sangue mi circondava.

«Thomas!!!» Urlai.

Il sangue continuava a scendere come quando lasciavo aperto il rubinetto della vasca per farmi il bagno.

Cominciai a vedere appannato.

Ma dov’era Thomas… non se ne sarà andato via così!

Non si sarà mica spaventato alla vista del sangue?

La testa mi girava e ricaddi con il corpo all’indietro. Lo sguardo volto in terra.

Notai qualcosa che splendeva, quasi luccicava sul parquet di legno scuro.

Un paio di forbici, di grosse forbici da sarta, con la lama rossiccia.

Come se stessi sognando mi ricordai di quando mi ero svegliata.

Fuori stava per sorgere il sole.

Mi ero  alzata e diretta verso l’armadio. Avevo preso le forbici dal cesto del cucito. Le avevo portate con me a letto. Poi, tenendo gli occhi chiusi stretti stretti mi ero colpita più volte al ventre. Non faceva male anzi il dolore che fino ad allora mi aveva bruciato come acido l’anima, era sparito, dissolto.

* * *

Mi domandai se Thomas si fosse ricordato di portare il bambino con sé, come mi aveva promesso. Mi parve di sentire un fruscio, come un movimento d’ali.

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patriziavalentini2Patrizia Valentini nata a Roma, si è diploma all’Accademia D’arte Drammatica “Pietro Scharoff” e recita in teatro, cortometraggi e videoclip. Ha frequentato la scuola di scrittura creativa Omero e ha debuttato con il racconto Lacuna coil pubblicato nella Nuova Antologia del racconto fantastico Fantareale, Omero edizioni. Finalista al Premio Arturo Loria con il racconto L’appuntamento pubblicato su antologia Marcos y Marcos edizioni; finalista al Trofeo Rill con il racconto Il solito silenzio pubblicato su ebook; il suo racconto Città senza sole è pubblicato su antologia Giulio Perrone edizione. È autrice del blog Your Blu Velvet.

 

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