Danilo Maestosi
In margine a una residenza d'artisti

Parla l’Etna

Immaginate che il vulcano decida di dire la sua sul mondo, su chi travisa la sua potenza, su chi lo provoca e chi lo rispetta. E sul rispetto (creativo) che si può nutrire per la natura

Questa riflessione nasce di ritorno da una residenza d’artista a Sant’Alfio, in un suggestivo luogo a mezza costa sulle pendici dell’Etna, che una critica d’arte, Nilla Zaira d’Urso, punta a trasformare in un osservatorio d’autore. Tra pittori invitati a soggiornare per tre giorni in questa balconata tra paradiso e inferno e a trarne ispirazione c’erano Solveig Cogliani, sangue siciliano ad infiammare la sua tavolozza, Shuhei Matsuyama. giapponese trapiantato in Italia, sguardo zen sull’istante di ogni emozione, e Danilo Maestosi, L’autore del nostro diario d’autore. Oggetto di desiderio per tutti: l’Etna, di cui, da testimone, Danilo Maestosi ho provato a raccogliere e tradurre la voce.

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danilo maestosi etnaOgni tanto butto giù l’occhio verso il mare e se l’acqua non è increspata mi guardo allo specchio. Magari rischio il torcicollo: ho la testa piuttosto piccola, il collo infossato nelle spalle e a farmi schermo porto in groppa troppe case e casacce. Ma ne vale la pena. Non sono poi così male. Il giro vita, forse un po’ troppo generoso, spalmato com’è fa la sua figura. La bocca, basta spruzzarci su un po’ di rossetto senza esagerare – a volte mi faccio prender la mano – è piuttosto sexy, specie quando mi accendo l’ennesima sigaretta. E se il vento collabora quella parrucca di nuvole e fumo alla lady Godiva che mi svolazza ad aureola sul capo mi sta d’incanto. O che dite, m’invecchia troppo?

Eccessi di narcisismo? Vanità? Scagli la prima pietra chi è senza peccato, io lo faccio quasi ogni giorno per illudermi di meritar il paradiso, per sconfessare quell’onta da inferno, di cui m’hanno scelto a modello. Ma ci ricasco sempre. E un po’ è colpa vostra. Hai un bel tentare d’essere o sembrar naturale con tutti quegli sguardi, quei binocoli puntati addosso. Ma non è tanto questo a darmi fastidio: ho il senso dello spettacolo nel sangue. E’ quel sesso posticcio, quell’identità al femminile che mi hanno affibbiato, a spingermi alle moine e al travestimento come una drag queen. Mi lascio indurre in tentazione, sto anche al gioco, ma dentro mi ribolle la pancia. Io, l’Etna, una vulcana? Sentite come suona stridente. Una grande madre? Ma grande madre di che?, se per secoli ho partorito solo aborti di fuoco, cenere e lapilli, se dentro sprigiono troppo caldo per provare l’orgasmo di un vero abbraccio e per invogliare qualcuno, suicidi a parte, all’ebrezza di un contatto troppo ravvicinato? È che mi confondono con la Terra. Concorrenza sleale, lei sì che è fertile, generosa, invogliante, lei sì che sa dosare gli umori, accoppiarsi e generare, arricchendosi alle mie spalle con tutti quei concimi che la mia lava le regala.

Maschio? Femmina? Gay? Molto più saggi i latini che usavano il neutro per dir la Natura, per misurare i transiti dalla vita vegetale all’inorganico. Perché impormi la prigione di un sesso? Abbagli d’immedesimazione, voi umani non sapete far altro che nominarmi a misura dei vostri capricci, dei vostri bisogni, delle vostre fantasie, come quando date figure alle nuvole, alle pietre, o ai tronchi degli alberi. Guarda lì, non vedi quella testa, quel profilo? Non sembra un elefante, un cammello, un castello, una scopa? Io sono l’Etna e basta. Non la vostra Barbie. Un organismo multiplo e autosufficiente, che respira da tante bocche e quando gli fa comodo ne apre una nuova per tossire senza strozzarsi. Un crogiuolo di vita e di morte.

Danilo Maestosi1Natura allo stato brado. L’idea che più mi si avvicina è quella di un alveare, una fusione di corpi in movimento, ma senza ape regina, perché sono una realtà anarchica, acqua, fuoco, aria, vampe di calore, impasti chimici e tanto altro ancora miscelati con gerarchie ogni volta diverse. Se mai assomiglio a quei due castagni semi-mummificati che da secoli, bontà mia, ho accolto e ora indosso sui fianchi. E che voi avete battezzato su libri e depliant con buffi nomi da cartone animato: i Centocavalli, la Nave. Una corolla di legni, rami contorti, cavità in condominio come appartamenti diversi, sparpagliati ad arco in spezzoni di tronchi, ma sotto un’unica radice, un’unica linfa. Che sopravvive malgrado voi ai vostri goffi, strampalati dileggi, ai vostri ancora più strampalati rimedi. Come quel vermaccio clandestino importato per avere frutti più grandi dalle Ande insieme ad innesti di castagni più esotici, che, malistruito, si è messo a divorare le radici delle piante autoctone, a cominciare dalle più vecchie, da quei due monumenti di pianta. E ora per neutralizzarlo la pensata di una vespetta maligna con gli occhi a mandorla scovata a e introdotta da un paese d’Oriente che dà la caccia a quei vermi assassini.

Rabbrividisco al pensiero della contromisura, del supereroe biologico che prima o poi, ci scommetto, dovranno mettere in campo, per tener a bada, sconfiggere quell’insetto, se scantona dal compito che gli hanno assegnato. Anzi, che dico: m’indigno, m’infurio, spernacchio, scaracchio e riprendo a sputar fuori la mia rabbia incompresa. Lo so faccio paura . La paura fa bene , vi obbliga a un passo indietro, frena la vostra voglia di trasformar la bellezza, persino l’orrore in possesso. In cemento e mattoni. Faccio paura, ma sono così fotogenica, hops fotogenico. Una bella cartolina. E un mistero d’artista. Senza pretese di copyright o di royialties.Abbiate pazienza, ora mi pettino e mi metto in posa.

Scattate pure le vostre foto ricordo.

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