Paolo Vanacore
Racconti del peccato/9

La storia di Righetto

Cammino solo sugli spazi liberi, dove non ci sono linee. C’è chi la chiama ossessione simmetrica, disturbo compulsivo o addirittura mania psicotica ma non è così.

Non calpesto le righe, le evito tutte. Qualunque intersezione che divide due o più mattonelle, una linea divisoria che separa un quadrello dall’altro non è mai stata toccata o sfiorata dai miei piedi. Assolutamente. Cammino solo sugli spazi liberi, dove non ci sono linee. C’è chi la chiama ossessione simmetrica, disturbo compulsivo o addirittura mania psicotica ma non è così. Da sempre la gente mi prende per matto quando mi vede camminare a zig zag, danzare tra le righe dei passaggi pedonali oppure saltare sui marciapiedi, ma a me non interessa. Non calpesto le righe perché è peccato.

“Tutto quello che calpesti è peccato”. Così diceva Padre Enrico quando mi vedeva scrivere con la mano sinistra.

“La tua manina indiavolata calpesta tutto quello che scrivi, per questo motivo è sempre sporca d’inchiostro, vedi? Se continui a calpestare quello che scrivi da grande non potrai mai usare le penne stilografiche, i pennarelli, i quaderni con gli anelli. Devi usare la destra. La destra non calpesta, la sinistra sì. Ripetilo con me. Non calpestare, non calpestare, non calpestare. Ripetilo ancora. Tutte le volte che commetterai questo peccato dovrai dirmelo, io ti infliggerò una piccola punizione e così sarai salvato”.

La punizione consisteva nel pungermi il dorso della mano sinistra con uno spillo, tac, un colpetto secco e deciso che faceva fuoruscire dalla pelle un minuscolo puntino di sangue rosso rubino che si gonfiava pian piano fino ad espandersi minaccioso. Dopodiché  il prete mi ciucciava avidamente la mano guardandomi negli occhi fino a quando il sangue non smetteva di uscire. Padre Enrico era il giovane insegnante di una piccola scuola privata che da poco si era insediata nel mio quartiere. La scuola sorgeva semideserta in mezzo a un cumulo di scuole pubbliche, mia madre decise di iscrivermi lì credendo di fare cosa buona e giusta vista la mia positiva predisposizione allo studio. In realtà doveva trattarsi di un premio, l’unico visto che la mia infanzia fino a quel momento era stata caratterizzata solo da sensi di colpa: non essere nato femmina dopo tre fratelli maschi, non saper giocare a calcio, non essere nato a Roma, non saper picchiare.

Senso di colpa, peccato, punizione. La costante della mia infanzia. Un giorno riferii a Padre Enrico che mia madre si era accorta di tutte le punture di spillo sulla mia mano.

“Tutti i tuoi peccati, vorrai dire” disse interrompendomi.

“E tu cosa le hai detto?”, aggiunse minaccioso.

“Che ero caduto su un mazzo di chiodi” risposi preoccupato.

“Mmmmh…non ci crederà. Tu non devi dirle nulla delle mie punizioni, prometti”.

“Promesso”.

“Bravo, e adesso ricordati che se tradisci questa promessa commetterai un peccato ancora più grande di tutti gli altri. Comunque dobbiamo trovare un’altra punizione. Una che non si vede”.

E così da quel momento anche per peccati più lievi, come bisticciare con un compagno di classe, Padre Enrico non mi punse più con lo spillo ma obbligò me a ciucciare lui. Non solo sulla mano.

Nel quartiere tutti conoscevano la mia cosiddetta purezza ma nessuno riusciva a spiegarsi da dove avesse avuto origine, in ogni caso mi affibbiarono un nomignolo osceno e dispregiativo che ancora oggi faccio fatica a scrivere e tantomeno a pronunciare: Righetto. Padre Enrico fu il mio insegnante fino alla terza media, quando iniziai le superiori non lo vidi più ma ormai aveva segnato la mia vita in modo indelebile. Sono diventato un povero equilibrista squilibrato, senza una donna, una famiglia, nessuno che mi comprenda, che mi accetti per quello che sono. Chi vorrebbe dividere il suo tempo con un uomo che non riesce a camminare normalmente pur avendo le gambe perfettamente funzionanti? Il fatto è che in qualche modo sentivo comunque la sua presenza, ossessionante, più del giudizio di Dio.

E lo odiavo con tutto me stesso.

Un lavoro almeno ce l’ho, sono commesso in un negozio di tessuti, ho desiderato questo impiego con tutte le mie forze, una vera e propria beatitudine per gli occhi finalmente liberi da qualunque impedimento visivo: distese infinite di colore che mi si aprono davanti, campi sterminati di tinte unite da far girare la testa. Quando capita il cliente che chiede una stoffa scozzese, bengalina o Principe di Galles, non mi preoccupo più di tanto, passo la richiesta a un collega e il gioco è fatto. Oggi però, dopo almeno trent’anni, l’ho visto. Era proprio lui. Padre Enrico. L’aspetto più dimesso, vista l’età, lo sguardo austero, gli occhi di ghiaccio. L’ho riconosciuto subito, è entrato in negozio e ha iniziato a guardarsi intorno. Il negozio si trova dall’altra parte della città, come avrà fatto a rintracciarmi? Provo la stessa paura di allora, le gambe mi tremano, fingo di non sapere chi sia, da vicino riconosco il suo odore e mi viene la nausea.

Buongiorno, mi dica”.

Buongiorno a lei, vorrei un telo per coprire un divano. Ho visto quella stoffa a quadri rossi e neri che avete in esposizione”.

…è…sicuro di volere proprio quella? Abbiamo delle meravigliose tinte unite le faccio vedere qualcosa…

“…no, grazie, vorrei vedere proprio quella a quadri, oppure l’altra accanto, quella a righe marroni”.

Mi vuole provocare, sicuro.

Mi permetto di insistere, signore. Sui divani è meglio una tinta unita…abbiamo queste nuove tinte…

Allora non mi sono spiegato” mi interrompe proprio come allora “…sono io che decido, non insista. Mi faccia vedere quella a quadri e quella a righe”.

In questo caso, signore, chiamo un mio collega che sarà subito da lei”.

Perché non mi vuole servire lei? Cosa c’è che non va? Mi serva lei altrimenti chiamo il direttore. Voglio quella stoffa. Quella a righe, ho deciso che voglio quella”.

A righe, certo, vuole quella a righe. Lo sta facendo apposta il bastardo. Prendo la stoffa. Oltre il bancone vedo il suo piede schiacciare un piccolo scampolo di tessuto a quadri tirolese. Lo sta facendo apposta, certo. Maledetto prete di merda, è colpa tua se sono diventato psicopatico, se la mia vita non è uguale agli altri. Vorrei che mi spuntassero le ali sotto i piedi per andarmene via di qui.

Mi scusi, può spostare il piede da lì?” gli dico.

Da lì dove?” risponde facendo finta di niente.

Da quello scampolo, tolga il piede da lì, per cortesia”.

“…come vuole, è solo un pezzo di stoffa buttato per terra. Imparate a tenere pulito il negozio, piuttosto”. Lo raccoglie e me lo porge “Tenga, visto che ci tiene tanto. Ah, di quella stoffa lì me ne tagli tre metri per sei, grazie”.

Visto che ci tiene tanto, ha detto. Gli piace infierire. Non rispondo, taglio la stoffa, la forbice che attraversa tutte quelle righe è uno squarcio nell’anima. Ad un certo punto alza la sua mano e si mette a ciucciare il dorso fissandomi negli occhi, intanto sorride sotto i baffi, quei baffi li conosco molto bene, sto per vomitare, mi trattengo.

“…è pieno di spilli qui…” continuando a sorridere.

Allora preparo il pacchetto. Lui estrae il portafogli, poi la carta di credito, subito dopo l’ennesima provocazione, l’ultima spero. La peggiore di tutte, la più grave: firma la ricevuta con la mano sinistra. Con la mano SINISTRA! Infine prende il pacchetto ed esce dal negozio. Ricordo di averlo seguito di nascosto, senza farmi vedere, per riuscirci però ho dovuto calpestare tutte le righe che ho incontrato per strada, ma ormai non mi interessa più. Poi è entrato in una chiesa, allora me ne sono andato a casa, ma non ho dormito. Il giorno dopo sono tornato con tutto l’occorrente. Sono entrato in chiesa, ho bussato in sacrestia, lui ha aperto la porta, era solo, ci siamo guardati negli occhi, di nuovo quel sorriso beffardo, di nuovo, allora l’ho colpito con il metro di legno, forte, non so quante volte, fino a fargli perdere i sensi, gli ho tappato la bocca, dopodiché ho disposto orizzontalmente il metro di legno sul pavimento, una bella e lunga riga di legno, ho preso le sue mani e le ho appoggiate sul legno, ho preso il martello, e ci ho piantato sopra due chiodi lunghi, da sette centimetri, poi me lo sono inculato.

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paolo vanacorePaolo Vanacore, napoletano, classe ’69, vive a Roma. È scrittore, autore teatrale, regista.  Ha pubblicato: Gennaro Pasquariello, attore e cantante di varietà prefazione di Peppe Barra (Premio Studio 12 Sezione Teatro); Che vuole Marta? racconto inserito nell’antologia “Men on Men vol.5”, Mondadori; Donne Romane, storie al margine sotto l’argine, prefazione di Roberto Cotroneo, Edilazio; Adattamento italiano della raccolta di poesie Profumo di maturità, Bagher Ghorbani Huieh, Aracne Editore; Piccoli quadri romani, dieci corti teatrali in dialetto romanesco, prefazione Edoardo Sala, Edilazio. 123 racconto inserito nell’antologia “Quel giorno, in un attimo…”, Giulio Perrone Editore. Ha frequentato la Scuola di scrittura Omero, sezione Narrativa e il Master di Regia Teatrale dell’Accademia Europea delle Arti e Spettacolo. Recensisce libri e spettacoli teatrali in varie realtà culturali di Roma e dintorni.