Danilo Parisio
Racconti del peccato/13

L’imperatrice Manciù

Si erano incamminati, senza accordi preliminari. Ovunque lei indugiasse, lui sostava sollecito, ammirato dalla sua sensibilità. Sino ad arrivare all’affaccio sui Fori

«La forma è il contenuto che affiora in superficie». Victor Hugo

 Era molto tardi quando, uscendo da casa di amici, aveva visto le finestre illuminate nei Palazzi Capitolini. D’impulso aveva salito la scalinata, ma temendo di finire in mezzo alla folla della Notte dei Musei, di cui si era ricordato improvvisamente, avrebbe voluto tornare indietro.

Era invece entrato nel Palazzo Nuovo. Non c’era nessuno. Era salito con decisione al primo piano, regnava un grande silenzio, il tempo sembrava sospeso. Aveva attraversato la galleria e entrato nell’aula di fronte aveva visto dietro la testa reclinata del Galata Morente un’altra  giovane testa, come un suo doppio improvvisamente colorato di biondo. Lo stesso taglio di capelli a ciocche separate, ispide e spesse,  forse anche il Galata se le era plasmate con la cera.

Avanzando al di là della massa scultorea, aveva scoperto che apparteneva a una ragazza alta e slanciata in jeans con una camicia accollata di seta nera alla cinese, l’abbottonatura di lato era slacciata in più punti e lasciava intravedere un piccolo seno sodo, liscio e ambrato. Lei sembrava non accorgersene e guardava la scultura come ipnotizzata.

«Anche se è una copia, è molto bella! Sembra che i romani rimanessero a bocca aperta quando fu esposta al Foro per la prima volta. Non si erano ancora abituati alle sculture greche, al nudo eroico e, all’improvviso, si ritrovavano questa rappresentazione così realistica della nudità di un morente e del suo sesso. Tutto doveva apparire eccessivamente barbaro».

Lei aveva alzato lo sguardo, faceva fatica a metterlo a fuoco. Si erano guardati a lungo, specchiandosi l’uno nel blu degli occhi dell’altro, stupiti di quel doppio.

Si erano incamminati, senza accordi preliminari. Ovunque lei indugiasse, lui sostava sollecito, ammirato dalla sua sensibilità. Sino ad arrivare all’affaccio sui Fori: l’orizzonte era scandito dalle masse di pietra e dalle colonne in controluce, sul fondo a destra svettavano esili e altissime,  nella brezza leggera della sera,  le due Washingtonie.

Lui aveva recitato un verso di una  poesia spagnola: «… ferma era la luna, alta nel cielo, ondeggiando, due palme dicevano: Che no! Che no!».

Erano usciti e di nuovo, senza scambiarsi un’intesa, avevano camminato a lungo. Lui si sentiva curiosamente sperduto e inconsciamente si era incamminato verso l’unico luogo che potesse rassicurarlo, casa sua, in fondo a Via Giulia, lei lo aveva seguito.

Erano circa le due del mattino e lui aveva detto: «Ti direi di salire, ma a quest’ora è veramente inopportuno. Sembrerebbe proprio che io voglia mostrarti le  mie collezioni…».

«Perché, ce le hai?».

«Beh!…  Sì… e mi farebbe molto piacere mostrartele. Ti chiamo appena torno a Roma».

Le aveva chiesto il suo numero di cellulare e mentre lei lo scandiva, aveva già chiamato un taxi.  Poi, tendendo delle banconote al tassista, si era assicurato che avesse ben capito dove la doveva riaccompagnare.

Oggi è rientrato alle sette e trenta e si è cambiato d’abito anche se non lo aspetta una cena formale. Il cameriere si è stupito, perché lui ha il dono di non sudare, di non sporcare, di non stropicciare mai le sue camicie che sono sempre azzurre, di lino o di seta dalle sfumature più varie, tranne le bianche obbligatorie per lo smoking.

Ancor più si è stupito per quei mocassini morbidi senza suola, quei pantaloni attillati, quella camicia di lino tessuto a mano con tinture vegetali che prima di indossare lui fa lavare due o tre volte per raggiungere quel colore così perfetto, così estenuato, li usa soltanto nella casa al mare.

Lei sta salendo in ascensore con una mezz’ora di ritardo, era già alla stazione della metropolitana quando è tornata a casa per togliersi il vestito sexy che si era fatta prestare da un’amica, si era sentita a disagio. Si è rinfilata i jeans e una camicia da uomo bianca, l’unica che  ha trovato lavata e stirata.

Adesso si sente un po’ indifesa e ha freddo, non ha mai avuto  un invito formale e tanto meno da un uomo che potrebbe essere suo padre. Che ci fa lì? Vuole andare via, ma quando le porte scorrevoli dell’ascensore si aprono, sul pianerottolo ad attenderla c’è un bel ragazzo elegante con una giacca bianca con gli alamari: «Il Signore l’aspetta di sopra». Fa scorrere una porta, identica a quella da cui lei è uscita e si fa di lato per farla passare.

Lei sale dentro a un cilindro, su per una scala elicoidale e sbuca dopo vari giri, disorientata, di fronte a un grande tavolo antico in controluce, sul fondo il tramonto irrompe tra due alte pareti piene di libri, anche il piano del tavolo ne è colmo, assieme a teste di bronzo e di marmo, creando una sorta di baluardo sul vuoto del cielo.

Lei riconosce la nuca di lui, una testa grigio-acciaio, tra tante altre teste. Avanzando inciampa in qualcosa, lui si gira, sembra un hidalgo, gli zigomi alti, la mascella quadrata, la bocca carnosa che si schiude in un sorriso per riceverla.

Si alza, non le va incontro, l’attende accanto a un grande tavolo basso di ardesia allestito come una scacchiera dove le pedine sono ciotole, piatti, bicchieri di cristallo…

Tra il verde del giardino d’inverno, che lei comincia a intuire, la fiamma di un camino poco distante crepita e le fa piacere, permettendole di superare più facilmente quella che le sembra una grande distanza.

Lui l’abbraccia e le sfiora la guancia con un bacio. Lei coglie, sotto le lunghe ciglia scure di lui, il blu dei suoi occhi insieme all’indaco della camicia aperta sul petto abbronzato e  vede che ha i capezzoli duri e ritti sotto il lino sottile.

Lui la fa accomodare, sedendosi  lei si gira e vede nel varco, al centro della libreria, il semi-cilindro da cui è sbucata. Sulla parete concava è distesa un’ampia veduta della Roma settecentesca nell’incisione del Vasi. Trova bellissima l’idea di curvare la lunga stampa, come a ricostruire un orizzonte artificiale e lo dice con slancio.

Lui si acciglia e la guarda con sospetto: che ne sa lei del Vasi?  Come ha fatto a leggere il nome sul cartiglio? Salendo se lo trova alle spalle.

No, lei oltre che sensibile, ha l’occhio esercitato, è cresciuta a pane e storia dell’arte. I suoi l’insegnano tutte e due all’Università a Venezia, è proprio per liberarsene che lei è a Roma, anche se loro dicono che qui la facoltà di architettura è pessima.

Lei  ha mentito dicendogli di essere  al terzo anno, in realtà è appena passata al secondo, ma non vuole apparire troppo ragazzina.

«Silvano, prepari un aperitivo alla signorina. Poi può anche andare. Dopo… facciamo da soli». «Cosa bevi …?».

Lei è affascinata, non si spiega sennò come mai l’abbia seguito sin lì, come il topolino il Pifferaio Magico. Non ha mai ricevuto tante attenzioni, e poi è così sensuale. Anche solo per passarle una ciotola, quando si sporge in avanti, i suoi muscoli si contraggono come per un grande sforzo, poi riappoggiandosi allo schienale, si distende ed emana un senso di sicurezza, quasi di pace.

Anche lui trova  irresistibili i gesti scattanti di lei, le lunghe mani tendinee, le unghie tagliate corte con i polpastrelli tondi, da bambina.

Ora, portandosi alla bocca un cubetto intinto in una salsa, con un dito indugia sul labbro morbido senza trucco, e ne succhia le ultime gocce. Lui la guarda trattenendo  il respiro e  pensa che gli piacerebbe sentirlo nella propria bocca quel dito, ad indagare i suoi denti, la sua lingua. Adesso i pantaloni attillati sottolineano il suo disagio, accavalla una gamba per coprirlo, ma è peggio, lo comprime. Deve fare qualcosa, alzarsi.

«Vuoi vedere la casa… le mie collezioni?» Sorride, rapido le gira le spalle, lei lo segue.

La casa non ha porte, soltanto tagli a tutta altezza, pavimento-soffitto, anche le finestre,  così da sembrare un unico grande terrazzo che va, fuori e dentro, attraverso i varchi, insieme con il verde, scandito soltanto da pannelli, liberi nello spazio, distribuiti come quinte, che svelano sorprese, nulla è casuale.

Lei non sa perché, ma sente tutto sotto controllo, anche le parole non fluiscono più leggere come l’altra sera, anzi, restano sospese, si aggrumano con quelle dell’altro e cadono pesanti in un vuoto estraneo. Meglio tacere. Continua a seguirlo in silenzio.

L’incantamento, che li aveva guidati insieme, sembra dissolversi. L’illuminazione, pilotata da un comando remoto, si intensifica con gradualità inesorabile man mano che fuori si fa buio, si puntualizza e snida cose e oggetti secondo nuove prospettive.

Qui nello studio di lui, lo spazio più privato, da un taglio alto e stretto, aperto sull’esterno, si coglie una prospettiva incredibile: un parco virtuale che tende all’infinito, le piante del terrazzo sono organizzate come una falange, senza soluzione di continuità, si connettono alle cime degli alberi del Lungotevere, dei Giardini della Farnesina e dell’Orto Botanico, su fino al Gianicolo, l’antico punto di osservazione del Vasi.

È spiazzata e girandosi, la vede in controcampo sul grande divisorio che hanno superato insieme. Il pannello di lacca si è acceso di rosso e lei vi troneggia ieratica e distante: l’Imperatrice Manciù.

L’abito è un grande rettangolo allungato, nero, le maniche lunghissime partono strette dalle spalle, su in alto, e scivolano svasandosi esageratamente sino a sfiorare la predella del trono. Le mani raccolte sul buio del grembo si intuiscono per via delle due sciabolate simmetriche di seta cangiante della sottoveste blu che irrompe svelando appena i polsi. Il collo sottile sostiene l’ovale pallido del volto, concluso da un piccolo cappello convesso molto aderente, uno spillone di turchesi e lapislazzuli lo trafigge da un lato.

Gli occhi li guardano imperiosi.

Per lei l’emozione è grande e non può tacere,  quindi la saluta.

Lui improvvisamente ne è geloso, non gli riesce di concedere quella contiguità, la rivendica: «Si, è molto bella, è la mia Imperatrice!». Quel mia la esclude.

«Sì, è una magnifica riproduzione!».

«No, è l’originale!».

«Vuoi scherzare?».

Forse nessuno dei due può più tornare indietro. Lei insiste, con l’Imperatrice Manciù ci è cresciuta, sua nonna se l’era comprata alla Rinascente quell’icona, in una bella riproduzione su seta. Lei l’ha corteggiata per anni, finché non è approdata in camera sua.

Lui è furioso con se stesso: quella piccola supponente con la sua incredulità lo ha ferito e spinto ad una asserzione di autenticità e proprietà troppo secca, quasi gridata, come una nota falsa. Non può e non vuole raccontare perché, dopo l’abbandono di sua madre, sia ritornato per anni nel suo salotto per ritrovarne almeno l’odore e l’Imperatrice Nera sempre là, incombente ma rassicurante nella sua immobilità ieratica.

Che ne sa questa ragazzina di cosa è vero e cosa è falso? Vorrebbe che  scomparisse, vorrebbe cacciarla dai suoi pensieri.

Non può, il suo dovere di padrone di casa deve prevalere. Non vuole restare solo con lei. Allora pensa: ti sistemo io, altro che sushi sul tappeto, ti becchi una cena, seduti a tavola, per tutto il tempo del rituale.

«Silvano? Apparecchi per la cena, per favore».

Il cameriere, accorso sospettoso, pensa: facevo bene ad andarmene sul serio, dovevo uscire. Ora che faccio? Improvviso? Come si trasformano delle ciotole per il sushi in un’apparecchiatura formale? Sicuramente domani avrà da ridire su tutto.

Lei pensa: sei proprio stronzo! Una cosa è certa, tu stasera non scopi! Per lo meno non con me!

L’Imperatrice pensa a quanto sono sciocchi questi barbari: combattere tra loro per le differenze esecutive dei duplicati del suo Sembiante, in fondo grazie alle loro strane macchine copiatrici ha ritrovato una parvenza della sua Molteplicità.

Con quell’uomo-bambino ha passato molti anni di solitudine, data la sua lunga condizione di Unicità indotta dalle circostanze.

Con la ragazza-uomo, che ha la stessa età del suo Tempo Imperiale nella vita fisica, si è quasi divertita per tutte le attenzioni che le riservava, più che in qualsiasi altra casa di questi viventi d’Occidente.

Curiosamente pensa con affetto a questi due e anche se il suo potere è ormai  limitato, chiederà alla Luna, che sta per sorgere, di dilatare il tempo per aiutarli.

Così lui potrà trovare il modo di far parlare le emozioni silenziose della ragazza. Lei potrà cominciare ad assimilarle, attraverso l’eco delle parole di lui, superando il grande stupore che le procurano. Anziché rimanere a bocca aperta, sola di fronte agli arte-fatti, potrà condividere con l’altro il messaggio che i duplicati, le riproduzioni,  le copie della bellezza offrono loro.

Gli artisti hanno già sofferto, fatto delle scelte, operato delle sintesi, perché i mortali possano cogliere un po’ dell’Essenza.

Lei si è fidata di lui seguendolo sin qui nella sua tana. Per ritrovare quell’armonia, quel ritmo accomunante, non deve anticiparlo usando il linguaggio della ragione, in quel caso le parole possono essere definitive, portare distruzione, dovrà invece seguire l’intuito e predisporsi ad accoglierlo.

Lui superato il pudore dell’intensità del suo sentire: lacrime, paure, erezioni, sta sognando di accoglierla dentro di sé, già prova l’ebbrezza della passività e di trasmetterle il piacere dell’energia riproduttiva.

La Luna sta per sorgere.

L’Imperatrice spera che l’Officiante sappia centellinare l’offertorio dei cibi, lasciando loro il tempo per alterni scambi di ruolo.

* * *

Danilo parisioDanilo Parisio è nato a Pavia nel 1944. Ha frequentato la Facoltà di Architettura di Valle Giulia nell’Università la Sapienza di Roma. Si è laureato nel 1969. Insieme ad Ascarelli, Macciocchi e Nicolao ha fondato lo Studio Transit Design nel 1970 dove tutt’ora dirige il Settore di Architettura degli Interni. www.daniloparisio.com

 

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