Michela Martini
Racconti del peccato/8

In nome del Signore

«Comprendetemi, non metto assolutamente in dubbio la vostra forza morale e il totale abbandono delle passioni terrene: non oso insultarvi, la stima che ho per voi oltrepassa l’affetto e si avvicina all’amore che ho per Dio»

Cara amica e sorella,

          vi scrivo per sapere innanzitutto come state, mi sono arrivate voci che avete riportato una lacerazione alla gamba e lo sapete quanto è rischioso il tetano da queste parti. Raccontatemi, vi prego, come va a Korogocho, voi sapete quanto vi ammiro per la scelta di andare nel posto più pericoloso al mondo, dove solo anime abbandonate da tutti, tranne che da nostro Signore, possono viverci e solo donne appassionate e coraggiose come voi, possono andare di propria libera scelta.

So già cosa mi risponderete, che il coraggio ve lo dà la comune vocazione, quel Dio misericordioso che ci ha fatto l’onore di chiamarci a servirLo, ma non peccate di eccesso di umiltà, sappiamo entrambi che nessuna donna della Missione di Nairobi voleva venire a Korogocho e a nessuna di queste nostre sorelle manca la fede.

Se non fosse per l’incarico che mi hanno conferito a Nairobi, non vi avrei mai fatto partire senza di me, ma questo ve l’ho già detto ed è per altro che vi scrivo ora, acceso da una preoccupazione, che sono troppo debole per nascondervi.

Quando vi ho visto salire sulla jeep con quel laico, il signor Z., mi sono sentito turbato, lo so che avete bisogno di braccia laggiù e un uomo forte e con esperienza di campi in Africa, un medico per giunta, sarà una benedizione per voi, accampati vicino alla discarica, con la sciagura dell’Aids e tutto il resto, ma c’è qualcosa in lui che non mi lascia sereno e il modo in cui vi guarda, Dio mi perdoni, non lo posso dimenticare. Ecco, ora lo so che vi arrabbierete, ma ve lo dovevo dire, in nome della nostra amicizia e di quel che vi è stato tra noi, e che voi intendete, e che abbiamo abbandonato, per diventare solo spirito, dedizione verso il prossimo e preghiera.

Comprendetemi, non metto assolutamente in dubbio la vostra forza morale e il totale abbandono delle passioni terrene, non oso insultarvi, la stima che ho per voi oltrepassa l’affetto e si avvicina all’amore che ho per Dio, è un sentimento che non offende i miei, né i vostri sacri voti.

State attenta al signor Z., dubito che le sue intenzioni siano oneste, rassicuratemi, vi supplico, a riguardo.

Il vostro fedele Don Felice

Nairobi, 16 Dicembre 1992

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Caro amico e fratello, compagno di cammino,

vi tranquillizzo subito sul dolore alla gamba e sul signor Z., i due come vedrete sono legati. Il taglio si stava infettando, proprio come da voi temuto, perché qui non esiste nulla. Queste creature, dimenticate dal mondo e, a volte, sembra, anche da Dio, vivono nella più totale sporcizia di igiene e di morale: ma si può davvero parlare di morale quando le bambine si suicidano a nove anni? Nove, lo capite? Kanika si è lanciata dalla parte alta della discarica venerdì scorso, una sconfitta per tutti. Le bambine non hanno futuro a Korogocho, mandate a prostituirsi a Nairobi hanno tutte l’Aids a quattordici anni, a venti sono già vecchie, poche sopravvivono ai trenta. Scusate il mio abbattimento, ma sono furiosa con tutti, con quelli che sanno e non fanno niente, con chi giudica, ma non è qui ad aiutare. Non parlo di voi caro amico, so che vi hanno messo a capo della nostra Missione, per catechizzare gli africani di Nairobi, ma c’è Dio dove non c’è da mangiare? C’è Dio dove la vita non ha valore? Qui da noi, il vostro Vangelo verrebbe bruciato nei bidoni con la nafta, per cuocervi gli avanzi, trovati fra i rifiuti.

La lesione alla gamba stava diventando una faccenda seria, come vi dicevo, se il nostro caro medico, il signor Z., come voi lo chiamate, non mi avesse curata a dovere. Io gli devo molto e non solo per la medicazione, sta portando insieme a me la Croce, lui che non crede in nostro Signore, lui che si professa ateo, per me, è il migliore degli uomini, conosce l’abnegazione al lavoro e non vi è in questo, vi rassicuro, nulla di disdicevole.

Con affetto Sorella Silvia

Korogocho, 18 Gennaio 1993

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Cara amica,

        la vostra ultima lettera mi ha scosso profondamente e ha confermato le mie paure. Sarò franco, sono preoccupato per la vostra incolumità fisica e ora vedo bene che non dovevo lasciarvi partire per il campo, ma sono angustiato ancor più, per la salute della vostra anima, della quale io sono consigliere e confessore, almeno fino ad oggi. Vi chiedo quindi di aprirmi la coscienza, come se vi stessi somministrando un Sacramento.

Ho avvertito un sotterraneo rimprovero nel mio essere qui al sicuro, nella comunità apostolica di Nairobi. Non ve ne faccio una colpa, anch’io mi sento lontano dal pericolo, lontano dagli ultimi degli ultimi, lontano da voi, ma insegnare la parola del Signore a queste creature dà quella speranza che forse, agli infelici fratelli di Korogocho, sta mancando. Ritengo che il compassionevole e instancabile signor Z. stia abusando della vostra bontà e della fiducia che voi concedete a chiunque non sia un assassino. Mi rincresce dirvelo, ma le vostre parole sono andate vicino alla blasfemia.

Sorella! Vi ricordo che voi non siete una infermiera o una laica in missione in Africa, voi siete una suora consacrata a Dio! Sembra che abbiate perso la fede e allora cosa portate a quei disperati? Il sostegno della carne lo può dare chiunque, ma voi, non lui, voi sola confortate i cuori e le anime.

Il signor Z. vi sta influenzando, penso addirittura che possa abusare dello sconforto che provate. Vi chiedo un grande sacrificio, vi chiedo di tornare.

Il vostro confessore e amico Don Felice

Nairobi, 13 Febbraio 1993

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Caro fratello,

immagino la vostra pena per non avervi più risposto e ve ne chiedo venia, ma le giornate sono interminabili e sempre uguali; vi è stata una rivolta e abbiamo passato dei brutti momenti, ma ora è tutto risolto, non vi affliggete, hanno capito che siamo qui per loro, per soccorrerli, nel modo in cui possiamo, curando le ferite del corpo o dello spirito, non cambia molto. Vedete, a volte capita che io arrivi all’anima di una donna miscredente assistendola nel parto, oppure succede che io riesca a sanare le piaghe purulenti di un ragazzino spaventato, recitando insieme le preghiere che conosce. Come vi ho detto, non fa differenza.

Sulla salute della mia anima credo invece sia già imbrattata dei miei tanti errori, dal mio orgoglio, innanzitutto, dai dubbi sulla mia fede e dalle esperienze della carne, che ho compiuto con voi, per primo, tanti anni fa, e scusate la spudoratezza. Se non avessi provato quale balsamo sanno essere le braccia di un uomo, ora, forse, non mi sarei compromessa con il Signor. Z., come voi giustamente sospettavate, solo per sentirmi meno sola e avvilita. Ma i peccati commessi qui, alla fine del mondo, a volte mi racconto, non contano nella fedina penale della nostra coscienza e così spero nel vostro perdono e in quello di Dio.

Sorella Silvia

P.S. In quanto a tornare, non chiedetemelo, non posso.

Korococho, 28 Aprile 1993

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Silvia, cara,

             ho in mano la tua ultima lettera, parto da questo, perché il mondo ha fatto un giro inverso e ritorno da allora, tutto ciò che conosco, professo e sento non è più lo stesso. Silvia, sei sposa di Dio per tutti, ma sei Silvia per me ed io il peggiore dei disonesti, non hai niente da farti perdonare, niente davvero. Ero solo geloso di chi ti è stato accanto in tutti questi mesi, in un modo in cui io non potevo. Non è Don Felice che ti parla ora, ma l’amico di una vita, nella sua umanità imperfetta e vigliacca; ti scrivo dalla Santa Sede, dove sono venuto a prendere consiglio e congedo.

La guerriglia in Kenia ha portato al ritiro della nostra congregazione, per mancanza di condizioni minime di sicurezza, il rapimento di quelle due povere sorelle e l’ostilità della comunità, che si è coalizzata con i ribelli, ha condotto il nostro illustre Vescovo a proporre un ridimensionamento della Missione. Ma non per questo sono a Roma, sono a Roma perché non posso più servire bene Dio, non con questi abiti consacrati, io amo e penso e vivo da laico e non riesco più a celarlo a me stesso. Lui che tutto vede Lo sapeva da tempo, ma mi ero ricoperto di convinzioni e sicurezze, ambivo alla perfezione e non mi accorgevo così di commettere il peggiore dei peccati, quello di superbia; Cristo stesso ha tremato ed esitato ed era Chi noi ben sappiamo, io non permettevo il dubbio, lo capisci Silvia come ero lontano dal mio ideale? Ho amato una sola donna, solo te Silvia, da uomo di sangue ed emozione, ma ho ripudiato quell’amore per dedicarmi a Dio e solo ora so che quel sentimento incompiuto era ciò che più si avvicinava al meglio di me.

Tu Silvia, invece, hai sempre vissuto con il cuore prima che con la mente, dal tuo trasporto per me, a quello verso Dio e i fratelli ed è per questo che sei vera e che nel tuo abito benedetto non vi è macchia, né menzogna, ma solo generosità e misericordia.

Spero di rivederti un giorno, spero che la realtà, che si lascia incontrare dal tuo abbraccio, ti restituisca sempre illesa. Ti chiamerò sorella da ora in poi, come ho sempre fatto, per rispetto, ma scusa in questa lettera la libertà della quale mi sono assolto, di darti del tu, così come sempre faccio, nell’intimità delle mie invocazioni.

Tuo Felice

Roma, 7 Agosto 1993

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Amico, fratello,

ti scrivo dal mio nuovo incarico in Sudan, starò qui per 6 mesi in qualità di aiuto infermiera. Ho deciso di seguire in questo campo medico il signor Z., per acquisire le basi del primo intervento e poter così tornare alla Missione, con più strumenti di soccorso e conforto; ma sono anche dovuta partire per respirare aria nuova, perché dopo un anno a Korogocho, vi è un forte rischio per le vie respiratorie, dovuto alla diossina della discarica, dove i paesi ricchi della Terra vengono a scrollare le lenzuola dalla loro sporcizia.

Ti vorrei parlare delle emozioni che ho serbate dentro l’anima, ma temo che le parole non esprimano bene l’amore che ho per te, oggi ancora più grande e completo. Anch’io mi permetto quel tu, che credo di diritto, ci siamo conquistati e che non offende nessuno.

In Sudan, ogni giorno, arrivano centinaia di bambini, con gli arti mutilati dalle mine, e la pubblicità ingannevole, perpetrata dalle multinazionali, ha azzerato con l’allattamento artificiale, l’unica possibilità che avevano le madri di proteggere i loro piccoli dalla dissenteria, così pericolosa per loro. Sono arrabbiata e stanca, sono stanca e arrabbiata. Mi aggrappo con ostinazione alla veste che porto, unica fune in questa prigione di orrori; Z. mi ha presentato donne e uomini meravigliosi, medici e infermieri che hanno la grazia di Dio nei loro occhi e mani baciate dal genio ed io sono grata, di tutto ciò che sto imparando. I dottori in Sudan sono considerati dei semidei. I malati vengono a piedi da paesi lontanissimi portando la loro unica gallina, come pagamento. Vorrebbero che restassi, ma a me manca Korogocho, quella disperazione per la quale sapevo cosa fare, per la quale sentirmi veramente utile.

Anche tu mi manchi caro Felice, le nostre diatribe teologiche, il tuo consiglio e affetto, eri bravo come sacerdote e lo sarai in qualunque altra professione deciderai di dedicarti, ma quello che non sei riuscito a realizzare è stato accettare di essere più parti insieme. Siamo un puzzle meraviglioso Felice, non sculture di marmo immolate a Dio. Io come vedi, nella mia condiscendenza verso me stessa, posso essere suora e amare l’Onnipotente che è la mia forza, ma anche amare il signor Z., per come sa medicare le ferite del corpo, amare te per come curi quelle del mio cuore e amare la vita, anche nelle sue espressioni minori, nei piccoli, insignificanti abitanti di Korogocho.

Tua sorella Silvia

P.S. Promettimi di essere felice!

Sudan, 13 Novembre 1993

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michela martiniMichela Martini, nata a Verona nel 1975 vive e lavora a Roma. Laureata in psicologia e specializzata in psicoterapia psicoanalitica, attualmente è insegnante in una scuola dell’Infanzia statale.

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