Ilaria Palomba
Racconti del peccato/14

I foragomme

Ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente

Il sole raschiava l’asfalto. Fuori dal cancello i ragazzi giocavano agli indiani. Avevano la pelle più scura della mia di qualche tonalità. Mia madre mi vestiva per andare a scuola, abitino rosa, grembiule, scarpe bianche con la fibbia tipo Alice nel paese delle meraviglie. Avvertivo lo spessore delle linee dei suoi palmi stirare le pieghe che si formavano sul grembiule. Non capivo a che diavolo servisse vestirsi di tutto punto per poi nascondersi in un grembiule. Spesso me lo toglievo, ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente. Non so cos’avrei dato per togliermi quell’abbastanza dalla faccia.

Mentre lei mi sistemava il fiocco blu sul grembiule bianco, osservavo quei ragazzi là fuori, erano una decina, la mia attenzione fissa su quello con le orecchie a sventola. Lui non era abbastanza nulla, era sporco e basta. Si muoveva come un vero indiano, bruno, gli occhi azzurri azzurri e non aveva le sopracciglia, sembrava un alieno, oppure un malato di leucemia. Lo guardavo mentre dava uno spintone al suo amico più basso e grasso. Il suo amico capitolava giù per la strada, sui segni ancora intatti dei gessetti con cui era disegnato lo schema del gioco della campana. Il suo amico sembrava rimbalzare per quanto fosse grasso.

Che guardi? – faceva mia madre.

Niente.

Abbassavo gli occhi. Fuori dal cancello, mano nella mano con lei, mi sforzavo di non voltare lo sguardo in quella direzione. Li vedevo ogni giorno fuori di casa ma non osavo avvicinarmi. Abitavano nel palazzo di fronte al mio ma vivevano in un altro mondo. Erano il regno proibito. E non c’era modo che i nostri mondi potessero toccarsi.

Mia madre mi lasciò all’entrata del cancello di scuola, che era poco lontano da casa. Ma quel giorno non entrai. Fuori da quel cancello si vedevano ancora i villani, come li chiamava lei. Non desideravo altro che farne parte.

Pensavo a loro come avevo pensato alle case degli altri. Li spiavo giocare in cerchio attraverso le grate mentre a me quella complicità restava preclusa.

C’erano platani e pissardi. Ve n’era uno in particolare i cui rami entravano fin dentro il cancello. Aveva quell’odore fresco di primavera e il suo tronco alla base faceva un nodo che a me sembrava una bocca spalancata. Potevo quasi sentirlo sussurrare. Scavalca, diceva, vieni da questa parte. Scavalca, diceva.

Il ragazzo con le orecchie a sventola e quello grasso se le davano di santa ragione, si scazzottavano e rotolavano per terra. Gli altri bambini iniziavano a entrare a scuola, in lontananza si vedevano le auto dei genitori che partivano. Io mi nascosi tra le fronde di quel platano per non essere vista dai miei compagni o dagli insegnanti. Una di quelle auto, blu ignee, sembrava non partire, era ingolfata in una zolla e aveva le ruote flosce come due torte senza lievito. Il bambino grasso, nella foga della lotta, sbatté l’altro contro il cancello. La sua testa bruna tra le sbarre volgeva verso di me. Quello non pianse, non batté ciglio. Guardò dalla mia parte e le labbra si aprirono larghe in un riso da cui potei scorgere due denti mancanti.

Subito mi voltai mettendomi le mani sul viso ma quello ormai mi aveva puntata e non c’erano santi che potessero dissuaderlo.

Ehi, tu – mi disse con la sua voce rauca.

Restai voltata in quella posizione.

Bambina, bionda!

Girai un po’ la testa, aprendo piano le dita sul viso, lasciando entrare il vento sulla pelle. Guardavo e non guardavo, incrociavo i piedi e mi dondolavo su me stessa.

Sì, dico a te, come ti chiami? – continuò lui.

Mi tolsi le mani dal volto e acchiappai il merletto del grembiule rigirandomelo tra le dita.

Che stavi a guardare a noi? – mi fece.

No – risposi d’impulso.

Il bambino moro dalle orecchie a sventola e senza denti scatarrò a terra e si pulì le labbra con il polso.

E invece io ti ho vista – continuò – stavi a guardare a noi. Di’, come ti chiami?

Restai in silenzio con questa superficie liscia e candida tra i polpastrelli.

Quello grasso intanto stava poggiato a una macchina a godersi la scena.

Che devi andare a scuola? – ghignò con quella bocca che sembrava un campo minato.

Feci su e giù con la testa in segno d’assenso.

La sua risata echeggiò nell’aria.

Hai sentito, Nino? Deve andare a scuola.

Ma l’hai vista com’è vergognosa – fece l’altro avvicinandosi – è chiaro, è una di quelle che la mattina vanno a scuola, il pomeriggio a casa a fare i compiti – lo diceva strascicando le parole come per sottolineare la presa per il culo – e poi – mise anche lui la faccia tra le due sbarre dell’inferriata e mosse un poco il capo verso la spalla destra e poi verso quella sinistra – la sera alle dieci a letto.

In quel momento pensai che anche lui mi spiasse.

Non devo andare a scuola – dissi all’improvviso.

E allora quel grembiulino a che ti serve? – fece quello con le orecchie a sventola, sempre mettendo in bella vista i denti mancanti.

Non mi serve infatti – cominciai a sbottonare il grembiule.

A quella vista restarono a bocca aperta, come se davanti ai loro occhi avessero una donna vera, grande, con tutto quello che una donna deve avere. Ma poi videro che sotto al grembiule avevo questo vestito ottocentesco rosa a balze e fiori.

Dietro di me c’era il silenzio, tutti erano già entrati in classe, ma c’erano sempre i ritardatari dell’ultima ora e gli insegnanti delle ore successive che arrivavano dopo. Per cui dovevo andarmene di là prima che qualcuno mi scoprisse e mi tirasse per orecchie.

Quei due stronzetti ridevano come iene del mio modo di vestire.

Non puoi stare con noi se ti vesti così – disse il grasso.

E perché? – feci io, spostandomi dall’albero e avvicinandomi alla ringhiera.

Perché noi facciamo cose per uomini e se vieni con noi il tuo bel vestitino si sporcherà – scoppiarono ancora a ridere a singhiozzi come piccole iene.

Io alzai il piede e lo poggiai sul muretto, agganciai le mani alla ringhiera, voltai il capo per controllare che nessuno mi stesse guardando, scavalcai il cancello e saltai il muretto. Ero dalla loro parte. L’asfalto sotto i nostri piedi era pieno di vetri e sassolini. Lui aveva l’odore della terra. E il mio vestito non aveva un graffio.

Ilaria, mi chiamo.

Loro restarono zitti.

Be’? – dissi con il grembiule in mano e la voce un po’ affannata per lo sforzo – allora?

Loro restarono come due sassi. Poi il moretto ebbe da dire la sua.

Ciao, Ilaria, io sono Francesco. Ti si sono viste tutte le mutande.

In quel momento mi sentivo le guance arroventate. Avevo voglia di restare lì e insieme di scappare. Li odiavo e non desideravo altro che stare con loro.

Quali sono questi giochi da maschi che io non posso fare?

Il grasso indicò le macchine posteggiate lungo la strada di scuola e quelle in salita nella stradina di casa mia.

Le vedi quelle? – disse.

Annuii.

Le buttiamo tutte a terra – continuò il moro.

E come le buttate? – domandai.

Ma questa è proprio suonata – rise il grasso.

Con questo – il moro sollevò dall’asfalto un pezzo di vetro che sembrava il resto di una finestra infranta e rise con la bocca sgangherata.

Ingoiai un grappolo di saliva al gusto di bile. Lo stomaco si rattrappiva come una ventosa ma non volevo mollare. Chi l’aveva detto che non potevo forare un paio di gomme di auto, e poi, chi l’avrebbe saputo? Erano loro i teppisti, nessuno avrebbe sospettato di me.

E allora? Che problema c’è, pensate che non l’ho mai fatto?

Nessun problema – disse il moro dandomi il pezzo di vetro – facci vedere come fai.

Non qui, andiamo.

Dovetti fare un passo indietro seguito da un dondolio dovuto al peso dell’oggetto. Stringevo quell’affare tra le mani, ruvido, che brillava come una lastra di ghiaccio illuminata dal riverbero del sole. A contatto con la pelle strideva e tagliava, tra il mio indice e pollice la pelle si arrossava, s’intravedeva del sangue. Loro mi fissarono aspettandosi una reazione ma io non mi mossi.

Svoltammo l’angolo di via Alghero. Deglutendo bile mi avvicinai alla Uno nera posteggiata all’inizio della strada, mi accovacciai e puntai il vetro contro la ruota. Loro incrociarono le braccia e mi si piazzarono davanti con quei sorrisi sgangherati.

Con un rapido movimento del braccio, allontanai e infilzai ma la gomma era dura come acciaio e la ruota non si graffiò neanche. Seguirono i singulti delle loro risate.

Neanche feci in tempo a voltarmi che il moro già mi stava addosso. Si accovacciò dietro di me e mi prese il braccio. Credevo volesse ingiuriarmi invece era venuto a mostrarmi come si fa. Mi teneva il polso destro, con l’altro braccio mi avvolgeva. Lui aveva l’odore della terra. Avevo i chiodi nel torace. Il calore del suo corpo contro il mio mi faceva sentire altrove, così non ascoltavo ciò che mi stava dicendo, non vedevo, non capivo, sentivo. Me ne stavo ancorata a lui in questo atto criminale e perfetto dov’eravamo un unico corpo che si muoveva.

Quando finì la spiegazione la prima gomma era a terra, sgonfia come un pallone bucato.

Hai capito? – disse lui.

Feci sì con la testa.

Be’ e vediamo.

Aspetta – risposi – mi fai vedere di nuovo?

C’ha preso gusto – faceva l’altro.

Ci spostammo sulla ruota posteriore. Lui mi prese la mano sinistra e la passò sulla gomma.

Devi sentire dove è già un po’ più sgonfia, vedi? La parte più delicata della ruota è vicino al cerchione. Lo senti perché lì è più molle.

Annuivo, con il cuore in gola.

Becchi il punto e premi forte.

Mi spingeva il polso contro quel punto lì.

Graffi verso giù così va a terra in un attimo.

Mi trascinava il braccio verso il basso. Poi si allontanava. Le altre due le forai da sola. Quante ne abbiamo abbattute così. Tutta la mattina a zonzo con le nostre armi tra le mani. Tutta la mattina insieme, io, Francesco e il grassoccio. Ma non durò troppo questo giochetto.

Qualcuno deve avermi vista senza che me ne fossi accorta. Quel giorno l’aria era strana, condensata, come se il cielo dovesse esplodere da un momento all’altro.

Per un attimo ricordai: prima, mentre scavalcavo, avevo incrociato un paio di occhi, senza riconoscerli. Ora che ci pensavo erano occhi molto familiari.

Nella stradina quel giorno, all’angolo, era parcheggiata la Opel rossa di mia madre, quello era il posto in cui posteggiava sempre quando andava ai colloqui a scuola ma questa volta non mi aveva detto niente. Un sentore d’inquietudine muoveva i succhi gastrici nella mia pancia.

Francesco era strano, aveva un’aria scostante, e l’amico grasso se la rideva come un cinghiale. Camminavamo a mezzo metro di distanza l’uno dall’altro, eravamo tutti sozzi, con i segni neri sulle mani che sembrava fuliggine. A un certo punto li vidi che s’allontanarono un attimo come per confidarsi. Quando tornarono mi sbirciarono appena e Fra’ manco mi guardò in faccia.

Abbiamo pensato una cosa – disse il grassoccio.

Abbiamo bisogno di una prova – lo seguì Francesco.

Arricciai le sopracciglia e sentii il vento entrare negli occhi, me li stropicciai.

Che prova?

Voglio capire quanto possiamo fidarci di te – disse Fra’ camminando su e giù per la stradina senza mai guardarmi in volto.

Incrociai le braccia.

Be’? Avanti: di che prova avete bisogno?

Ci sarebbe una cosa un po’ delicata da fare – disse Francesco.

Delicata molto, molto – gli fece eco Nino.

Mi guardavo attorno nervosa. Perché non si sbrigavano a sputare il rospo?

Sto aspettando – dissi dopo un po’.

Francesco mi porse il pezzo di vetro che si portava appresso e indicò le ruote della Opel di mia madre.

Quella.

È scemo? È impazzito? Che gli prende? Non dissi nulla. Ingoiai un grappolo di saliva amara ed esordii con la mia solita noncuranza.

Che problema c’è?

Francesco ne fu sconcertato. Gli occhi sgranati, il fiato sospeso, entrambi mi guardavano come fossi un alieno, un robot, una spietata criminale.

Io dentro tremavo, sentivo raschiare la gola, il freddo mi entrava negli occhi, ma non lasciavo trapelare nulla. Il sorrisetto bastardo sui denti, come se fossi stata davvero una di loro, come se non avessi fatto altro che vivere in strada e abbattere auto. Come se appartenessi a quel sentire.

Senza esitare mi avvicinai alla macchina, il vetro in mano, gli occhi freddi, senza ombra di lacrime. Tastai la ruota, puntai la parte più molle, infilzai e raschiai.

Oh, squagliamocela! – gridò il grasso.

Il rumore delle loro suole ce l’ho ancora nei timpani.

Un’ombra coprì il sole che illuminava il rosso sfavillante dell’auto. Quando sollevai lo sguardo mia madre mi stava a guardare attonita. Ancora ricordo il rumore degli schiaffi e i segni che rimasero per giorni.

L’indomani mi accompagnò fin dentro l’aula, scusandosi pubblicamente con la maestra per la mia assenza. Il platano aveva smesso di parlare, e perfino le grandi foglie scosse dal vento ora mi sembravano prive di vita.

L’unica cosa che ricordo nitida di quel rientro, furono gli occhi di Francesco dietro le inferriate che separavano la scuola dalla strada, mentre mia madre mi trascinava dentro. Quegli occhi azzurri, vuoti, erano lucidi. Ci guardammo per un istante attraverso le sbarre e le fronde. Ci guardammo per un istante, non ci rivedemmo mai più.

* * *

ilaria palombaIlaria Palomba è nata a Bari nel 1987, laureata in Filosofia e vincitrice di una borsa di studio per il CeaQ presso la Sorbonne nel 2011-2012, ha elaborato un saggio sulla postmodernità e le arti performative. Ha pubblicato il romanzo Fatti Male (Gaffi 2012), tradotto e pubblicato in tedesco per la Aufbau-Verlag con titolo Tu dir weh; la raccolta di racconti Violentati (ErosCultura 2013), la raccolta di poesie I Buchi neri divorano le stelle (Arduino Sacco 2011), il saggio Io sono un’opera d’arte, «Viaggio nel mondo delle performance art» (Edizioni del Sud, 2014). Collabora con le riviste Nova, Flussi potenziali ArteFatti di Antonio Limoncelli, Pastiche di Paolo Battista,“O” la rivista di Omero Editore.

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