Erminia Pellecchia
Tra Villa Rufolo e l’auditorium Niemeyer

I ciclopi di Ravello

Le sculture ciclopiche dell'artista inglese Tony Cragg dominano gli spazi del festival in Costiera: sembrano scintille illusorie di un futuro senza tempo

Volti e figure che si incontrano, si abbracciano, si confondono, sfumano per poi assumere altre forme pronte a mutare appena ti sembra di averle catturate con lo sguardo. Nuvole nell’infinito di cielo e mare di Ravello, corpi in continua fluttuazione, sospesi nell’attimo di un’emozione. Guardando le scultore di Tony Cragg che ci accompagnano, in un itinerario spaesante tra la magia di villa Rufolo ed il magnetico richiamo dell’auditorium Niemeyer, il pensiero va a Fabrizio De Andrè e alla musica che si fa poesia, a Valery e alla bellezza che nasce dal caos, a Rodin e alla vita che germoglia da una spinta interiore, a Gregorovius che, nell’abbaglio di questo borgo scolpito da Dioniso, provò l’ebbrezza di poter volare. Note nell’aria di un paesaggio di nuvole. «Ne senti le vibrazioni – dice l’artista inglese, che per il Ravello Festival 2014 ha raccolto il testimone da Mimmo Paladino – e come un musicista tenti di afferrarle per tessere una partitura. Ho provato un’emozione forte quando a febbraio sono stato qui per la prima volta su invito di Mimmo. Ho avuto paura del riferimento diretto con questo paesaggio potente, mi sentivo inadatto. Poi è accaduto qualcosa, c’è stato come uno scambio di energia, un’esperienza extra-ordinaria da vivere e condividere, la voglia di aggiungere sguardi a sguardi, di osservare la natura ma di andare oltre la semplice percezione, distaccarti dalla normale visione per creare un vocabolario emotivo, un nuovo linguaggio partorito dal sogno».

tony cragg ravello1La leggerezza e la forza di un vortice: le opere monumentali di Cragg, alcune alte anche quattro metri, sfidano la legge di gravità. Sono come un colpo di vento nell’afa estiva, un soffio lieve come l’eco di un ricordo, la scintilla illusoria di un futuro senza tempo. Si proiettano in uno spazio non più confinabile in perimetri angusti, respirano come creature vive, trasfigurate dall’arte. Le devi toccare per capire che quella pelle animata è bronzo, legno, metallo. Devi inseguire il loro movimento ascensionale per intravvedere un universo possibile oltre la soglia del reale. È una mostra-racconto in dodici capitoli (curatore Flavio Arensi) questa dello scultore che, in quasi quarant’anni di attività, si è sempre mosso sul doppio registro movimento-materia. La prima pagina si sfoglia a villa Rufolo. All’ingresso del palazzo medievale che ispirò il Decamerone di Boccaccio ci accoglie “Wild relatives”, tra i lavori più noti di Cragg, due volti specchianti, la classicità che sposa la contemporaneità in un gioco dissonante che si fa armonia. Nel chiostro moresco il giallo luminoso di “Outspan” illumina la pietra: è una gigantesca conchiglia che si materializza improvvisa, come i fossili sputati dalle montagne dolomitiche della Costiera amalfitana. Un tappeto di fiori e verde, ci incamminiamo, tra la quinta di alberi secolari, nei giardini che incantarono Wagner.

tony craggSul belvedere tre grandi colonne in bronzo – “Ever after”, “Accurate figures” e “Runners” – si stagliano nell’orizzonte azzurro. Nell’antica sala da pranzo “Cauldron” prende possesso dello spazio, sembra un mostro preistorico, affiorato dall’immaginario mitico di questi luoghi abitati da inferno e paradiso. Nella cappella grande è naufragata una nave ferita da mille uncini: “Congregation”, la seduzione della morte, l’omaggio al mare delle sirene. Il silenzio della piazza è liberatorio. Ma ci sono altre pagine da leggere, altri miti da inseguire. Proseguiamo tra spicchi di mare che affiorano dai brandelli di architetture arabo-normanne. Il passato cede il passo ad un presente che è già futuro. La linea curva dell’auditorium, il bianco corpo di donna dormiente disegnato da Niemeyer, si incastona nella vertigine di cielo-mare. Sulla terrazza, in dialogo, cinque avveniristiche sculture –  “False Idols”, “Manipulation”, “Luke”,  “Caught dreaming”, “Turbo” – violano con la loro mole scura il biancore abbagliante dello spazio. Un day after da Blade Runner: mutanti nel deserto in cerca di identità, sullo sfondo l’astronave lunare del geniale brasiliano che, come un radar, cerca di captare i suoni dell’universo.

E come una trasmittente li proietta a Napoli, di cui si avverte la presenza dietro la sagoma d’ombra di Punta Campanella. Il viaggio senza confini di Cragg continua: al Madre, gemellato con il Ravello Festival, complice la Fondazione Tramontano, da qualche giorno è installata una sua opera, un dono al museo che sta risorgendo dalle ceneri, un altro, importante tassello che arricchisce la collezione di arte contemporanea in work progress della Fondazione Donnaregina.

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