Gianni Cerasuolo
Maledetti campioni. L'altro mondiale/5

Il perdente fortunato

La nostra galleria di eroi irregolari del calcio, in vista del torneo brasiliano, si chiude con la storia mitica di Garrincha, l'ala destra che dopo la coppa del 1958, per premio, chiese di liberare un passero

Quando venne in Italia per seguire Elza e per dimenticare gli ultimi guai, Mané finì con il giocare in squadrette di dilettanti. Voleva fare un po’ di soldi, non gli bastavano mai, aveva preso sempre ingaggi bassi, lui nemmeno ci badava. Figurarsi allora, fine anni Sessanta inizio Settanta, che il sipario agonistico si stava chiudendo ed era ridotto uno straccio. Gli diedero 100 mila lire a partita. Si confuse con giovanotti che facevano tornei per conto di una macelleria sul litorale romano, a Torvaianica. Poi raggiunse Sacrofano – dove trovò Dino Da Costa, attaccante del Botafogo, della Roma e della Juve, adesso svernava allenando in provincia – e scese in campo con altri avventizi del pallone che non credevano ai propri occhi. Il tipo strano che parlava poco, beveva tanto e ogni volta che toccava la palla faceva cose straordinarie era Mané Garrincha, il campione del mondo del Brasile del ’58 e del ’62, quel funambolo che rimbambiva con la sua finta, una sola, sempre la stessa, le difese di mezzo mondo, ridicolizzava i terzini più smaliziati, “l’alegria do povo”, la gioia del popolo, “l’angelo dalle gambe storte”. Era proprio lui, gonfio di cachaça, l’acquavite di canna da zucchero, schiacciato dai debiti e da mille problemi.

garrincha3Elza Soares era sua moglie, bella donna e cantante di successo, la voce roca del samba, una delle cinque mogli, ma forse la compagna che accese veramente la passione più forte della sua breve esistenza. Elza, segnata pure lei da una vita difficile nella favela e da violenze familiari; quando quella relazione cominciò nel ’62, dopo i mondiali in Cile, i benpensanti marchiarono Elza per una che rovinava le famiglie perché Mané per lei aveva abbandonato moglie e figli. Spararono anche verso l’abitazione occupata dalla coppia. Al tempo dell’amore, Elza arrivò a rasarsi la testa, un voto in cambio del fatto che il suo uomo aveva smesso di bere. Pure lei dovette arrendersi: nel ’78 divorziò dopo che Mané l’aveva picchiata ubriaco fradicio. Il figlio avuto da lui morì nell’86 a 9 anni in un incidente d’auto.

La finta. Gianni Brera la descrisse così: «Garrincha fintava la partenza sulla destra e con un fulmineo scambio toccava di destro per l’inizio di dribbling all’interno; poi faceva gioco per gli altri o segnava. Secondo quello che mi ha dichiarato lo stesso Pelé, il prodigioso Garrincha era in grado di colpire una bottiglia da venticinque metri. Vinto il dribbling e fatto il cross, il suo compito era finito». La gente affollava gli stadi per vedere solo quella finta. Non c’è mai stata un’ala destra come lui. Lo mise nero su bianco Eduardo Galeano che osservava: «…è stato l’uomo che ha regalato più allegria in tutta la storia del football». Per concludere: «Un vincitore? Un perdente fortunato. E la fortuna non dura. Non, peraltro, in Brasile dove si dice che se la merda valesse qualcosa i poveri nascerebbero senza culo. Garrincha morì della sua morte: povero, ubriaco e solo».

La più grande ala destra, dunque. Ai tempi dell’ala destra e dell’ala sinistra. Perché ha ragione Roberto Beccantini quando scrive: «Oggi le ali non volano più, o volano con le catene, costrette dalla tattica a spingere e respingere, a fare i terzini e i guastatori. Devono pressare e rientrare. Erano poeti, sono diventati impiegati che timbrano il cartellino. Il dribbling non viene più considerato uno strumento musicale, è stato disarmato e imprigionato».

garrincha5Il padre di Garrincha non sapeva né leggere né scrivere, in compenso pare amasse inventare versi in competizioni improvvisate tra la gente. Mané andò poco a scuola, scappava a piedi nudi. Entrambi discendevano dagli indios Fulni-ò che abitavano la regione di Alagoas e del Pernambuco, Brasile del Nordest. Perseguitati dai portoghesi – come accade oggi con altri indios nella foresta amazzonica – furono costretti a fuggire. I genitori a un certo punto si stabilirono a Pau Grande, non lontano da Rio perché lì sorgeva un’azienda tessile che dava lavoro a molta gente e manteneva una squadra di calcio. È là che il piccolo Mané comincerà a farsi notare. I familiari non avevano abbandonato le tradizioni indie: quindi molti figli fuori dal matrimonio, bevute di cachimbo, l’acquavite zuccherata che veniva data in ogni occasione e per ogni circostanza, anche per curare i bambini.  Amaro Francisco dos Santos, il padre di Mané, seminerà molti figli in giro e morirà alcolizzato.

Queste le radici del  “passerotto” Manuel Francisco dos Santos, Manuel dos passarinhos, detto Mané. Fu una sorella a soprannominarlo Garrincha per le piccole dimensioni del bambino come l’uccellino brasiliano, il suo buffo zampettare, perché Mané, tra le tante disgrazie, ebbe anche la poliomelite (o forse fu solo malnutrito). In più aveva la spina dorsale deformata, il bacino sbilanciato, sei centimetri di differenza nella lunghezza delle gambe, ginocchio destro colpito da varismo e il sinistro da valgismo. I medici dissero: questo non può giocare al calcio.  Anzi bisogna operarlo. Lui non volle mai (poi un giorno dovette cedere). In seguito tutto si abbatté su di lui. Una specie di crescendo autodistruttivo alimentato da una natura selvaggia, una vita tumultuosa, fuori dalle regole, dipendente da alcol e sesso. Questo in fondo era il suo dribbling.

garrincha2Già sposo a 19 anni con Nair Marques, che aveva messo incinta e gli diede in seguito otto femmine, nel frattempo ebbe una relazione con Iraci Castilho, altri due figli; una toccata e fuga con una cameriera diciassettenne svedese e un altro bambino. Alla fine tra legittimi e illegittimi, se ne contarono 14. L’ultima disgrazia gli capitò nel’69. Colpa sua, perché anche lì pare che avesse bevuto come una spugna. La macchina con cui accompagnava la suocera, cioè la madre di Elza Soares, andò a sbattere contro un camion, si capottò e la donna morì. Lui fu condannato a due anni di carcere ma con la condizionale. Mané non si riprese e cadde in depressione, Elza dovette portarlo in giro per il mondo per farlo distrarre. Anche per questo arrivò in Italia. A Roma l’Istituto brasiliano del Caffé gli promise mille dollari al mese se avesse fatto promozione per il prodotto. Ma anche quel lavoro andò a finire male. A Roma girovagava tra i campi di periferia, una serata al Sistina dove si esibiva la Soares, qualche altra nei night club di una dolce vita quasi spenta ma innaffiata da whisky e cocktail.

Garrincha è stato un malandro con i suoi vizi e i suoi difetti, Pelé un moleque, capace di magie, un felino, un uomo perfetto. Secondo Bruno Barba che ha scritto un interessante viaggio antropologico (No pais do futebol) alla vigilia di questi mondiali, il primo rappresenta l’uomo brasiliano «incostante e imperfetto». Uno amato molto più di Pelé perché «aveva saputo incarnare perfettamente la parabola del brasiliano tipico delle favelas». La sublimazione delle tristezze del popolo, secondo il poeta Carlos Drummond de Andrade. Per Barba «se Pelé divenne O rei perfetto, l’uomo “bianco” e di successo, il newyorkese della Fifth Avenue, l’amante delle donne bionde, delle playmates, il testimonial della PepsiCola, Garrincha fu la sublimazione del mulatto, dell’istinto. Pelé si spiega, Garrincha no. Pelé si osserva e si ammira, Garrincha lo si gusta, lo si capisce, si ama. Pelé divenne il Dio del calcio… Garrincha fu invece la celebrazione del calcio, del vivere sregolato e pazzo». Come George Best, Paul Gascoigne, Diego Armando Maradona. Anzi, più di loro.

garrincha peleC’è un passo in un libro, elaborato da una brasiliana, che spiega meglio di altri la differenza tra i due. Ha scritto infatti Patricia Melo, autrice di noir, in Killer: «Io non odio Pelé, dissi. Neanch’io, disse Marcao, personalmente io non odio Pelé, personalmente tu non odi Pelé, ma la nostra anima odia Pelé, odiamo Pelé perché non è morto alcolizzato e in miseria, umiliato, e per noi, è una cosa che va bene, umiliarsi».

È un brano che Darwin Pastorin, giornalista e scrittore, metà brasiliano e metà veneto, ha messo ad introduzione di uno dei capitoli che compongono la sua favola su Garrincha, Ode per Mané. Racconta anche di quando la squadra venne ricevuta dal governatore di Rio dopo il trionfo in Svezia: quello voleva regalare una villa a Mané ma lui, guardando un passero in gabbia chiese: «Signor governatore, non voglio una villa per aver vinto la Coppa, liberi quel passero. Lo lasci volare, libero…».

Pelé e Garrincha (insieme hanno sempre vinto) neanche dovevano giocare in quel mondiale del ’58. Il Brasile, dopo i ceffoni rimediati nelle precedenti edizioni dei campionati, già in quell’epoca si era dotato di uno psicologo: i test cui venne sottoposta tutta la squadra bocciarono quelli che sarebbero stati da lì a poco i due protagonisti del torneo, Pelé e Garrincha appunto. Il dottore annotò che Garrincha aveva un cervello da bambino. Mario Fossati a proposito di questa storia scrisse una volta su Repubblica: «Ma gli psicologi, è risaputo, sottopongono tutti alla psicanalisi fuorché se stessi». Mané fu inoltre protagonista alla vigilia di un episodio che ne mise in forse – più dei test – la partenza per la Svezia. Accadde a Firenze. Amichevole con i viola, lui ad un certo punto della partita, che il Brasile già vinceva 3-0, prese la palla scartò prima Robotti, poi Magnini, Cervato e infine il portiere Sarti ma anziché infilare la palla in rete aspettò ancora Robotti, lo dribblò di nuovo e finalmente segnò il quarto gol. Invece di ricevere gli applausi dei compagni, si prese aspri rimproveri. Hilderaldo Bellini, il capitano, gli disse: «Non puoi comportarti così, non puoi umiliare gli avversari, prima o poi troverai qualcuno che ti spezzerà le gambe». La federazione stava per cancellare il suo nome dalla lista del mondiale. A favore del giocatore intervenne Paulo Amaral, preparatore atletico della nazionale e poi allenatore (guidò pure la Juve e il Genoa): «Garrincha non si comporta così per disprezzo o superficialità, è il suo modo di interpretare il calcio con allegria».

Tuttavia arrivò la gloria. In Svezia, dopo una vittoria ed un pareggio, Vicente Feola, l’allenatore dei verdeoro, decise di schierare il giovanissimo Pelé, 17 anni, e Garrincha. E fu Brazil. E furono Garrincha e Pelé, Didì e Vavà. Gabriel Hanot, giornalista ma anche tecnico di calcio, l’inventore del Pallone d’oro, editore dell’Équipe ebbe a dire che in quella partita contro l’Unione Sovietica Garrincha e i suoi compagni diedero vita «ai tre minuti più sublimi della storia del calcio». In 180 secondi Mané  colpì un palo alla sinistra di Yashin, mandò in bambola con delle serpentine il povero difensore russo Kuznetsov, infine Didì porse un invitante assist a Vavà che dopo 3 minuti esatti dal fischio iniziale dell’arbitro segnò il primo gol. Nella ripresa, la seconda segnatura sempre con Vavà goleador dopo uno scambio tra Garrincha e Pelé. Andate a vedervi i filmati su YouTube e alzatevi in piedi, tutti voi abbagliati da Messi, Neymar e compagnia bella! Che spettacolo, che allegria: un altro mondo, non solo perché le riprese sono in bianco e nero.

Garrincha1Il Brasile vinse in quel 1958 il suo primo mondiale dopo le lacrime del Maracanazo con l’Uruguay, «la nostra Hiroshima» la chiamò Nelson Rodrigues, il drammaturgo e giornalista che definì Mané «l’angelo dalle gambe storte». In quell’anno di felicità popolare Jorge Amado pubblicava Gabriela, garofano e cannella eJoao Gilberto cantava Chega de saudade, spargendola bossa nova per il mondo.

Ma il mondiale firmato Garrincha fu quello seguente, Cile 1962, dove sorprendendo tutti prese per mano la squadra come se si fosse trasformato, un vero leader. Infortunatosi Pelé già alla prima gara, segnò quattro reti, distribuì assist preziosi e batté punizioni micidiali per i portieri avversari. Fu anche espulso nella semifinale contro il Cile perché non ne poteva più dei pestaggi dei padroni di casa e finì per dare un calcio nel sedere ad un picchiatore cileno. Dopo aver segnato una doppietta come Vavà. Per fargli giocare la finale contro la Cecoslovacchia si mossero in tanti. E poi, non era proprio il caso di far vincere una squadra del blocco sovietico. Finì 3-1 per i sudamericani e seconda Coppa in bacheca. Garrincha partecipò da comprimario anche alla disastrosa spedizione del ’66 in Inghilterra. Poi il declino, la tristezza, la morte.

Mané se ne andò il 20 gennaio del 1983, aveva 49 anni e tre mesi. In ospedale in pochi lo riconobbero ridotto com’era. Nilton Santos, il terzino vecchio compagno del Botafogo e di nazionale, uno dei pochi amici, ha scritto nella sua autobiografia Minha bola, minha vida: «Un assessore di Rio mi disse che il comune voleva organizzare una veglia funebre nel salone d’onore. Non è il posto per lui, risposi. Deve essere aperto il Maracanà per accoglierlo. Là, tutti, lui e noi ci sentiremo a casa… Così il corpo fu portato al Maracanà». All’inizio della veglia si ritrovarono in pochi. Poi piano piano il più grande stadio del mondo cominciò a riempirsi, una folla muta fu attraversata da un dolore sincero.

«Garrincha è finito com’è finito. E mi chiedono sempre: perché? …C’erano problemi con la famiglia? Si trattava di squilibrio mentale o emozionale? Mancanza di istruzione?» si è interrogato Nilton Santos. «Non voglio legittimare queste domande o dare delle risposte… Voglio semmai credere che lui fosse qui per mostrarci qualcosa. E non per mostrarci di essere un uomo esemplare, uno che si adatta a tutti i modelli di società, bensì per essere un idolo. È venuto in questo mondo per giocare a calcio e per diffondere gioia in questa vita piena di ostacoli che conduciamo… è venuto…non per essere interrogato e spiegato secondo le leggi della matematica, dove due più due fa sempre quattro…».

Ai funerali di Mané, Pelé non c’era.

5/ Fine. Clicca per leggere Maledetti campioni/1: José Leandro AndradeMaledetti campioni/2: Enrique GuaitaMaledetti campioni3/Matthias SindelarMaledetti campioni4/Rachid Mekhloufi

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Mi hanno aiutato a scrivere questa storia:

Bruno Barba: No pais do futebol (2014, effequ)

Darwin Pastorin: Ode per Mané. Quando Garrincha parlava ai passeri (1996, Limina)

Eduardo Galeano: Splendori e miserie del gioco del calcio (1997, Sperling & Kupfer Editori)

I mondiali di Repubblica (2014, Gruppo editoriale l’Espresso e Eredi Gianni Brera 2014)

Bernard Lions: Mondiali di calcio (2014, Rizzoli)

Roberto Beccantini: Garrincha, il suo canto libero da it.eurosport.yahoo.com

Fredrik Ekelund: Sambafotboll in www.fredrickekelund.se/sambafotboll-en-italiano

Wikipedia/Garrincha (Molto materiale dell’enciclopedia online è fornito dalla biografia di Garrincha realizzata dallo scrittore e giornalista brasiliano Ruy Castro: Estrela solitaria)

The Begbie Inside.tumblr.com: «Mi padre ha giocato ‘co Garrincha nel Sacrofano»

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