Giuliana VItali
In ricordo di Francesco Di Giacomo

Musica della felicità

«Il Banco del Mutuo Soccorso voleva fondere jazz, rock e musica sinfonica proprio mentre la dance stava cominciando a sfondare il mercato...»: parla il clarinettista della band, Alessandro Papotto

Francesco Di Giacomo, voce storica del Banco del Mutuo Soccorso (la storica band formata anche da Rodolfo Maltese, Vittorio Nocenzi, Tiziano Ricci, Maurizio Masi, Filippo Marcheggiani e Alessandro Papotto), è scomparso a Febbraio di quest’anno. Aveva sessantasei anni quando, per un incidente stradale a Zagarolo, è morto. Francesco ha lasciato una profonda crepa, non solo nel gruppo e negli animi dei fans ma anche nella storia della musica italiana e internazionale. Ho chiesto ad Alessandro Papotto, musicista ai fiati nel Banco, di parlarmi della sua esperienza musicale e del suo rapporto con Francesco Di Giacomo.

alessandro papottoCome è iniziato il tuo percorso musicale e l’avvicinamento al genere progressive rock?

La mia storia musicale inizia a sei anni con lo studio del Clarinetto. Già a sette ero molto affascinato dai Rondò Veneziano: un esperimento di commistione musicale tra musica classica e leggera. Ogni anno a Natale veniva pubblicato un nuovo loro disco e riuscivo sempre a farmi regalare la cassetta audio dai miei genitori. L’ascoltavo per ore suonando quei brani con il clarinetto. Ma la folgorazione è avvenuta con l’adolescenza, a casa dei miei cugini in Sicilia. Tra i loro dischi scoprii Atom Heart Mother: una lunga suite a cavallo tra il rock e musica classica in cui i Pink Floyd suonano insieme a una piccola orchestra di ottoni e un coro. Così è iniziata la ricerca spasmodica di esperimenti musicali simili: Concerto per Gruppo e Orchestra dei Deep Purple, Five Bridges dei Nice, gli arrangiamenti degli Emerson, Lake & Palmer e così via. Da quel momento ho cominciato a conoscere il mondo del rock progressive ed è nato un amore viscerale per gruppi inglesi come i King Crimson, Genesis, Yes, Gentle Giant. Ma anche per gruppi italiani come il Banco del Mutuo Soccorso, PFM, Area, Le Orme. Dopo aver ascoltato In the court of the Crimson King e Darwin! ho capito che quello del rock progressive sarebbe stato il mio nuovo percorso musicale.

Sei entrato a far parte del Banco a soli ventisei anni, nel 1999: come vi siete incontrati? Come è nata la vostra collaborazione?

Andavo spesso a vedere i concerti del Banco da ragazzo e cercavo sempre di avere un contatto diretto con loro alla fine dei concerti: erano i miei eroi. I fondatori della band erano musicisti che avevano fatto il mio stesso percorso. Infatti Vittorio e Gianni Nocenzi da ragazzi suonavano il clarinetto nella banda musicale di Marino. Dopo si sono iscritti al conservatorio e in seguito formato il loro gruppo. Il primo musicista del Banco con cui ho lavorato è stato Rodolfo Maltese. Gli ho fatto ascoltare le mie cose e un giorno abbiamo suonato insieme il suo brano Il volo del gabbiano di cui ero innamorato. Da quel momento abbiamo cominciato a collaborare in duo, in trio e qualche volta partecipavo anche ai concerti della sua band Indaco in cui ogni tanto cantava anche Francesco Di Giacomo. All’epoca (era il 1999) stavo lavorando ai brani del primo disco della mia band Periferia Del Mondo e ne ho subito approfittato per chiedere a Francesco e a Rodolfo una loro partecipazione sul disco. Hanno accettato senza riserve e ci hanno tenuto a battesimo anche dal vivo con una generosità fuori dal comune. Nell’Estate del 1999 il Banco stava preparando un concerto al Teatro Morlacchi di Perugia in cui avrebbe proposto dal vivo l’intero album Darwin!, per la prima volta dopo più di venticinque anni dalla pubblicazione. Un brano in particolare prevedeva la presenza di un clarinettista sul palco: Miserere alla storia. Francesco e Rodolfo hanno parlato di me a Vittorio Nocenzi che mi ha subito invitato a suonare il brano e il finale del concerto con Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde… non ne ho. La mia felicità era arrivata alle stelle: avrei suonato con i miei eroi del Banco del Mutuo Soccorso. Poi il 21 Settembre 1999: il Teatro Morlacchi sold out con un concerto favoloso che rimarrà scolpito nella mia memoria per sempre. Per il bis Non mi rompete ero di nuovo sul palco per eseguire un assolo che suonai con tutta l’adrenalina che sentivo dentro in quel momento. Ma la felicità di quella sera fu poca cosa rispetto a quella provata qualche giorno dopo quando Vittorio mi chiese di entrare a far parte del Banco. Il mio sogno da ragazzo era diventato realtà.

Banco del Mutuo SoccorsoAvete girato il mondo insieme dall’America al Giappone. Quale differenza hai riscontrato (se c’è) tra il pubblico estero e quello italiano? Da un punto di vista anagrafico delle persone: è vera la riscoperta della musica anni ’70 da parte dei giovani?

Ricordo ancora come fosse ieri i concerti a Los Angeles, Città del Messico, Rio De Janeiro, Panama City, Tokyo: esperienze straordinarie. In particolare i messicani e i giapponesi ci hanno sempre accolto con un calore enorme, quasi imbarazzante. Con questo non voglio dire che in Italia il pubblico sia meno caloroso, ma semplicemente ha un diverso modo di dimostrare l’amore per le band che ascolta. Sia in Italia che all’estero ho sempre visto un pubblico molto eterogeneo dal punto di vista anagrafico. Ci sono persone sui cinquanta/sessant’anni che ricordano benissimo il Banco e tutte le altre band degli anni ’70. Ma ci sono anche ragazzi che vanno dai quindici ai trent’anni e lo trovo fantastico. Guardo questi giovani ai concerti e mi piace immaginare che siano persone che non si lasciano condizionare dal mercato musicale proposto dalla televisione o dalla radio ma sono curiosi, vanno alla ricerca di una musica di grande qualità, di arrangiamenti raffinati e testi emotivamente forti che diano spunti costanti di riflessione. Mi è rimasta impressa un’ immagine durante un concerto di due anni fa al PalaGeox di Padova: un bambino di otto anni in prima fila insieme al padre, cantava quasi piangendo per l’emozione tutto il testo di Canto nomade per un prigioniero politico. Sono immagini che ti fanno capire quanto l’amore per la musica sia profondo e viscerale a qualsiasi età.

Hai partecipato alla realizzazione di colonne sonore come in “Caterina va in città” di Virzì. Il Banco, nella sua carriera, non ha avuto molta fortuna in ambito cinematografico: “Di terra” doveva essere la colonna sonora di un film di fantascienza (“Star Crash”) che però non è mai stato fatto. Te ne hanno mai parlato?

Adoro il cinema e sono un grande appassionato di colonne sonore. Per adesso la mia esperienza si limita alla collaborazione, in veste di solista al clarinetto o al sax, nella realizzazione di musiche per film come La prima cosa bella di Paolo Virzì ma spero di riuscire a potermi esprimere presto anche come compositore. Tornando al Banco, Di terra costituisce un esempio altissimo delle commistioni musicali tra musica classica, jazz e rock che tanto ho amato. Ho avuto modo di parlare dell’album con Vittorio e Gianni Nocenzi, Francesco Di Giacomo, Rodolfo Maltese, Pierluigi Calderoni e il Maestro Antonio Scarlato che ha dato una mano al Banco nell’orchestrazione dell’intera opera. Ho scritto anche una tesi su questo in occasione della mia Laurea specialistica in Jazz al Conservatorio di Santa Cecilia. Nel 1977 il produttore del Banco di allora David Zard disse che c’era una grossa produzione americana che voleva commissionarci delle musiche da utilizzare come colonna sonora di un film di fantascienza che avrebbe dovuto chiamarsi Star Crash. Qualche tempo dopo però Zard ci disse che l’occasione con i produttori americani era purtroppo sfumata. Ma ormai il meccanismo si era messo in moto e l’idea di utilizzare quelle composizioni con un ensemble più ampio come quello orchestrale era troppo allettante. Nasce così l’idea di un disco di musica strumentale per un organico sinfonico dove il pianoforte sarebbe stato lo strumento trait-d’union tra la band rock e l’orchestra sinfonica. Era un progetto azzardato per un’epoca in cui la musica dance stava cominciando ad affacciarsi prepotentemente sul mercato ma, ricalcando la tradizione mentale della band e più in generale del rock progressive di non ripercorrere mai le tappe dei lavori precedenti, il Banco decise di pubblicare Di terra. Francesco Di Giacomo ebbe l’idea del pomodoro con l’anello (come Saturno) per esporre sulla copertina dell’album il concetto di un frutto “della terra”. In quella occasione Francesco scrisse anche un breve componimento in versi che smembrato in sette parti ha poi dato il titolo ai sette episodi musicali del disco.

Francesco Di Giacomo era particolarmente amato da Fellini, tanto che ha fatto alcune comparse in film come “Amarcord”, nella parte di un addetto alla sicurezza del califfo in soggiorno al Grand Hotel di Rimini; “Satyricon” in una breve parte dove suonava uno strumento a corde; “Roma” nella parte di un compare nel bordello. Francesco ti ha mai parlato di Fellini?

Abbiamo chiacchierato qualche volta di quella sua bellissima esperienza. Francesco ricordava Fellini con molto rispetto, chiamandolo Maestro. Ricordo che mi disse: “Al Maestro ero evidentemente simpatico perché spesso voleva la mia presenza nei suoi film. Io mi divertivo molto e ho sempre cercato di dare il meglio di me sebbene si trattasse di semplici ruoli di comparsa. Infatti alla fine venivo sistematicamente doppiato”.

francesco di giacomoQual era il rapporto di Francesco Di Giacomo con la religione? E il tuo?

Francesco non era credente ma aveva un grande rispetto per ogni credo religioso. Dai suoi atteggiamenti, così come dai testi che scriveva per le sue canzoni, traspariva invece una profonda avversione per la chiusura mentale e per l’estrema ottusità del clero o almeno di una sua parte. Qualche tempo fa aveva coniato un detto che si era anche fatto stampare su una felpa che portava spesso: “La proposta non è vaga, chi vole er Papa se lo paga”.

A Zagarolo, nel paese dove Francesco ha vissuto, era sempre in prima linea per i problemi sociali. Come la pensava politicamente?

Francesco era sicuramente un uomo di sinistra ma di certo non con quelle modalità da tifo calcistico con cui molte persone si rapportano oggi con la politica. Quando si parlava di problemi sociali si accendeva ed esponeva i suoi argomenti con molta passione. Ero spesso d’accordo con le sue idee per cui in realtà le nostre non erano mai delle discussioni ma solo uno scambio di opinioni molto simili.

C’è stato qualche lato caratteriale di Francesco che più ricordi? Qualche aneddoto particolare tra voi due che ti andrebbe di raccontarmi?

Da qualche mese navigo in un mare di ricordi: le lunghe chiacchierate durante i viaggi in macchina, il suo spiluccare dal mio piatto durante le cene, le passeggiate per i mercatini, gli scherzi, le risate. Francesco era un amico vero, sincero e leale, sempre presente anche nei momenti più difficili. Ricordo anche che durante quei periodi in cui non potevo essere presente a tutti i concerti del Banco, mi chiamava anche solo per sapere cosa stessi facendo. O le semplici telefonate tipo: “Come stai ‘negro’? Come va con le donne? Mo ripartimo e s’annamo a divertì, ma prima se famo na cena qui da me”. Avrei molti aneddoti da raccontare ma la cosa che più mi sta a cuore è condividere il fatto che da quando ci siamo conosciuti ogni volta che aveva un’idea artistica o un progetto aveva sempre in mente anche la mia partecipazione. Ad esempio qualche anno fa mi ha chiamato a collaborare a un happening storico-musicale sulla seconda guerra mondiale dal titolo La storia siamo noi, ideato e realizzato per gli alunni delle scuole medie della regione Lazio insieme all’amico Francesco Di Gregorio. È stata una bellissima esperienza condivisa con loro e con altri bravissimi artisti come il chitarrista Massimo Alviti e il cantante degli Avion Travel Peppe Servillo. L’anno scorso mentre realizzava il suo progetto teatrale Cenerentola – La parte mancante insieme al pianista Paolo Sentinelli, aveva già in mente una parte anche per me. Me ne parlava tutte le volte anche nei giorni prima di morire ed io ero felicissimo di essere sempre parte delle sue idee e dei suoi progetti. La vita mi ha dato l’opportunità di suonare insieme a Francesco per tanti anni ed essendo cresciuto ascoltando la sua voce, quando è cominciata la mia avventura con il Banco mi sono sentito molto fortunato. Con il passare del tempo però ho capito che la più grande fortuna è stata quella di conoscere una persona splendida e un amico sincero. Un uomo che faceva della disponibilità verso gli altri un credo. “Bisogna cercare di essere felici il più possibile”: era diventato il tormentone di qualche anno fa… Ogni volta che ci vedevamo mi chiedeva: “Sei contento?” e io ne ho fatto un insegnamento di vita. Lo diceva a tutto il pubblico alla fine di ogni concerto: ”Siate felici, se vi riesce”. Dipende da noi stessi, e grazie a lui ora lo so.