Danilo Maestosi
Al Museo dell'Ara Pacis, a Roma

L’arte del caos

Nelle opere di Antonella Catini c'è il tentativo di dare voce a un caos interiore di sentimenti e allo stesso tempo di distaccarsene, proiettandolo sullo spazio a due dimensioni

Maestra ed allievi. La maestra è Antonella Catini, romana, pittrice over 50, un curriculum di tutto riguardo. Gli allievi sono medici e operatori che hanno frequentano un laboratorio creativo dell’Assofarmaci. Un lungo corso con cui la Catini li ha addestrati alle sue tecniche pittoriche e li ha spinti a sperimentare in presa diretta attraverso l’uso di un linguaggio astratto l’approccio con le proprie emozioni e con la loro traduzione sulla tela in segni e colori. I risultati sono riassunti in una decina di quadri realizzati dai partecipanti a questo singolare esperimento espressivo ed esposti durante una convention per i venti anni dell’associazione che riunisce gli specialisti che operano nel campo dei medicinali generici,svoltasi nelle sale dell’Ara Pacis.

Un modo intrigante per avvicinare il pubblico all’arte di oggi, annullare il diaframma, le inibizioni che impediscono a molti la comprensione di un quadro, trasformando chi guarda in protagonista attivo. Poco importa che quello che hanno prodotto sia manifestazione di pura creatività, che è dote di ognuno, sfogo più che scavo e intenzione, e non sia sufficiente a consegnare loro la patente o l’illusione di essere artisti.

antonella catini2Traguardo che Antonella Catini ha raggiunto con impegno e fatica da tempo, trovando un modo molto personale di interpretare i codici dell’astrazione, come conferma una mostra dei suoi ultimi lavori che accompagna, nella stessa sede, l’evento. Titoli e opere evocano il tentativo di dare voce ed echi condivisibili a un caos interiore di sentimenti, sofferenza, dolore e allo stesso tempo di distaccarsene, proiettandoli sullo spazio a due dimensioni del quadro come paesaggi o simulacri di paesaggi da abitare più che da osservare. In ogni quadro l’impianto è sostenuto da una sorta di orizzonte che interrompe e guida il vortice di emozioni affidato a grumi pastosi di colori molto contrastati e a pennellate graffianti che disegnano tracciati bizzarri in fondo ai quali puoi intravedere come in un sogno skilines di città, profili di colline e di dune, specchi d’acqua. Manca solo, tranne in pochi casi, l’eterea leggerezza del cielo, il respiro dell’aria, del vuoto. Forse, quasi senza rendersene conto, l’autrice vuole negare allo sguardo che attira in quel magma di segni pause e punti di fuga. Se si apre uno squarcio è subito occupato, chiuso da ingombri cromatici, sbarre scure, cavalli di frisia che solcano lo spazio. L’inconscio come un claustrofobico campo di guerra.

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