Marta Ottolenghi
Nuovo apologo su un'arte dimenticata

La danza e l’insalata

«La danza è sacrificio!», dicono gli appassionati della domenica. Se volete la dimostrazione che non è così, andate una mattina, presto, al mercato

Questo caffè ci voleva proprio, mi ha rimessa al mondo. Per qualche minuto mi permetterà di dimenticarmi di avere sonno. Dopotutto ho passato la notte a montare coreografie anziché dormire.
Esco dal bar e un pensiero mi solleva: è giovedì, e c’è il mercato.

Amo andare al mercato perché ispira e nutre la mia creatività. Amo l’atmosfera che si crea tra le bancarelle. Amo osservare le persone mentre si muovono nella loro quotidianità. Amo fare parte di quel brulichio. C’è chi si perde per interi quarti d’ora davanti ad una bancarella di lenzuola, chi si avvicina con studiata disinvoltura a quella della frutta per rubare una ciliegia, chi invece percorre velocemente l’intero mercato facendo lo slalom tra i passanti con l’espressione di chi si chiede «ma come mai sono tutti qui e proprio adesso?».

carolyn carlson1Il mercato è un moto perpetuo e imprevedibile, corpi che si spostano con dinamiche diverse, gestualità che crea un effetto magnetico. Musica per le mie orecchie. Dai miei migliori maestri di danza – quella non accademica, per così dire – ho imparato che per essere danzatore devi saper spiare il movimento del mondo, rubare ogni gesto, ma soprattutto coglierne la segreta intenzione.

E quindi pronti via!, parto per la mia ricerca antropologica camuffata da necessità di riempire la dispensa.
 Dirigendomi verso il banco della frutta inciampo in acquisti non esattamente di prima necessità. Compro tre paia di calzettoni di spugna da uomo – quelli servono per fare lezione – e una matita per gli occhi bianca per quintuplicare la profondità dello sguardo – quella serve per gli spettacoli. E dopo aver evitato il banco degli incensi dove rischierei di lasciare un capitale e un vucumprà che tenta di vendermi cinque mazzi di asparagi per due euro, arrivo da Giacomo, il mio fruttivendolo di fiducia.

«Marta, ti ho messo da parte le cipolle di Tropea. Comunque arrivi giusto in tempo, oggi ho i fichi, stanno andando a ruba. Quanti te ne dò?». «Mah, fai tu», gli rispondo. Questa è una risposta standard, gli rispondo sempre così: fai tu. Avere il fruttivendolo di fiducia ha i suoi vantaggi, ti tiene da parte le cipolle di Tropea perché sa che verrai e sa che le vorrai, ma ha anche i suoi svantaggi: che tu gli chieda un etto, un chilo o una tonnellata, le quantità le stabilisce lui. Le pere non te le dò perché sono dure, di pomodori te ne dò una casetta, ma Giacomo io veramente ne volevo mezzo chilo giusto per l’insalata, e vabbé invece ti dò tutta la cassetta che ci fai la passata. Quindi, tanto vale rassegnarsi in partenza: fa tutto lui.

«Poi, Giacomo, mi dai tre pompelmi, sei pesche-noci e gli spinaci…». E mentre lo osservo intento a riempire il mio sacchetto di varie ed eventuali, sbadiglio. Che sonno! Come dicevo, il caffè ha dato poca autonomia.
Giacomo mi stana: «Sonno, eh?». Sì, tanto!, sto per rispondergli. Ma mi blocco. Rifletto un momento. Sono le 8.20 del mattino e lui è qui da chissà che ora dopo essersi fatto chissà quale levataccia. E oggi non è un giorno particolare, per lui ogni mattina è così. Tutto sommato, la mia è una scelta, io scelgo di coreografare di notte. Mi viene meglio, mi concentro di più. Ma potrei farlo benissimo anche di giorno. Lui, al contrario, non può scegliere.
 Vita comoda, la mia, sotto questo aspetto. Alla faccia di tutti i luoghi comuni sulla danza. La danza è sacrificio, dicono gli appassionati della danza, quelli della domenica, ovvero quelli di cui gli altri sei giorni della settimana non si sente la mancanza. Odio i luoghi comuni e che la danza sia sacrificio è quello che tra tutti mi fa più arrabbiare. Perché sarebbe sacrificio?
 Eh, sai… perché richiede molto tempo. No caro, quello si chiama impegno. Eh, sai… perché ti fanno male i muscoli. No caro, quello si chiama fatica. Eh, sai… perché se fai danza devi rinunciare a tutto il resto. No caro, quella si chiama dedizione. Insomma tutto è, meno che sacrificio. Oppure lo è nella misura in cui lo sono anche le altre discipline. Il violino per esempio, non è forse costanza, rigore, applicazione? L’equitazione non è passione, consapevolezza, concentrazione?
 Eh, ma sai… la danza è un impegno che va rispettato. E questo sarebbe il sacrificio? Venitelo a raccontare a Giacomo del vostro sacrificio e vediamo se non vi ride in faccia.

carolyn carlson4E poi, mi chiedo, se la vivete con tutto questo sacrificio cosa la fate a fare, la danza.
… «No Giacomo, non ho sonno, ho solo visto il tuo vicino di bancarella sbadigliare, e sai che gli sbadigli sono contagiosi, no?». «Ma a chi la vuoi raccontare, ti si legge in faccia, chissà che nottata hai passato», incalza mentre con nonchalance tira fuori dal suo furgone una cassetta di pomodori.
 «Giacomo, la nottata me la farai passare tu con la tua passata!». Ho fatto la battuta, ma non è granché, gioco di parole stantio, sulla stanchezza.
Ora torno a casa, mi metto i tappi e dormo tutta la mattina.

Clicca qui per leggere un altro apologhetto sulla danza di Marta Ottolenghi

Le foto ritraggono Carolyn Carlson

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