Gianni Cerasuolo
Maledetti campioni. L'altro mondiale/3

Sindelar e i nazisti

Si chiamava Matthias Sindelar. Era austriaco. Era un grande campione. E amava una donna ebrea. Vinse tutto, ma poi non volle piegarsi a Hitler anzi, lo prese in giro davanti a tutti nello stadio di Vienna. Per questo fu ucciso

Può darsi che la stufa a gas funzionasse male e che avesse sprigionato monossido di carbonio, uccidendoli. Può darsi che avessero deciso di farla finita. Può darsi che i corpi fossero stati messi lì sul letto, dopo che qualcuno aveva compiuto il “lavoro sporco”. Ma che ci faceva lì, in quell’appartamento di Vienna, la Gestapo quel 23 gennaio del 1939? Perché la polizia segreta per una morte accidentale?

Matthias Sindelar e Camilla Castagnola si erano conosciuti a Milano. Lui era finito in ospedale massacrato dai colpi agli stinchi di Luisito Monti nella semifinale mondiale di San Siro, 1934, quella risolta da Guaita e da un arbitro spudoratamente schierato con i padroni di casa, cioè con l’Italia, che già era fortissima di suo. Stavano bene l’uno con l’altro Matthias e Camilla, avevano deciso di trascorrere insieme tutta la vita. Lei insegnava tedesco ma aveva una colpa: era ebrea. Infatti, ad un certo punto, fu allontanata dalla scuola. Lui era uno dei calciatori più acclamati dell’epoca, “der Paperiene” per gli austriaci, cioè Cartavelina perché aveva una figura esile, pareva si spezzasse. Ne aveva anche un altro, di soprannome, più colto: il Mozart del calcio. Glielo affibbiò Hugo Meisl, il grande tecnico del Wunderteam, la squadra delle meraviglie austriaca che negli anni Trenta contendeva alle altre potenze calcistiche – Ungheria, Italia, Germania, Inghilterra, per non parlare delle nazionali sudamericane – la palma del miglior team, sebbene vincesse poco o nulla. Cartavelina era al centro dell’attacco. Indossò quella maglia bianca e quei pantaloncini neri 43 volte e mise la palla in rete 27 volte. Vinse due Mitropa Cup, la Champions di quei tempi. Vittorio Pozzo, l’allenatore dell’Italia mondiale di quegli anni bui, lo ricordava come il «maestro delle finte, il tecnico sopraffino».

sindelar1Era un top, uno di quei giocatori che faceva gola a tutte le squadre, coccolato e ben pagato, allettato con forti offerte in danaro e cose. Restò però fedele all’Austria Vienna, dopo gli esordi nell’Herta. Si dice fosse un assiduo frequentatore dei casini, era un bell’uomo, capelli biondi e occhi chiari. Nato in Moravia, madre lavandaia e padre morto sull’Isonzo nella Grande Guerra. Forse il più bel gol se lo inventò contro l’Inghilterra nel dicembre del’32. Un guizzo alla Maradona, e non solo perché c’erano i soliti inglesi di mezzo: partenza da metà campo, avversari saltati come fossero tanti birilli e palla in rete. Da quando l’avevano operato al menisco al ginocchio destro, dopo una caduta in piscina, si metteva sempre una fascetta sulla parte operata. Ed erano guai per tutti gli avversari: quello stecco di attaccante correva e dribblava, si smarcava come un calciatore moderno. Un iradiddio, insomma. Ma Sindelar fu ben altro.

Matthias fu il simbolo della ribellione e del coraggio. Fu protagonista di una protesta che solo molti anni dopo si sarebbe rivista, in termini così clamorosi, sui campi di gioco: il pugno chiuso nel guanto nero di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico nel ’68. Soltanto che a lui costò la vita. Sindelar rifiutò di tendere il braccio e salutare i gerarchi della tribuna come facevano tutti gli altri. Persino gli inglesi lo hanno fatto una volta, quel gesto. Gli azzurri ci erano abituati: in Francia, nel mondiale prebellico, sfidarono l’ira degli antifascisti che accorsero negli stadi per fischiarli. Sindelar  andò oltre, non solo un gesto, remò controcorrente al contrario di molti suoi compagni di spogliatoio: non accettò di indossare la casacca della Grande Germania, quella che avrebbe voluto vincere i mondiali del ’38, in Francia appunto, e che si era nel frattempo portata avanti con i compiti, annettendosi l’Austria come fosse una provincia.

sindelar2Tutto accade in un fazzoletto di tempo, in quel 1938. Austria-Germania al Prater di Vienna doveva essere la ciliegina sulla torta dell’Anschluss. Una bella amichevole per la “riunificazione”. Era il 3 aprile. L’Austria non si chiamava più così: era diventata Ostmark, la Marca Orientale. Doveva andare in scena una partita finta, addomesticata, di quelle che ogni tanto vediamo ai giorni nostri perché qualcuno ha scommesso su un certo risultato o perché negli spogliatoi ci si è messi d’accordo. Anche il Fuhrer ci aveva scommesso. Un pareggio, poi sciogliamo la nazionale austriaca, vengono a giocare con noi e così diventiamo imbattibili. Le cose non andarono così, invece, in quella partita. Perché Sindelar che già non aveva fatto il saluto nazista alla presentazione delle squadre a metà campo, non ci stette. Segnò il primo gol e andò sotto la tribuna a prendere per i fondelli le autorità e gli alti ufficiali in divisa, esultò ancora quando il suo allievo e compagno di lotta Karl Sesta mise dentro il secondo pallone, infine, nel saluto finale rivolto alla tribuna centrale pavesata di svastiche, rimase con il braccio lungo il corpo, come Sesta, invece di alzarlo. Un oltraggio pesante per i nazisti.  L’ultima partita in nazionale per Sindelar.  (La partita dell’addio si intitola un romanzo di Nello Governato, l’ex giocatore e dirigente della Lazio, imperniato sulla figura dell’attaccante austriaco e sulla sua morte, un libro scritto nel 2007 e ormai introvabile nelle librerie e nei siti specializzati).

Ma le lusinghe e le minacce si alternarono ancora per qualche mese. Così Sepp Herberger, l’allenatore della Mannschaft  dal ’36, colui che porterà i tedeschi al Mondiale dopo la guerra, nel ’54, un’impresa chiacchieratissima contro l’Ungheria di Puskas (ancora quattro anni fa studi fatti dagli stessi tedeschi sostenevano che ai giocatori venne data una metamfetamina che dà euforia, somministrata anche ai soldati durante la guerra) provò a convincere Cartavelina. «Vieni con noi, vincerai il titolo mondiale, puoi aggiudicarti anche la classifica di capocannoniere».  Lo stesso Hermann Goering intervenne per dire: «I viennesi hanno un loro idolo, il grande calciatore Sindelar. Vogliamo credere, anzi siamo sicuri, che Sindelar sarà sempre degno di questa stima anche per gli impegni futuri». Un avvertimento ben formulato. Circolavano anche documenti, probabilmente falsi, di un’origine ebraica del giovanotto.

sindelar 3Per tutta risposta, Matthias continuò ad andare per la sua strada fiero e incurante delle intimidazioni. Non lo fece per convincimenti politici ma per mostrare la schiena dritta, per opporsi all’oppressione, per amore della libertà. O semplicemente per amore della sua donna. Si dichiarò più volte solidale con il presidente del suo club, Michael Schwarz, cacciato perché ebreo. Aiutò gli operai che stavano organizzando la resistenza. Volle andare alla finale mondiale di Parigi, quella del 4-2 dell’Italia all’Ungheria con le doppiette di Colaussi e di Piola. Riuscì ad entrare grazie anche all’aiuto di alcuni giocatori azzurri e dello stesso Pozzo. E lì allo stadio di Colombes, venne riconosciuto, applaudito, fotografato. Raccontarono che qualcuno intonò la Marsigliese. Sembra quasi di vedere la scena di Casablanca, quando Laszlo dice all’orchestrina: «Suonate la Marsigliese, suonatela…» in modo da zittire gli ufficiali nazisti che si erano messi a cantare le loro marcette nel caffé. E Humphrey Bogart che fa sì con la testa ai musicisti increduli e impauriti. Sì, suonatela.

«Non ci fu autopsia, e se ci fu inchiesta, cosa di cui è lecito dubitare, non ne venne mai trovata traccia nemmeno alla fine della guerra. Il caso venne chiuso in fretta con la comunicazione ufficiale che parlava di disgrazia. Matthias e Camilla erano morti per il cattivo funzionamento della stufa a gas», ha scritto Governato. In migliaia andarono ai funerali di quei due giovani (lui aveva 36 anni). L’ipotesi dell’incidente non convinse i viennesi.  A tutti quel tragico fatto apparve come un delitto di Stato, grazie a complicità e a connivenze, una lezione da impartire a un “sovversivo” che faceva il calciatore. D’altra parte, i nazisti non si fermarono nemmeno davanti alle loro vecchie glorie. Julius Hirsch, ad esempio, due scudetti con il Karlsruhe, nazionale tedesco, venne ucciso ad Auschwitz nel ’43.

Arpad WeiszAnche noi italiani abbiamo avuto in qualche modo il nostro Sindelar. Si trattò di vicenda molto diversa. Arpad Weisz (nella foto), era ungherese, era ebreo e fu l’allenatore che fece grande il Bologna, «lo squadrone…», due scudetti con i rossoblu, un terzo lo vinse con l’Inter. Fu lui a lanciare Meazza. Ma il club emiliano, temendo rappresaglie per le leggi razziali fasciste, nel ’38 lo cacciò. Weisz cominciò allora a peregrinare per l’Europa con tutta la sua famiglia. Fu preso in Olanda e morì nel campo di sterminio come i suoi familiari, anch’essi deportati. Weisz è rimasto sepolto nella scarsa memoria degli italiani fino a quando un giornalista, Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo, non ha ritirato fuori la sua storia in un libro, Dallo scudetto ad Auschwitz.

Ecco, forse certe storie andrebbero raccontate negli stadi, non solo nei nostri in verità, quando quegli imbecilli espongono striscioni e invocano le camere a gas. Sindelar non fu un eroe, fu un uomo giusto e coraggioso. Ed era un fuoriclasse del calcio.

3/continua. Clicca per leggere Maledetti campioni/1: José Leandro AndradeMaledetti campioni/: Enrique Guaita

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Mi hanno aiutato a scrivere questa storia:

Nello Governato: La partita dell’addio (2007, Mondadori)

La recensione di Massimo Raffaelli del romanzo di Governato apparsa sul manifesto

Matteo Marani: Dallo scudetto ad Auschwitz (2012, Aliberti)

Blog.futbologia. Il pallone al cubo

www.lacrimediborghetti.com

Sul caso Sindelar è uscito in libreria una favola per ragazzi dal titolo Fuorigioco. Ne sono autori Fabrizio Silei e Maurizio Quarello (Orecchio Acerbo editore).

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