Gianni Cerasuolo
Maledetti campioni. L'altro mondiale/4

In fuga per Sètif

Nel 1958, invece di diventare la stella dei mondiali in Svezia, il "francese" Rachid Mekhloufi scelse la rivoluzione, in Algeria. Per segnare, finalmente, per il suo Paese

Eric Cantona l’ha messo insieme ad altri quattro “ribelli” del calcio. Attenzione, ribelli, non maledetti. Gente che ha fatto delle scelte politiche, esistenziali, anticonformiste mentre tirava calci ad un pallone. Così in Les Rebelles du foot, un documentario presentato due anni fa al Festival di Locarno, accanto a Didier Drogba, Carlos Caszely (il cileno che sfidò Pinochet), Socrates e Predrag Pasic (il bosniaco che fondò una scuola di calcio multietnica a Sarajevo bombardata), l’ex stella del Manchester United ha collocato anche lui: Rachid Mekhloufi, algerino, oggi vicino agli 80 anni (il 12 agosto ne compirà 78), ex calciatore ed ex allenatore che vive da tempo a Tunisi.

A metà degli anni Cinquanta Rachid era un protagonista del calcio francese, pronto a spiccare il volo ai mondiali del ’58, quelli giocati in Svezia e che rivelarono Pelè. Veniva da Sétif dove da bambino aveva assistito al massacro dei suoi connazionali che avevano dato vita ad una rivolta alla fine del secondo conflitto. Era l’8 maggio del ’45, soldati francesi e pieds noirs, vale a dire i coloni bianchi, repressero duramente la rivolta: un bagno di sangue. Rachid scriverà nel suo diario, che ha fatto da copione nel film di Cantona: «Io sono nato a Sétif e la violenza mi è entrata in casa fin da piccolo. Avevo nove anni quel giorno, e con i miei compagni di scuola anche io ero in strada a manifestare. I grandi ci avevano spiegato che era il giorno in cui i nazisti si erano arresi agli alleati, e allora ci avevano chiesto di fare dei disegni che raccontassero ai francesi che la loro occupazione sulle nostre terre era illegale come quella dei nazisti da loro. Che si stavano comportando esattamente come quei mostri che avevano combattuto».

Due anni dopo il ragazzo emigrava in Francia, dove si diede da fare con il calcio. A 18 anni aveva indossato la maglia verde del Saint- Etienne e, dopo, quella blu della Francia con il galletto sul petto (quattro volte). Era stato selezionato per la formazione transalpina che veniva data tra le favorite del torneo del ’58, una squadra che aveva Raymond Kopa all’ala destra e Just Fontaine  centravanti; Just, 13 gol in sei partite, un record che resiste ancora oggi dopo tredici edizioni di mondiali.

Rachid Mekhloufi2Dunque, in Svezia doveva esserci anche lui: era una mezzala. Ma Rachid Mekhloufi andò a fare gol da un’altra parte. Scappò verso la sua terra, l’Algeria, che da quattro anni combatteva la guerra di liberazione contro il colonialismo francese. Racconta che un giorno ricevette una lettera di Ahmed Ben Bella, lo storico leader della rivoluzione. Il massacro di Sétif era rimasto negli occhi e nella mente di Rachid, nonostante i molti soldi guadagnati come calciatore. Non ci pensò su due volte, quando venne chiamato. La guerra d’Algeria di Rachid si chiamò l’Onze dell’Indépendance, la squadra del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln).

Era il 13 aprile 1958. All’alba, dalle città dove risiedevano e giocavano, spesso con successo (alcuni di loro erano nazionali francesi), fuggirono in dodici (nel massimo campionato della stagione ’57-’58 c’erano 33 algerini). Con Mekhloufi, che era in ritiro con il suo club a Ginevra, andò via anche Mustapha Zitouni, difensore del Monaco e della Francia. Mustapha telefonò al compagno il giorno prima della fuga. Ha scritto Rachid nel suo diario: «Ecco la voce di Mustapha Zitouni al telefono. Dice che è d’accordo anche lui: domani si parte. Fino a questo momento Mustapha era il più restio del gruppo. A 30 anni sarebbe stata la sua ultima possibilità di giocare un mondiale… Ma tra marcare da vicino la grande stella brasiliana Didi, e tentare una pericolosa fuga verso l’ignoto, anche lui ha scelto la seconda opzione. Mi spiega che lui e altri compagni approfitteranno di una trasferta a Nizza per passare di là il confine. Ci si vede a Roma tra un paio di giorni, dice sforzandosi di sembrare tranquillo, quasi allegro. Ma la voce tradisce paura. Non è semplice, lo capisco, se li fermano alla frontiera possono arrestarli. Ma lui sa che per me è ancora più complicato: io sto svolgendo il servizio militare nel Battalion de Joinville, se mi arrestano sono un disertore… Domani è un altro giorno, eppure stasera sono ancora un semplice calciatore. Anzi, a dirla tutta, sono il migliore, sono un idolo paragonabile a un attore del cinema. Sono il Cary Grant di questo fottuto paese. Mezzala d’immenso talento, con la maglia dei verts, del Saint- Etienne, ho già vinto uno scudetto segnando caterve di gol… a soli 21 anni sono già titolare indiscusso della nazionale francese: la stella più attesa al mondiale che si avvicina. Ma io quella competizione non voglio giocarla con la Francia, io la Coppa del Mondo voglio vincerla per il mio paese: nessun rimpianto la decisione è ormai presa… Mi accendo l’ultima sigaretta e lascio che il mio sguardo si perda nel rigoglioso giardino primaverile che mi si apre davanti. Ma ormai in quel verde riesco a vedere solo sabbia e deserto. Vedo casa mia: l’Algeria».

L’Équipe titolò in prima pagina il 15 di aprile: «Nove giocatori algerini sono scomparsi». Qualcuno, come Mohamede Mouche dello Stade de Reims, fu riacciuffato e condannato a 40 giorni di prigione e 14 mesi di libertà vigilata. Rachid raggiunse Roma insieme ad altri due nativi di Sétif, Mokhtar Arribi (Avignone) e Abdelhamid Kermali (Olympique Lione). E da Roma si diressero in Tunisia. Li aspettavano dirigenti dell’Fln. Sicuramente trovarono Mohamed Boumezrag, il coordinatore di quell’idea della nazionale del Fronte, ex calciatore, entrato clandestinamente in Francia in modo da poter contattare ad uno ad uno i “selezionati”. Non è da escludere che il pressing, per dir così, nei confronti dei calciatori – che versavano una quota dei loro ingaggi per la causa – fosse particolarmente intenso da parte dei combattenti. Molti dissero di no. Ma un gruppo abbastanza folto andò a formare questa strana squadra che restò un paio di settimane a Tunisi ad allenarsi per poi cominciare a girare il mondo, facendo conoscere la lotta del popolo algerino.

La Fifa minacciò squalifiche per le nazionali che avessero giocato con gli algerini: l’undici del Fln doveva restare una squadra fantasma. Invano. Rachid (condannato nel frattempo a 10 anni di carcere in contumacia per diserzione) e i suoi fratelli andarono dappertutto. Per lo meno nella capitali del mondo comunista che, per motivi di propaganda contro l’occidente capitalista e di solidarietà militante, li accolse come eroi. Con la maglia verde e i calzoncini bianchi, guidati da Arribi, che faceva da allenatore, l’undici algerino volò da Pechino a Belgrado, da Budapest a Praga fino ad Hanoi in Vietnam, ricevuti dallo stesso Ho Chi Min, il quale, ricordandosi della guerra d’Indocina, pare che se ne uscisse con questa profezia che non era un pronostico sulle partite: «Noi abbiamo battuto la Francia. E dal momento che voi ci avete sconfitto per 5-0, batterete certamente la Francia». La gara più vistosa e reclamizzata fu quella contro la Jugoslavia: 6-1. Il bottino della squadra del Fln: 65 vittorie, 13 pareggi e 13 sconfitte in quattro anni di tournée per la rivoluzione. Fino al 1962, quando l’Algeria ottenne l’indipendenza e poté schierare finalmente una nazionale di calcio.

Rachid Mekhloufi3Mekhloufi tuttavia volle tornare in Francia, probabilmente anche per guadagnare un po’ di franchi. Si sistemò prima in Svizzera, un anno al Servette. Poco dopo, amnistiato, cominciò un nuovo capitolo con il Sant-Etienne. All’inizio temette fischi e manifestazioni ostili. Venne invece applaudito e sostenuto. Stette lì fino al 1968 e vinse altri tre scudetti. Poi si spostò in Corsica al Bastia, dove iniziò la carriera da allenatore.

Zinedine Zidane che è nato a Marsiglia ma discende da una famiglia berbero-algerina, e Rabah Madjer, il cosiddetto Tacco di Allah, per via di quel gol di tacco segnato quando indossava la maglia del Porto in una finale di Coppa Campioni (1986-87) contro il Bayern di Monaco,  sono i calciatori algerini che ci vengono subito in mente. Poi c’è la truppa che vediamo oggi in serie A: Ghoulam a Napoli, Mesbah a Livorno, Yebda a Udine, Taider  all’Inter, Belfodil già all’Inter e poi a Livorno. Tranne l’ultimo, li rivedremo tra qualche giorno in Brasile dove la nazionale delle “volpi del deserto” disputerà il suo quarto mondiale, il secondo consecutivo.

Rachid Mekhloufi ci sfugge. E non solo perché sono passati oltre cinquant’anni da quella fuga per un’altra vittoria. Però nell’affollarsi confuso dei ricordi, potremmo focalizzare un altro fatto che lo riguarda in un mondiale a noi tanto caro, quello del 1982 in Spagna. Anche in quel campionato dell’urlo di Tardelli c’era un’Algeria e a dirigerla dalla panchina c’era Mekhloufi. Quell’Algeria mise sotto, e di brutto, la Germania di Rummenigge, Briegel, Littbarski, quella che l’Italia avrebbe ritrovato in finale. Algeria-Germania Ovest 2-1, reti di Madjer, Rummenigge e Belloumi. Però successe una porcheria. Ci fu un “biscotto”, come si dice in gergo, cioè una partita combinata tra Germania e Austria; serviva l’1-0 per la Germania per far fuori i nordafricani. E 1-0 fu, con una melina e un cincischiare indecoroso per tutta la partita con lo stadio, gli spettatori spagnoli perlomeno che erano neutrali, che cominciò a fischiare e a gridare in coro: «Argelia, Argelia…», ad invocare cioè l’Algeria che però rimase fregata e, pur finendo a pari punti il girone con le due illustri e scorrette avversarie, venne eliminata. Ma la nazionale guidata da Rascid fu accolta in patria da trionfatrice. Come accadde in quel lontano 1962, alla proclamazione dell’indipendenza.

Mekhloufi non ha dimenticato e oggi ripete, si legge in Calciatori di sinistra di Quique Peinado: «Ancora adesso c’è chi dice che fui minacciato per costringermi a mollare tutto e unirmi alla squadra del Fln. Non è vero. Qualsiasi bambino di Sétif avrebbe fatto lo stesso».

4. Continua. Clicca per leggere Maledetti campioni/1: José Leandro AndradeMaledetti campioni/2: Enrique Guaita; Maledetti campioni3/Matthias Sindelar

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Mi hanno aiutato a scrivere questa storia: Bernard Lions: “Mondiali di calcio” (2014, Rizzoli) Quique Peinado: “Calciatori di sinistra” (2013, Isbn Edizioni)

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Julian Ross, sport magazine

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