Gianni Cerasuolo
Maledetti Campioni. L'altro Mondiale/2

Il bomber disertore

La misteriosa storia di Enrique Guaita, argentino di Testaccio, oriundo, goleador dell'Italia mondiale del 1934, finito nella cenere per non aver voluto combattere la guerra di Mussolini

Si presentò alla caserma di via Paolina, tra via Cavour e la stazione Termini, nella mattinata del 19 settembre, San Gennaro. Ma non ebbe la grazia. «Enrico Guaita, lei è abile e arruolato» , gli disse il tenente dell’ufficio di leva, tutto felice di avere di fronte un calciatore tanto famoso, il campione del mondo del ’34, uno dei leoni di Highbury. L’idolo di Testaccio comparve davanti ai militari con altri due compagni di squadra: Andrés Stagnaro e Alejandro Scopelli, nati anche loro in Argentina ma naturalizzati. Tutti e tre superarono le prove: avrebbero fatto i bersaglieri.

guaita2Cominciò così il “giallo Guaita”, il mistero della fuga da Roma e dall’Italia in quella fine estate del 1935. Dopo le visite, quei tre scomparvero. Una corsa folle verso i porti francesi della Costa Azzurra per imbarcarsi in incognito verso Buenos Aires. Perché? Non si è mai capito. Forse l’abbandono improvviso fu dettato dalla paura di finire in Abissinia a combattere la guerra del Duce. Forse qualcuno spinse i tre a lasciare la città per indebolire la Roma e per far fuori il presidente, Renato Sacerdoti, un ebreo, che i fascisti mal sopportavano. Il banchiere di Testaccio, come veniva chiamato Sacerdoti, aveva rafforzato ancor più la squadra quell’anno, andando a comprare i due terzini della nazionale campione un anno prima: Allemandi e Monzeglio. La Roma partiva favorita per lo scudetto ’35-’36. In questa storiaccia ci stanno anche le congiure e le lotte intestine all’interno della società mentre Sacerdoti era costretto a passare la mano. I sospetti coinvolsero pure i “nemici” laziali: il generale Giorgio Vaccaro, che si oppose alla fusione con la Roma, era ai vertici dello sport del Ventennio. Accuse mai provate, fantasie dei tifosi.

Comunque quel giorno Enrique (Enrico) Guaita si giocò la carriera. A 25 anni, soltanto. Scese ancora in campo in Argentina ma non fu più la stessa cosa. Tanto che, molti anni dopo la fuga improvvisa, fece sapere a Vittorio Pozzo: “Ho commesso un grande sbaglio, mi sono rovinato». A 30 anni smise di fare gol, andò a dirigere il penitenziario di Bahia Blanca, ma poi perse il posto. Quando morì, nel 1959, a causa di un tumore, non aveva compiuto ancora 49 anni. In pochi gli rimasero vicino, in Italia non lo ricordava nessuno, o quasi.

Nazionale 1934Per Guaita e gli altri il vento cambiò già la sera stessa di quella giornata particolare. Usciti dal distretto militare, Enrique, con Scopelli e Stagnaro, incontrò, secondo alcune ricostruzioni, il direttore sportivo della Roma, Vincenzo Biancone. I tre chiedevano garanzie, non volevano fare i soldati, non volevano partire per l’Etiopia. A ottobre il maresciallo Pietro Badoglio avrebbe invaso il paese africano. Biancone li rassicurò: «Siete calciatori, siete dei privilegiati, non farete la guerra, resterete qui a Roma». Stagnaro, il più impaurito, volle andare comunque all’ambasciata argentina. «Va bene, se serve a farvi stare più tranquilli», fu la risposta del dirigente romanista. Da quel momento nessuno li vide più. Allenatore e compagni li aspettarono invano nel pomeriggio. Una macchina li portò dalle parti di Santa Margherita Ligure, poi in treno verso la Francia. Verso il piroscafo per l’Argentina. Il giorno dopo cominciarono a cercarli ma la parola che passava di bocca in bocca a Roma era: «Traditori!». Fu come se opinione pubblica e tifosi facessero compiere “un giro della chiglia” a Guaita, soprannominato il Corsaro Nero dal giorno in cui aveva rifilato tre gol al Livorno e la Roma aveva indossato una inconsueta e compiacente maglia nera. Meritavano una punizione quei tre «spregevoli disertori», imboscati e farabutti. I giornali di regime si scatenarono. Il Littoriale scrisse: «Di pecore travestiti da leoni domenicali non abbiamo bisogno, né crediamo opportuno continuare a nutrire serpi in seno. Siamo contenti di questo gesto come di una liberazione». Guaita (con gli altri due) verrà accusato addirittura di traffico di valuta. Il presidente Sacerdoti, già dimissionario, si ritrovò imputato di esportazione illecita di denaro. Fu mandato al confino. Sfuggì, in seguito, ai rastrellamenti e alla deportazione rifugiandosi in un convento.

Com’era diverso il clima rispetto a due anni prima, il Primo di maggio del ’33, quando alla stazione Termini Guaita venne accolto con entusiasmo da una folla che invase i binari. L’Indio, lo chiamavano in Argentina. Ma anche il Gentleman perché una volta disse all’arbitro che aveva segnato con la mano. Il padre era originario di Menaggio (Como). La giovane ala destra (ma era in grado di giocare ovunque, in attacco) s’era messo in luce con l’Estudiantes de la Plata. Indossò anche la maglia della nazionale argentina come Luisito Monti, come Mumo Orsi. Quando Pozzo lo chiamò a giocare con gli azzurri nessuno menò scandalo. Si usava allora. E il fascismo aveva bisogno di piedi buoni. La fabbrica del consenso passava anche dal calcio. Si chiamarono “oriundi”. Anzi venne dato loro un altro nome: “i rimpatriati”. In un articolo del luglio 2008 apparso su Repubblica (il tema era appunto i nuovi oriundi dello sport italiano: da Mauro German Camoranesi alla Tai Aguero, a Andrew Howe, alla stessa Josefa Idem), Corrado Sannucci, descrisse alla sua maniera, cioè con efficacia e ironia, lo stato delle cose in quegli anni lontani: «L’Italia fingeva di restituire la patria ai suoi figli emigranti (ma anche lì era da accertare davvero se fossero figli di emigranti) e dei quali poco si era curata: in realtà si serviva di loro per magnificare il regime con i successi sportivi, impossibili con le sole forze locali». Negli anni Cinquanta e Sessanta avremmo conosciuto altri oriundi, i vari Ghiggia, Schiaffino, Maschio, Angelillo, Sivori, Altafini, Sormani, anch’essi italianizzati (ma con esiti questa volta disastrosi per i colori azzurri): «un trucco da magliari». Oggi l’integrazione sportiva ha un’altra connotazione, «nasce dai diritti di cittadinanza», sottolineava Sannucci.

guaita1Eppure la genesi del calcio in Italia, ma anche in Sudamerica, ebbe un’impronta cosmopolita. Tra le prime squadre formatosi sul finire dell’Ottocento ci fu l’International Football Club, a Torino, che già nel nome rivela la sua composizione. Il Genoa Cricket and Athletic Club fu fondato dagli inglesi nel capoluogo ligure, nel Milan Cricket ci stavano industriali milanesi ma anche “footballers” inglesi e svizzeri. Poi la storia cambiò, non solo quella del pallone. Perché i nazionalismi imposero omogeneità etnica e culturale. Gli Stati si fronteggiavano, oltre che con le guerre, anche attraverso un pallone che rotolava sul prato. Si arrivò a delle restrizioni per l’impiego degli stranieri (lo fece anche la Fifa agli inizi degli anni Trenta). Leandro Arpinati, il gerarca che fu anche presidente della Federcalcio e del Coni, nel 1926 impose ai club di tesserare due stranieri e di farne giocare soltanto uno. L’anno dopo, chiusura delle frontiere con una eccezione: gli oriundi, appunto. Dall’Argentina, dall’Uruguay, dal Brasile cominciarono ad arrivarne tanti. La nazionale che vinse il mondiale del ’34 sotto gli occhi di Mussolini a Roma aveva tra le sue fila 4 argentini (Orsi, Demaria, Guaita, Monti) e un brasiliano (Guarisi).

Agli inizi, Guaita si presentò in sordina al pubblico che affollava il campo di Testaccio, ma una domenica di settembre del’33 rifilò due gol alla Fiorentina e da lì cominciò la breve, esaltante avventura nella squadra della capitale. L’allenatore Luigi Barbesino lo mise al centro dell’attacco e quello nel campionato ’34-’35 segnò la bellezza di 28 gol in 29 partite. Resta un record per i tornei a sedici squadre. La Roma finì al quarto posto. In nazionale fu subito protagonista. Nel febbraio del ’34 prima del mondiale realizzò due reti contro l’Austria a Torino che però battè gli azzurri 4-2. Fondamentale fu, mesi dopo, il gol contro gli stessi avversari nella semifinale dei mondiali; gli austriaci però protestarono a lungo per un fallo di Meazza sul numero 1 austriaco, Platzer, prima del tocco decisivo di Guaita. I saluti romani e l’atmosfera eccitata dello stadio dovettero influire molto sull’arbitro, lo svedese Eklind.  E fu ancora l’Indio a fare l’assist vincente per Schiavio per il decisivo 2-1 nella finale contro la Cecoslovacchia. Guaita era ad Highbury, Londra, nel novembre dello stesso anno, in una sorta di sfida tra i detentori del titolo e i maestri britannici che rifiutarono di partecipare alla manifestazione internazionale, quando gli italiani, sotto di tre gol contro gli inglesi, riuscirono a risalire fino ad issarsi sul 3-2 in una vera e propria battaglia contro gli inglesi. Guaita si infortunò e sembrava che non dovesse partecipare alla trasferta della Roma a San Siro contro l’Ambrosiana Inter. Invece prese un vagone letto all’ultimo momento e raggiunse la squadra a Milano. Il gol della vittoria giallorossa venne firmato proprio da lui. Era il 25 novembre del ’34. Meno di un anno dopo, quella visita al distretto che cambiò la vita di un uomo e di un grande calciatore.

2/continua. Clicca per leggere Maledetti campioni/1: José Leandro Andrade

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Mi hanno aiutato a scrivere questa storia:

www.storiedicalcio.altervista.org

“Oriundi. Argentini&cubane, la maglia azzurra abbatte le frontiere”, un articolo di Corrado Sannucci apparso su Repubblica il  4 luglio 2008

“Multiculturalità e sport”. Atti del XV Congresso del Panathlon

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