Gianni Cerasuolo
Maledetti Campioni. L'altro Mondiale/1

La mezzala cieca

A un mese dal torneo brasiliano, cominciamo una galleria di grandissimi calciatori dimenticati tra epica e sport. Campioni straordinari ma uomini deboli, perciò consegnati per sempre al mito. Come l'uruguagio José Leandro Andrade

«L’Europa non aveva mai visto un nero giocare al calcio». Eduardo Galeano ci introduce così verso José Leandro Andrade, uruguayano, il primo Pelé della storia del calcio, lustrascarpe e giornalaio, suonatore di tamburo e di violino, ballerino di tango e amante raffinato. Campione olimpico con la Celeste nel 1924 e nel 1928, campione del mondo nel 1930, l’Anno Uno della manifestazione inventata da Jules Rimet. Campione maledetto, Andrade, la maravilla negra, morto cieco, ubriaco e povero, con la tubercolosi addosso, abbandonato da tutti dopo essere stato un dio dei prati verdi e spelacchiati degli anni Venti e dentro i letti delle donne più belle. L’abbiamo dimenticato, ma in principio fu l’Uruguay. L’Argentina e il Brasile vennero in seguito. Almeno negli albi d’oro. Perché tra i due paesi del Rio della Plata, in altre parole tra uruguagi e argentini, le sfide cominciarono subito, agli inizi del Novecento, dopo che gli inglesi avevano portato laggiù il fùtbol. Anche i neri arrivarono dopo nel Brasile: non li volevano in nazionale. In Uruguay ci giocavano da sempre.

Andrade era alto e bellissimo, era approdato a Montevideo da Salto, città del nord-ovest, la stessa dove – quasi novant’anni dopo – sarebbero nati Edison Cavani e Luis Suarez, attaccanti dell’Uruguay di questi giorni, avversario di Buffon & Co. Dicono che il ragazzo raggiungesse la capitale perché attratto dal Carnevale e dai ritmi del candombe, il ballo che veniva dall’Africa e che era stato adottato dagli uruguayani fino a impregnarne la cultura: una cadenza dettata dalle tre tambores, i tre tamburi , chico, repique y piano, a seconda del barrio dove vengono percossi. Si narra anche che la madre di José Leandro fosse argentina e il padre un africano che praticava la magia nera, un anziano schiavo che era scappato dal Brasile. Ma sono storie buone ad alimentare la leggenda e le favole. Forse Andrade raggiunse Montevideo solo per cercare lavoro: infatti si mise a pulire scarpe e a fare altri mestieri. Quando però toccava il pallone, lo accarezzava. Giocava a centrocampo, mediano, mezzala. Non era un goleador ma divenne l’anima di una delle squadre più belle del romanzo del calcio. Molti lo descrivono come un acrobata, spesso colpiva il pallone a mezz’altezza appoggiando un braccio a terra in modo che facesse da perno. Era veloce, rapido, non permetteva a chi l’affrontava di capire la giocata.  Su YouTube ci sono immagini in cui si riprende la palla che l’avversario gli aveva portata via con la caparbietà e la forza di un mastino, quasi a voler stabilire una gerarchia in campo.

José Leandro Andrade3Il mondo lo conobbe nel 1924 a Parigi. Giochi della VIII Olimpiade. Trasferire la squadra dell’Uruguay in Europa fu un miracolo di generosità e di fantasia manageriale. I biglietti della nave costavano cari e poi c’erano il soggiorno e i pasti da pagare. Ma c’era stata una promessa. L’aveva fatta il presidente della Federcalcio uruguagia, Atilio Narancio, il quale aveva assunto l’impegno con i calciatori che li avrebbe premiati portandoli ai Giochi se avessero vinto la Coppa America, disputata un anno prima di Parigi. E quelli, ovviamente, vinsero. Narancio dovette sacrificare la sua casa, ipotecandola, per trovare i soldi e affrontare il viaggio. Ma allora c’erano passione e felicità. I calciatori erano tutti dilettanti, modesti lavoratori: chi scaricava al mercato, chi tagliava lastre di marmo, manovali. I soldi bastano appena per arrivare sul continente, in Spagna. La troupe si inventa però delle amichevoli a premio, nove partite, nove vittorie e denaro in cassa per la capitale francese. Dove nessuno avrebbe scommesso qualcosa su di loro.

Alla vigilia della prima partita, gli jugoslavi assistono ad un allenamento della Celeste – nei filmati sul Mondiale del 1930 quelle maglie sono di un celeste scolorito – e si convincono che quei quattro poveracci si possono battere facilmente. Non sanno, gli illusi, che Ernesto Figoli, l’allenatore, ha ordinato ad Andrade e compagni di mimetizzarsi, di fingere di non saper toccare la palla. La frase degli osservatori è più o meno questa: «Poveri ragazzi, venuti da tanto lontano…». I poveri ragazzi si chiamano José Nasazzi, il capitano, Pedro Céa, attaccante, Hector Scarone, attaccante che aveva la dinamite nei piedi, soprattutto sulle punizioni, uno che giocò anche nell’Ambrosiana Inter, capriccioso e divo al tempo stesso. Palla al centro e con la Jugoslavia finisce 7-0 per i nostri, tre reti agli Usa, cinque alla Francia, due soltanto ai Paesi Bassi in semifinale e tre alla Svizzera nella finale. Marameo al mondo intero. E soprattutto ai francesi i quali, alla partita d’esordio, considerando poco o nulla questi straccioni, avevano suonato l’inno brasiliano e avevano messo la bandiera al contrario sul pennone, con il “sole di maggio” in giù.

Fu allora che José Leandro Andrade diede il meglio di sé. Fuori dal campo. Diventa un frequentatore delle notti parigine, incontra Josephine Baker: i due cominciano a vedersi. Probabilmente si innamora della Venere nera sensuale e scandalosa. Cambia look, uno stile elegante e raffinato. Così lo descrive ancora Galeano: «…divenne un errante bohémien, re dei cabaret. Le scarpe di vernice presero il posto delle calzature sbrindellate che si era portato da Montevideo, e un cappello a cilindro sostituì il suo berrettino consunto. Le cronache dell’epoca salutano l’immagine di quel sovrano delle notti di Pigalle: il passo elastico da ballerino, l’espressione sfacciata, gli occhi socchiusi che osservavano sempre da lontano e uno sguardo assassino; fazzoletti di seta, giacca a righe, guanti bianchi e bastone con impugnatura d’argento». Un perfetto dandy.  Non ritorna in albergo e allora i compagni si preoccupano. Uno di essi, Angel Romano, sa dove cercare e lo pesca in compagnia di belle ragazze che lo circondano di attenzioni.

Ritorna in patria e se lo contendono Peñarol e Nacional. Ma il fato comincia a seminare trappole. Quando la Celeste rivince il titolo olimpico quattro anni dopo, cioè nel 1928, in Danimarca, Andrade ha un incidente di gioco – sbatte la testa contro un palo nella partita di semifinale contro l’Italia vinta 3-2, con gli azzurri a protestare per un rigore non concesso a Levratto – cui non dà molto peso. Ma poco dopo avverte problemi ad un occhio, il sinistro. Nulla di grave, gli diranno. Quando viene convocato per il mondiale di casa – quello del 1930, il primo, quello disertato dagli squadroni europei perché la traversata atlantica è lunga e costosa, il mondiale di Hector Castro, el divino manco, un attaccante che da ragazzo subì l’amputazione dell’avambraccio destro in un incidente, quello della finale contro l’Argentina vinta per 4-2, la gara per cui l’arbitro, un belga, chiederà prima di scendere in campo una polizza sulla vita temendo di non uscire vivo dallo stadio del Centenario – ebbene lui è ancora lì, nonostante fosse sulla soglia dei trent’anni. Lo si vede nei filmati della Fifa mentre mangia a tavola con i compagni, addosso un maglione a righe; nella sequenza successiva indossa una giacca sportiva, un fazzoletto spunta dal taschino, la scriminiatura dei capelli è dalla parte destra della testa. E poi lo si ammira in campo mentre fa muro, come si dice oggi, su di un attaccante albiceleste, un argentino insomma, salvando la sua porta. Continua a giocare per qualche anno ancora, in seguito smette.

José Leandro Andrade2Non interrompe invece i viaggi dal Sudamerica alla Francia. A Parigi si riprende la notte. Inizia a bere e l’occhio peggiora. Il suo gruzzoletto si assottiglia giorno dopo giorno. La solita storia, insomma. Ma si gode la vita e riesce a salvare medaglie e riconoscimenti. Torna a casa ed ha un ultimo frammento di celebrità: nel senso che non si perde il Maracanazo, lo storico colpo dell’Uruguay del 1950 in casa del Brasile, l’onta, il lutto nazionale dei verdeoro. È in tribuna al Maracanà, sul terreno di gioco c’è un altro Andrade, si chiama Victor Pablo Rodriguez, è suo nipote. Grazie a quel successo, gli uruguagi potranno scrivere su una targa fuori dallo stadio del Centenario: «Quattro volte campioni del mondo: 1924, 1928, 1930, 1950». L’Olimpiade valeva un Mondiale. E lui c’è sempre stato.

Poi non si sa più nulla per un po’. Lo ritrova nel 1956 un giornalista tedesco che era andato a cercarlo. Il giornalista si chiamava Fritz Hack e così racconta la scena che gli si para davanti: «Quella che vidi in Calle Perazza in una specie di sotterraneo fu una scena di orrore. Incontrai  Andrade in un tugurio spartanamente ammobiliato, lui s’era dato totalmente all’alcol ed era completamente cieco ad un occhio. Mi disse che non poteva rispondere alle mie domande. Le risposte me le diede una bella donna, la sorella del vecchio campione olimpico». Lo trovarono morto un anno dopo, nell’ottobre del 1957, aveva 56 anni. Accanto a lui, annotano le cronache, notarono una scatola di cartone per le scarpe: dentro c’erano le medaglie vinte sui campi di calcio di tutto il mondo. «Fu nero, sudamericano e povero il primo idolo internazionale del calcio», l’epitaffio di Galeano.

1. Continua

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Mi hanno aiutato a scrivere questa storia:

Eduardo Galeano: Spendori e miserie del gioco del calcio (1997. Sperling & Kupfer Editori)

Giorgio Bureddu-Alessandra Giardini: Maledetti sudamericani. Il calcio alla fine del mondo. (2013. Ultra Sport)

Graziana Urso : La Maravilla Negra su www.storiedisport.it

acsunuruguaynegro.blogspot.it

I filmati della Fifa su YouTube

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