Stefano Bianchi
Antologica al Palazzo Reale di Milano

Reliquiario Manzoni

Dopo un doppio anniversario ignorato nel 2013, omaggio all'artista che in soli sei anni di carriera ha rivoluzionato l'arte contemporanea. Più di 130 opere concettuali, radicali, commestibili e altro ancora in un percorso espositivo che ne ricostruisce minuziosamente la genesi

La vita? Gli è scivolata addosso in un lampo. L’esatto contrario di una delle sue Linee, quella più lunga e ininterrotta di 7.200 metri che agognava l’infinito. Piero Manzoni da Soncino, provincia di Cremona, deve ancora compiere trent’anni quando il 6 febbraio 1963 muore d’infarto nel suo studio di Milano in via Fiori Chiari, a pochi passi dall’Accademia di Brera e dal Bar Giamaica dove amava bere, discutere, giocare a carte in compagnia di pittori e intellettuali. Si lascia dietro il rimpianto d’un soffio di carriera (sei anni: i lavori del debutto risalgono al ’56) e il vanto d’aver rivoluzionato l’arte con un vorace gusto da coup de théâtre. Ignorato nel 2013 il doppio anniversario (ottant’anni dalla nascita, cinquanta dalla morte) il capoluogo lombardo gli rende finalmente omaggio fino al 2 giugno con Piero Manzoni 1933-1963, l’antologica a Palazzo Reale prodotta dal Comune di Milano e Skira, curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, ben documentata dal catalogo edito da Skira (34 euro).

Scultura vivente 1961Più di 130 opere concettuali, radicali, commestibili e altro ancora, integrate nel percorso espositivo da locandine, fotografie, testi critici e lettere, declinano la parabola “manzoniana” concentrando anzitutto l’attenzione sull’icona assoluta: il barattolo da Pop Art scatologica che Flaminio Gualdoni esamina nella Breve storia della “Merda d’artista” (SkiraMiniSaggi, 7 euro). Reliquia nonché oggetto del desiderio d’ogni collezionista (oggi il suo valore assicurativo in caso di prestito a una mostra si aggira fra i 200 mila e i 250 mila euro), prodotta e inscatolata nel maggio 1961 in 90 esemplari numerati e firmati, 30 grammi ciascuna, conservata al naturale, incarna a pieno titolo il Manzoni dissacratore che inscatola i propri escrementi (ma c’è chi sostiene di aver trovato nient’altro che gesso, dopo averla aperta) attribuendo all’oggetto in questione il look da prodotto merceologico.

Icona a parte, va ricordato che la carriera di Piero Manzoni inizia a metà anni Cinquanta per via pittorica. Sintonizzandosi sul Movimento Arte Nucleare di Enrico Baj e Sergio Dangelo, l’artista lombardo realizza quadri “concreti” e materici imprimendovi oggetti e figure “germinali”. Spesso, quando la pittura si fa più smaltata e catramosa, si confronta idealmente con Alberto Burri, Conrad Marca-Relli, Antoni Tàpies. E quando visualizza impronte di chiavi, il paragone è Arman coi suoi Cachets e le sue Allures. Nel ’57, volta letteralmente pagina passando dalla materia al vuoto, dal soggetto all’oggetto. Nascono i “quadri bianchi” – definiti Achrome nel ’59 – che verranno sistematicamente realizzati fino al febbraio del ’63, a un’incollatura dalla morte. Sono monocromi/capolavoro che questa mostra analizza procedimento dopo procedimento, assemblaggio dopo assemblaggio: da quelli di gesso grezzo e tela, alle tele grinzate; dalla tela a quadri cucita o non cucita, al panno; dal cotone idrofilo, al polistirolo espanso; dal cloruro di cobalto, al peluche; dai batuffoli d’ovatta, ai sassi.

Manz_683_28Achrome che talvolta scandiscono forme, ipotesi di design: come quelli “totemici”, di paglia e polvere riflettente o pelle di coniglio sopra una base di legno bruciato; quello di carta pressata, a parafrasare le compressioni di César; quelli in fibra artificiale, a mo’ di buffe parrucche; fino a quelli che allineano panini a forma di michette e ai pacchi avvolti nella carta da imballo e sigillati con corda, piombo e ceralacca come fossero spedizioni postali. Li iper produce, Manzoni, e intanto ricerca “segni” sottoforma di Alfabeti, foglietti settembrini di calendario in ordine di successione, impronte digitali singole o in serie, fogli piegati fino a imitare le grinze delle tele… Ma la fondamentale scoperta “segnica” è la Linea realizzata nel ’59 tracciando orizzontalmente un segno scuro su fogli rettangolari; e ri-tracciata su un rotolo di carta che viene chiuso in un cilindro nero con un’etichetta che riporta lunghezza, data e firma. Dodici Linee in tutto: dalla più corta (4 metri e 89 centimetri) alla più lunga (33 metri e 63 centimetri). Ma nella cittadina danese di Herning, il 7 luglio 1960, Manzoni si mette certosinamente a tracciarne un’altra, definitiva: la intitola Linea lunga 7.200 metri per poi sigillarla in un contenitore di zinco e piombo.

Inoltre, sperimentando ogni possibile utilizzo dell’arte, a fine anni Cinquanta dà vita alla “scultura pneumatica” destinata a diventare Corpo d’aria. Il “kit” è presto fatto: palloncino gonfiabile sino a un diametro di 80 centimetri, da poggiare su un treppiede di 40 centimetri; tubicino per gonfiarlo e chiusura. Il tutto confezionato (insieme alle istruzioni per l’uso) in un contenitore di legno liberamente ispirato alla Boîteenvalise di Marcel Duchamp. Successiva, spiazzante creazione il Fiato d’artista, qualora l’acquirente desideri sia lo stesso Manzoni a gonfiargli il palloncino. Dalla forma sferica all’ovoidale, ecco innescarsi la “consumazione dell’arte” con una serie di uova sode – firmate con l’impronta digitale del suo pollice – che si tramutano in “sculture da mangiare”. Dopo averle ingerite, il fruitore entrerà concettualmente/religiosamente in totale comunione con l’artista. Ma se volesse conservarle? Potrà senz’altro optare per le Uova scultura, con tanto di guscio e impronta digitale, custodite in piccole scatole di legno numerate e imbottite d’ovatta.

Uovo scultura n. 21 1960Dall’ingestione alla Body Art, il passo è breve. Con le Sculture viventi (modelle panneggiate o discinte) Piero Manzoni autografa corpi come fossero opere d’arte, dopodiché li mette in posa sulle Basi magiche con la certezza di renderli eterni. Fino all’intuizione totalizzante: la Socle du monde (base del mondo), omaggio a Galileo Galilei. Il piedistallo in ferro e bronzo, stavolta, si capovolge insieme alla scritta Socle du monde – Socle magique no. 3 de Piero Manzoni – 1961 – Hommage a Galileo per sorreggere la Terra e i suoi abitanti. L’ambizione, dichiarata, è di ripensare la realtà. In un modo del tutto nuovo.

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