Stefano Cristi
Qualche equivoco da chiarire

Lezione di Street Art

Molti la confondono con il decoro urbano, o con i graffiti... e invece l'arte che usa le strade vuole essere soprattutto di rottura, esprimendo i conflitti metropolitani

Sempre più spesso giornali, notiziari, canali tematici, dedicano servizi incuriositi al fenomeno della Street Art, complice la vendita milionaria di un’opera, o un intervento particolarmente felice dell’artista inglese Banksy (nella foto qui accanto), universalmente noto. Tuttavia la maggior parte di questi articoli – spesso relegati ai mirabilia delle colonne laterali nei siti internet dei quotidiani – si limita al racconto di un impresa senza arrivare al cuore della questione: cos’è la street art? Innanzi tutto occorre sgomberare il campo da alcuni equivoci: i graffiti, quelle scritte affascinanti e generalmente incomprensibili e le firme sui muri (tag), seppure abbiano una radice comune, seppure utilizzino tecniche comuni, non si considerano street art. I madonnari non fanno street art. Chi decora dietro compenso le saracinesche dei negozi non fa street art. Gli interventi (nobilissimi) di riqualificazione urbana a carico di amministrazioni locali non si considerano street art, semmai arte urbana. Non esiste una definizione ufficiale di street art e neppure fra i suo interpreti esiste un’idea comune. Esistono tuttavia dei tratti distintivi che identificano e caratterizzano questo fenomeno.

La street art è un atto anarchico, più vicino quindi alla cultura punk che alla popart, anche se dalla popart prende le tecniche mutuate dalla pubblicità e dalla decorazione industriale. Le opere vengono realizzate con la vernice spray, l’acrilico, la tempera, penne, pennarelli e matite, i poster, gli stencil, gli adesivi, ma c’è chi usa l’uncinetto o la ceramica: la street art è un fenomeno complesso che non è definito dalla tecnica ma dal contesto. Gli interventi (vastissimi o minuscoli) hanno sempre una stretta relazione con l’ambiente dove vengono realizzati. Le opere di street art non sono né private né pubbliche ma si possono definire beni a titolarità diffusa: appartengono all’artista ma ancora di più al luogo dove vengono installate; sono di chi le fotografa o le modifica e addirittura di chi le ruba. La street art poi è sempre politica perché insiste sulla superficie della città.

Ciò che paradossalmente ha dato impulso a questo movimento è stata l’inaccessibilità del circuito dell’arte ufficiale, divenuta impermeabile e lontana, praticata da pochi eletti e compresa da pochissimi. Questa impossibilità espressiva, unita all’edificazione di muri tristemente noti, ha prodotto una generazione di artisti più o meno spontanei, diversi per formazione e per origine ma ugualmente desiderosi di comunicare attraverso le arti visive; artisti che hanno saputo riconoscere come proprie le superfici inutilizzate delle città: barriere, pareti cieche, muri di cinta, edifici abbandonati, sportelli, cisterne, ringhiere. È sbagliato però ridurre questo fenomeno a un intento decorativo: la street art non vuole abbellire l’ambiente, semmai comunicare attraverso di esso.

sten e lexA questa considerazione di tipo storico-estetico ne va aggiunta una di carattere tecnico: la disponibilità della fotografia e della ripresa digitali e l’arrivo di internet hanno cambiato radicalmente il senso di questa disciplina. Opere destinate a perdersi nel giro di pochi mesi o addirittura di pochi minuti, sopravvivono nella loro versione digitale e continuano a esistere molto oltre la loro cancellazione. Questo permette di comprendere la parabola di un artista, di familiarizzare con i suoi criteri creativi e soprattutto di riconoscerlo. La street art che si fa dai primi anni Duemila è più matura perché possiede una storia che sedimenta, consultabile e viva; gli artisti sono cresciuti e con loro è cresciuto il pubblico, più attento e specializzato.

E proprio al pubblico è legata una questione che è alla base dell’originalità della street art: siamo abituati a considerare il valore economico di un’opera come indice del suo valore estetico, ma questo paradigma è del tutto estraneo a questa disciplina. Con quali strumenti giudicare un’arte che non ha committenti,  non ha un luogo designato di esposizione e non ha un valore economico se non quello artigiano del tempo e dei materiali? L’importanza della street art risiede nel fatto che spinge chi la guarda ad esprimere un giudizio estetico non mediato, esattamente il contrario di quello che succede nei musei di arte contemporanea dove chi guarda sa di trovarsi davanti ad un’opera d’arte e ne cerca di comprendere il significato, anche se l’opera esposta non corrisponde ai propri criteri estetici. L’opera di street art deve piacere per poter vivere, deve essere carica di significato, deve attirare l’attenzione. E tuttavia l’opera di street art non è rassicurante perché sempre in bilico fra gesto creativo e atto vandalico e sta all’osservatore decidere se è arte o meno, decidere cosa è bello o brutto.

Lo street artist, sempre nascosto dietro uno pseudonimo, disposto a pagare di tasca propria per realizzare opere anche imponenti con il rischio di farsi multare, di farsele rubare o cancellare è dunque un pazzo o un martire, è una persona che rifiuta il denaro e il successo? Non necessariamente. Molti street artist accedono agli ambiti dell’arte ufficiale, realizzano opere su supporti convenzionali per gallerie specializzate e ottengono commissioni anche importanti, ma la loro statura artistica si deve essere formata grazie a opere puramente di strada.

Prendiamo il caso dell’artista italiano Blu, considerato uno dei più grandi street artist in attività, che è riuscito a  ottenere commesse prestigiosissime da istituti lungimiranti come la Tate Modern di Londra o il MOCA di Los Angeles e vende attraverso poche gallerie serigrafie di piccolo formato, mentre il grosso della sua produzione è costituito da interventi spontanei concepiti deliberatamente per gli spazi dove sono stati realizzati. Questo artista si è guadagnato ultimamente l’attenzione dei quotidiani nazionali perché il giornale inglese The Guardian lo annovera fra i 10 migliori al mondo, ma per accorgersi del suo valore sarebbe sarebbe stato sufficiente, senza neppure uscire dall’Italia, prestare attenzione alle sue opere (gigantesche) presenti da anni a Roma, Bologna, Modena, Milano,  Ancona, Firenze, Torino, Verona, Campobasso,…

omino71La street art, proprio per la rapidità della tecnica e per l’abitudine degli artisti di operare senza autorizzazioni, possiede una innata vocazione cosmopolita. Le scene quotidiane di Alicè o i santi supereroi di omino71 (nella foto), le satire feroci di Hogre e gli “stencil poster” di Sten & Lex si possono scovare a Roma come a Barcellona, a Colonia e a Parigi, a Madrid o a Bologna e anche a New York o a Tel Aviv, solo per citare una manciata di artisti che si sono formati a Roma nell’ultimo decennio. E grazie a queste continue contaminazioni sono molte le città del mondo che stanno assistendo allo sviluppo di scuole espressive proprie, con personalità forti e influenze chiare.

Non è questa la sede per stilare un elenco degli street artists più importanti: non tutti sono realmente originali o interessanti; qualcuno eccelle per tecnica, altri per creatività. La cosa di cui conviene prendere atto è che ci troviamo in presenza di un gruppo di artisti –di questo stiamo parlando- che per numero, diffusione, collaborazioni, innovazione ha dato vita a una delle più originali correnti di arte visuale di questo inizio secolo.

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