Alessandro Boschi
Visioni contromano

Il precario comico

È il film del momento: “Smetto quando voglio” funziona perché è semplice e scanzonato. E perché affronta un tema serissimo con le armi del paradosso (e dell’autoironia)

Sembra in poco tempo essere diventato il caso cinematografico dell’anno. In questo di certo aiutato dal fatto ch siamo ancora a febbraio. Certo è che a Sydney Sibilia, regista del fortunato Smetto quando voglio, il cinema piace davvero tanto e la sensazione che si sia divertito molto insieme ai suoi attori durante le riprese è davvero forte. È probabile che il segreto della pellicola sia qui, nella sua freschezza, nella realizzazione di un progetto che strizza l’occhio alla commedia americana moderna anzi, contemporanea, con l’aiuto di una fotografia appropriata e di una sceneggiatura che non tiene fino alla fine ma che comunque ha ritmo e diverte. Non sappiamo se al regista importi molto che gli attori non siano mai credibili, sempre sopra le righe (o sotto, come Valeria Solarino), perché ci sembra che l’intento vero sia quello costante di strizzare l’occhio al pubblico, di renderlo complice piuttosto che di raccontargli qualcosa di verosimile in maniera verosimile.

Verosimile che comunque è nella premessa del film, con questa squadra di scombiccherati ma geniali ricercatori universitari costretti alle più improbabili occupazioni per sbarcare il lunario. L’idea di realizzare una droga legale viene a Pietro Zinni, alias Edoardo Leo, che coinvolgerà poi i colleghi altrettanto sfortunati e deprivati di qualsiasi prospettiva professionale. Dobbiamo dire che il soggetto ci fa venire in mente una vecchia barzelletta racconta dalla nostra Preside oltre quaranta anni fa per convincerci a continuare gli studi anche dopo le scuole superiori. In pratica un ragioniere (ma va bene pure un geometra) dopo molti inutili tentativi trova una offerta di lavoro come domatore in un circo. Superate le prime comprensibili riserve decide di accettare. La sera dello spettacolo sembra andare tutto per il meglio fin quando ha la sensazione che i leoni gli si stiano avvicinando minacciosi. Preso dal panico, il ragioniere tenta di scappare quando, da uno dei felini, sente uscire una voce umana: “Stia tranquillo ragioniere, siamo ragionieri anche noi”.

Ecco, i problemi occupazionali sono sempre esistiti, è solo cambiato il modo di raccontarli, da I soliti ignoti ma non solo (come peraltro ammesso dal regista) fino ad oggi. Smetto quando voglio resta comunque una piccola luce che forse avrebbe potuto brillare ancora di più. Magari riducendo il numero dei personaggi, alcuni molto riusciti ed altri appena sviluppati. Così com’è il film sembra il pilota di una serie televisiva. Chissà, magari è un’idea.

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