Marco Fiorletta
Gli articoli di un grande scrittore

La guerra di London

Nel 1904, l'autore del "Richiamo della foresta" fu inviato dal "San Francisco Examiner” sul fronte russo-giapponese: «Caino non smette di uccidere, ma rimane alzato di notte a progettare il modo di uccidere»

A ventotto anni Jack London ha già pubblicato Il richiamo della foresta, è quindi un autore affermato e in virtù del suo successo William Randolph Hearst, magnate della stampa americano che ispirò Orson Wells per il suo Citizen Kane di Quarto Potere, lo ingaggia per il San Francisco Examiner come corrispondente di guerra. Parliamo della guerra russo-giapponese del 1904. Corrispondenze di guerra, Nova Delphi 192 p. 9€, a cura di Cristiano Spila, raccoglie ventuno articoli dal 3 febbraio 1904 fino al 1 luglio dello stesso anno. Abbandonate subito l’idea di trovare racconti di guerra cruenti, di tattica militare, se non in minima parte. Vi troverete di fronte un corrispondente di guerra che non ha nulla a che fare con quelli dei nostri giorni.

london corrispondenze«Oggi, uccidere degli uomini richiede un maggior lavoro, maggiore riflessione e inventiva, e più tempo. In questo consiste il trionfo della civiltà: Caino non smette di uccidere, ma rimane alzato di notte a progettare il modo di uccidere», sono le parole dello stesso London a fornirci la chiave di lettura di queste corrispondenze, a cui dovrete aggiungere le riflessioni sul ruolo del corrispondente di guerra, tenendo conto che ormai risalgono all’inizio del secolo scorso. L’autore indugia alquanto nel descrivere la sua vita perché vittima, come i suoi colleghi, dei divieti e del perenne rimandare le “autorizzazioni” da parte dei nipponici. In alcuni punti il racconto delle peripezie burocratiche strappa anche un sorriso e ci riporta alla mente parole di altri autori.

Lo scrittore si scontra subito con la mentalità orientale, giapponese in particolare, e mette rapidamente  in campo le sue idee al punto da pervadere le pagine del suo punto di vista. Un’ammirazione verso i giapponesi e il loro modo di intendere la guerra, la loro fede nel patriottismo, la rigidità, l’organizzazione, la quasi perfezione. Viene in mente l’allocuzione “geometrica potenza” messa in confronto all’inadeguatezza della tattica delle forze dell’Impero Russo. C’è anche la presa di coscienza di un mondo che cambia, di esigenze economiche non più circoscrivibili e che i giapponesi non combattono solo una guerra di conquista ma con ben altri fini. London dice: «Il dubbioso Vecchio Mondo scuote la testa, dicendo: I giapponesi sono asiatici. Finora hanno combattuto unicamente contro asiatici. Che valore potranno avere in un attacco contro la nostra razza, la razza bianca». La risposta la riceve London stesso da «un giapponese in abiti civili» al quartier generale delle forze nipponiche: «Pensavate che non avremmo sconfitto il bianco. Ora abbiamo sconfitto il bianco». Sembra il preludio di ciò che avverrà dopo qualche decennio.

A contrasto con l’ammirazione verso i giapponesi, London esprime un disprezzo, che rasenta il razzismo, verso i coreani descritti come una razza, termine che ricorre spesso, di pavidi, indolenti, destinati ad essere dominati, finanche sporchi. Un disprezzo che in una corrispondenza viene fuori con tutta la sua virulenza. Ma non risparmia neanche i nipponici quando afferma che: «Il giapponese non può capire un discorso in linea retta, il discorso dell’uomo bianco».

Facebooktwitterlinkedin