Alessandro Boschi
Il nostro inviato a Roma

Sparate sui socialisti

"L’ultima ruota del carro" di Giovanni Veronesi con Elio Germano ha aperto il Festival Internazionale del Film di Roma. Un film sul craxismo, con molte pretese storiche ma senza un vero perché

È iniziato il Festival Internazionale del Film di Roma. Siamo alla ottava edizione, la seconda sotto la direzione di Marco Müller: il Festival ex Festa dà la sensazione di cercare ancora un posizionamento proprio, una identità, che rispetto di due festival italiani più importanti, quello di Venezia e quello di Torino, non sembra avere ancora raggiunto.  Ne sapremo di più tra qualche giorno, anche perché non è sufficiente conoscere i film in concorso per capire se si è davvero creata quell’atmosfera che distingue e caratterizza.  Quello che di certo non abbiamo capito è il senso del film che ha aperto in pompa magna l manifestazione: L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi, cineasta preparato e genuino che questa volta sembra avere dato vita ad una operazione non del tutto riuscita, un po’ scombiccherata nella storia e soprattutto con un fuoco narrativo non identificabile.

Perché se è vero che L’ultima ruota del carro è la storia di un personaggio ingenuo onesto e lieve, bene interpretato da Elio Germano, è anche vero che la ricostruzione tramite un lungo flash back della sua esistenza rifugge la metafora dell’ingenuo e remissivo, affondando gli artigli nella storia con la S maiuscola, con tanto di immagini di repertorio che vanno dall’uccisione di Aldo Moro al tiro al bersaglio su Bettino Craxi, tiro al bersaglio all’uscita dell’albergo Raphael, quindi non metaforico, come ricorderanno tutti. Veronesi si scaglia contro l’universo PSI, e il film proprio su questo costruisce il corpo narrativo. Non un episodio o due, ripetiamo, ma il corpo narrativo centrale. Ora, è vero che quello perpetrato dai socialisti fu un vero abominio politico, pur con alcuni distinguo. Ma ci sembra francamente un po’ fuori tempo massimo raccontare delle vicende così lontane nel tempo e abbondantemente passate in giudicato. Sparare ai socialisti. C’è qualcuno, anche socialista, che non l’abbia fatto? Sembra lo spot del “ti piace vincere facile”.

Così come facili sono le risate che strappa Ricky Memphis quando enuncia i principi del nascente berlusconismo. Crediamo che, vivendo il momento che viviamo, sarebbero stati ben altri gli argomenti e i bersagli da mirare. A meno che non si voglia dire che anche gli attuali, intendendo danni, sono comunque causati da ex socialisti. Una dannazione eterna. Per quanto. Di certo sarebbe stato necessario ben altro approfondimento. Oppure questa storia è ispirata ad una storia vera, come sembra spiegare la didascalia alla fine del film (ma non lo crediamo). Il che però non riuscirebbe comunque a emancipare il film da numerose incongruenza. Come i continui spostamenti economici della famiglia di Elio Germano, che a un certo punto si ritrova con la moglie a fare la comparsa in una fiction. E non sembra essere una cosa fatta per divertirsi. Più di una volta insomma succede di domandarsi: ma perché? E la malattia non malattia di Ernesto/Germano? E il padre che ad un certo punto scompare? La figura più riuscita è quella del pittore interpretato da Alessandro Haber, un quasi-Schifano, simpatico, che diventa il migliore amico di Ernesto svelandogli il segreto dei segreti: i ricchi hanno bisogno dell’arte, perché i soldi passano.

A volte speri nella metafora, quella del timido che grazie alla propria ingenuità viene baciato dal bene supremo dell’arte e che in virtù di questa sua anima candida supera tutto, anche il peggio. Ma nemmeno questa lettura soddisfa, perché subito il film torna a cozzare con la ricerca di una dimensione storica. Anti socialista/anti berlusconiana. Se Giovanni Veronesi voleva farci capire che a lui non piaceva il PSI e non piace Berlusconi, be’, ha centrato il bersaglio. Proprio come fecero le monetine del Raphael. Ma in fondo è in buona compagnia: Veronesi sta a Craxi (e Berlusconi, forse), come Oliver Stone sta a W. Bush.

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