Alessandro Boschi
Il nostro inviato a Torino

Girotondo Molière

Breve carrellata sui (buoni) film presentati alla rassegna torinese. In attesa di parlare dei Fratelli Coen, brilla il film del francese Philippe Le Guay che gioca con il grande attore-autore seicentesco

In attesa di un bilancio globale, che al momento tende decisamente al positivo, vi elenchiamo le pellicole, sempre che ancora le si possano definire così, che siamo fin qui riusciti a vedere al Torino Film Festival. C.O.G. significa Child Of God, e rappresenta il prototipo del film festivaliero torinese, che se da una parte non puoi dire che sia un brutto film, dall’altra avverti che gli manca qualcosa. Ci si ferma sempre un po’ in superficie. Il regista Kyle Patrick Alvarez non fa eccezione. Raccontando la storia di un giovane che evade dalla famiglia per ritrovarsi in un meleto che ti fa pensare, ma solo un attimo, al fordiano Furore, Alvarez evita accuratamente di qualsiasi approfondimento limitandosi a fare il compitino. Piuttosto convenzionale anche la deriva fanatico/cattolica che sfocia in un ulteriore processo di emancipazione e di presa di coscienza del giovanotto viepiù in fase di maturazione. In concorso.

Karaoke girl, di Visra Vichit Vadaka. Altro esercizietto sterile che riesce ad annoiare nonostante duri appena 77 minuti, che per un film thailandese è un vero record. La storia è quella di una ragazza che crede nel sogno americano ma si trova a doverlo deve realizzare a Bangkok. Il che le complicherà piuttosto le cose. In concorso.

Molière in bicicletta. Diverte il film di Philippe Le Guay, magari è un po’ troppo francese ma questo immagino sia un difetto solo per noi italiani. Il misantropo del grande autore d’oltralpe prende vita attraverso le schermaglie di due amici attori che in un continuo scambio di ruoli finiranno, grazie all’intrusione della realtà, per capire chi di loro è veramente Alceste e chi Filinte. In Festa mobile.

Canìbal, di Manuel Martin Cuenca. Ritmi sincopati per la storia di un elegante sarto cannibale che intrecciando le proprie abitudini gastronomiche con feste religiose e, finalmente, l’amore, dovrà prendere atto dell’ineluttabilità dell’essere come si è, accettando di accettarsi non essendo possibile che altri lo facciano. In After hours.

Il treno va a Mosca, di Federico Ferrone e Michele Manzolini. Ancora un equivoco. Occorrerebbe distinguere tra una semplice ancorché divertente compilazione di materiale di repertorio bellissimo e interessante, con la realizzazione di un qualcosa che preveda almeno una idea di sceneggiatura. Che invece qui non c’è. Non solo abili scalettatori ed esperti di ricerche negli archivi, servono registi. In concorso.

Wrong cops, di Quentin Dupieux. Questa è l’ennesima tarantinata, come anche il nome (?) del regista suggerisce. Senza nemmeno tanti scrupoli di ricerca di originalità. Per film così sgangherati e sgrammaticati occorrono trovate davvero formidabili sennò si rischia la ripetitività e la facile deriva del grottesco. Ovviamente il pubblico ha a lungo applaudito. In After hours.

Vandal, di Hélier Cisterne. Ennesima declinazione di una adolescenza difficile. Questa volta la trovata è divertente, con i riti di passaggio che avvengono all’interno di un cantiere edile e di un gruppo di graffitari. Niente di nuovo ma sincero. In concorso.

Poi vi parleremo di Sweetwater dei fratelli Logan e Noah Miller, una delle cose migliori del festival. Per non dire ovviamente di un’altra coppia di fratelli, i Coen, Inside Llewyn Davis. Questi due vengono, oltre che da Cannes, anche da un altro pianeta.

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