Valentina Mezzacappa
Dopo la tragedia

Enigma Lampedusa

Davvero sappiamo tutto quello che succede intorno al fenomeno della migrazione? Davvero conosciamo le leggi e le convenzioni? Forse il primo passo per evitare questo tremendo conflitto tra gli ultimi è la consapevolezza. Proviamoci!

Lo sconcerto, il disgusto, la tristezza sono state reazioni immediate e condivise, probabilmente, di fronte alla tragedia di Lampedusa. Tutti abbiamo letto, abbiamo cercato di informarci, abbiamo visto e rivisto le foto pubblicate, ma non ci basta. Non mi basta: perché da troppo tempo ormai ho l’impressione che affidarsi ai mezzi di comunicazione del nostro paese non serva a nulla. Pensate a quello che ci propinano giornalmente telegiornali e giornali, su carta stampata e in versione digitale. Il modo in cui viene organizzato l’ordine di rilascio delle notizie, per non parlare di come in momenti strategici si pone l’accento su determinati argomenti per nasconderne altri. Pensiamo per esempio a quest’estate quando per una settimana intera al telegiornale si è parlato principalmente di malasanità. O a tutti quei periodi in cui non si fa altro che porre l’accento sulla figura dell’immigrante criminale.

Fate mente locale e poi ditemi se questi picchi non coincidono con altri avvenimenti che si preferirebbe porre temporaneamente in secondo piano. Questo gioco è stato condotto con una mancanza esponenziale di disciplina e ora le sue regole sono facilmente determinabili. Detta in parole povere: non mi fido più di quello che sento e vedo e per questo motivo non mi sento ancora pronta a pronunciarmi in merito a Lampedusa.

Ci ho riflettuto un po’ sopra e poi mi sono decisa, ho preso il mio telefonino e ho contattato una persona esperta di cooperazione internazionale perché mi spiegasse cosa c’è dietro alle purtroppo numerose tragedie come quella di questi giorni per cercare di capire meglio la situazione. I cosiddetti esperti di cooperazione internazionale sono persone che prestano servizio presso associazioni, onlus, enti governativi e non con l’obiettivo di aiutare quei paesi in via di sviluppo o in difficoltà per ragioni economiche, ambientali e belliche.

La mia domanda è semplicissima: ma cosa è successo a Lampedusa? Non possiamo di certo ignorare tutti quei bodybags al porto e nemmeno i numeri sconcertanti, il fatto che il mare si sia ancora una volta trasformato in un maledetto cimitero o che abbiano perso la vita dei bambini innocenti. Ma è anche doveroso informarsi, nutrire l’esigenza, esercitare il diritto di sapere quali siano i meccanismi che determinano l’arrivo nel nostro paese di questa povere gente e di come il nostro paese affronti l’emergenza.

La mia “fonte” mi spiega che bisogna iniziare dicendo che l’iter di arrivo di queste persone è determinato dall’Accordo di Schengen. Una persona che fa il suo arrivo in uno stato firmatario dell’accordo può richiedere il riconoscimento di rifugiato politico. Fatta la richiesta, viene nominata una commissione incaricata di verificare se la persona richiedente ha tutti i requisiti perché la sua richiesta venga accolta. Fare la richiesta pone l’individuo in una condizione di standby durante la quale viene mandato in un centro d’accoglienza. A Lampedusa per esempio esiste un primo centro, da questo gli ospiti vengono poi smistati verso gli altri presenti sul territorio. All’aspirante rifugiato politico vengono dati abiti, cibo e assicurate cure mediche presso l’ambulatorio del centro. Nel caso avesse la necessità di essere sottoposto a visite specialistiche, il medico dell’ambulatorio farà la richiesta perché venga mandato in ospedale.

Nel momento in cui la commissione delibera in favore del richiedente, egli viene riconosciuto a tutti gli effetti come cittadino del paese in cui ha fatto la richiesta ma non gli viene conferito il diritto al voto. Si riceve anche un documento d’identità che però non è uguale alla nostra carta d’identità. È riconosciuto come rifugiato politico chi si è lasciato alle spalle un paese devastato dalla guerra e dal terrorismo, chi fa parte di una determinata categoria politica o sociale, chi è stato perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità e chi tornando a casa verrebbe sicuramente perseguitato o ucciso.

Che cosa succede però a chi arriva in Italia ma non ha i requisiti per essere un rifugiato politico? Queste persone vengono mandate nei centri di accoglienza ma non vengono trattate come i politici. In questi centri vengono ospitate persone di diverse nazionalità che possono non andare d’accordo. Si creano dei gruppi e dei conflitti tra questi gruppi. Se un gruppo ottiene lo status di politico il conflitto si può inasprire. A determinare le ostilità anche i beni che un gruppo può avere rispetto ad un altro. I centri sono spesso teatro di tristi ma inevitabili guerre fra poveri.

Ma l’Italia sta facendo il suo dovere? Questa è una domanda che mi sono fatta spesso e volentieri. Più precisamente: l’Italia rispetta i diritti dell’uomo? Non c’è stato neanche il bisogno di porle queste domande all’esperto. L’argomento si è sollevato da solo. Si è spesso sentito dire dai politici che l’Italia è stata abbandonata dall’Europa. Secondo l’esperto non si tratterebbe di una lamentela ma di una triste verità. L’Italia non solo ha bisogno dell’aiuto dell’Europa ma lo merita in quanto stato membro. I migranti muoiono ogni giorno come mosche e l’Europa non può stare semplicemente a guardare. L’Italia ha delle leggi che permetterebbero di accogliere e trattare in maniera equa chi arriva ma la crisi economica non lo permette. L’Italia non è un paese arretrato in materia di diritti umani ma la mancanza di risorse economiche ne ostacola fortemente la messa in atto. Non è vero (secondo l’esperto) che l’Italia non vuole queste persone, il paese comprende benissimo la tragedia umana di chi sbarca sulle sue coste in preda alla disperazione, ma la crisi economica, la manipolazione politica hanno generato una guerra tra poveri. Il nostro paese è molto più avanti in materia rispetto ad altri. Si provi solo a pensare a quanto è successo in Francia con i Rom e in Spagna con i marocchini…

Sono molti in questi giorni quelli che vorrebbero che a Lampedusa venisse conferito il Premio Nobel: se lo meriterebbe davvero. È ormai da troppo tempo che porta da sola il peso di queste tragedie e emergenze. Uno scoglio in mezzo alla disinformazione: questo mi sembra Lampedusa. La mia chiacchierata con l’esperto mi ha dato molto da pensare: bisogna sapere, bisogna capire prima di alzare la voce. Dobbiamo esigere più informazioni, dobbiamo fare la nostra parte e possiamo farlo anche senza andare a Lampedusa e indossare una pettorina da volontario. Notizie e consapevolezza: solo così potremo compiere un primo vero e speranzoso passo contro quei burattinai che hanno tutto l’interesse perché i poveri sbranino i poveri.

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