Pier Mario Fasanotti
Carteggi 2/ “Un gomitolo di concause”

Il dottore e l’ingegnere

Pubblicate da Adelpphi, a cura di Giorgio Pinotti, le lettere scritte a Pietro Citati da Carlo Emilio Gadda tra il 1957 e il 1969. Quasi delle confessioni al giovane amico che rivelano il temperamento dell'autore del “Pasticciaccio”. Il quale, anche nelle missive, non si spoglia mai del suo linguaggio

Prendiamo a caso una lettera, ma del primo periodo (1957-1969): «Caro (dottor) Citati, dopo aver avuto la Sua cortesissima del 7 agosto…». Ecco, anche in questa parentesi, che poi scomparirà, c’è la complessa personalità di Carlo Emilio Gadda. Scriveva spesso al suo giovanissimo amico, col quale condivideva immensa cultura, educazione, rispetto e fastidio per le meschine furbate del mondo delle Belle Lettere. La parentesi è testimonianza di una esitazione garbata, del timore, endemico e ossessivo, di infrangere le regole del galateo, con i rimorsi del caso. Paura che si somma ad altre paure, o fobie, tantissime, alcune molto ridicole. Gadda era così. E lo si ritrova, in modo molto originale, nel libro pubblicato dalla Adelphi e intitolato Un gomitolo di concause (239 pagine, 14 euro). La cura della raccolta delle lettere che Gadda spedì a Citati è di Giorgio Pinotti, di grande esattezza.

copertina Gadda:CitatiTorniamo alla lettera che porta la data “sabato 18 agosto 1962, ore 14, da casa”. Lo scrittore ci mette pure l’indirizzo, ossia “Roma, via Blumenstihl”. Lo farà sempre, con pignoleria ragionieristica. Ecco, in quella missiva racconta del suo viaggio di ritorno da Cortina, effettuato nella prima parte sotto una pioggia battente («e lieto della medesima», aggiunge). Nel tratto ferroviario Padova-Roma aveva paura di essere «aggredito da rapinatori ferroviari… essendo rimasto solo, e carico di soldarelli nascosti fra le troppe camicie e magliette non utilizzate, nello scompartimento. Potei dormicchiare, saltuariamente: quandoque bonus dormitat Gaddus: in toto tre ore. La casa mi attendeva, ripulitissima dallo zelo della Giuseppina». Il narratore lombardo, trasferitosi nella capitale accettandone di buon grado la «bonarietà fasulla» della parlata, era molto grato a quella Giuseppina che di cognome faceva Liberati ed era abile e affettuosa governante. Di lei Gadda scrisse: «È una donna che ha molto sofferto nella vita e che quindi è in grado di comprendere tante cose che altri non capirebbero… è con me dal 16 maggio 1961. La casa, e anche la mia modesta persona, dipendono interamente dalle sue mani. E sono mani d’oro».

Il termine “modesto”, assieme ad altri della medesima tonalità emozionale, ricorre spesso nelle lettere. In una, nella quale rifiuta garbatamente l’ospitalità di Citati, si definisce, «briccone». Egotismo mascherato, eppure così evidente. Pignoleria che sfiora la noia, attenzione costante al dettaglio. Ma – e Citati sarà d’accordo con noi – tutto si deve perdonare a Gadda, che ci ha regalato arditi capolavori letterari. E viene, a questo proposito, una considerazione: accusare Gadda di piccole e grandi ossessioni è come trascurare colpevolmente il fatto che personalità profonde siano complesse, tortuose. La patologia, quale sia il suo grado, appartiene alla vita. Chi non lo riconosce, plaude a uomini culturalmente ed emozionalmente modesti. Certo, Gadda aveva paura della burocrazia, del Fisco, intravvedeva congiure contro di lui, persino inseguimenti e pedinamenti, credeva, o faceva finta di crederlo per celia, d’essere spiato nei suoi movimenti addirittura da scrittori, giornalisti e critici. E così Citati diventa il suo confessore, una sorta di guida illustre malgrado la differenza di età. Però gli dà anche consigli. A lui e a se stesso. Un esempio: «Meglio, per Lei soprattutto, e per me in conseguenza, evitare il frinire delle assordanti cicale; almeno qualche mese».

Nelle missive Gadda non si spoglia mai del suo linguaggio. E per fortuna di noi lettori -“gaddiani militanti” come Citati – che abbiamo agio ad aggiungere spunti di racconto e brillantezze lessicali all’eredità cartacea avuta dall’ingegnere che, nella Cognizione del dolore, trasformò la piccola e spesso meschina Brianza in uno spazio dagli orizzonti sudamericani. In questo doloroso romanzo, ma anche nelle lettere private, Gadda fu spietato Pubblico Ministero di se stesso, evocatore di proprie colpe, compresa quella del metaforico matricidio. È sempre Citati, in questo libro, a rammentarci che Gadda «portò all’estremo le accuse, esasperò le sue colpe, si offese, si torturò. Due volte, a distanza d’anni, colto da uno spaventoso accesso d’ira, aveva compiuto un parricidio simbolico, distaccando dal muro il ritratto del padre e gettandolo a terra, schiacciandolo sotto i piedi come se schiacciasse l’uva in un tino: “i talloni disegnarono come due baffi al ritratto, due spaventose ecchimosi”».

Lo scrittore conviveva con l’ira, e la esprimeva con un superbo e prudente lessico. Lo fece con Moravia, al quale I Promessi Sposi pareva cosa modesta, antipatica. Un’eresia per Gadda che da ragazzo, «fra i 9 e i 16 anni», lesse il Manzoni una decina di volte. Nella lettera del 23 luglio ’60, ne parla con Citati, lo informa di aver spedito al direttore de Il Giorno un suo articolo, intitolato “Moravia e i Promessi Sposi”. Nel quale, con perfido garbo, fa a pezzi Moravia, e pare dargli dell’imbecille, carico com’era di «giudizi montati a freddo», tutti originati dal «disceverativo e rigido sistematismo antilomardo, antiborghese, antivattelapesca…». Gadda sembra ridere del fatto che «i preti-frati-monache-Cardinale» abbiano turbato i sonni dello scrittore romano, «si direbbe». Gadda, sempre per quell’articolo, confessa la sua angoscia: sarà troppo lungo o troppo breve?, «l’ho riscritto tre volte, per abbreviarlo».

Ineludibile, per chi ha tra le mani il libro dell’Adelphi, la lettura del saggio di Citati sui due capolavori gaddiani, La cognizione del dolore e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. In poche pagine ci racconta il meccanismo narrativo di quello che considera il più grande narratore del secolo, «una malinconica bestia» come lui stesso si definì. Capace, nel romanzo con il poliziotto molisano Ingravallo «ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi», di scendere nella bolgia delle miserie umane, per indagare nell’animo umano, e poco dopo elevarsi fino a raggiungere un sublime e variegatissimo sguardo d’insieme. Citati acutamente osserva che il Pasticciaccio è anche una guida turistica della Roma degli anni Trenta. Passeggiate nelle vie, nei quartieri, nei mercati come quello di piazza Vittorio («una fiera magnara») e anche nella storia antica, che offre «sicurezza, spessore, quiete; soltanto in lei egli può intravedere una specie di legge, che manca al presente». Senza alcun timore d’essere perentorio, Citati scrive che «così il Pasticciaccio diventa il più grandioso epos che, dopo l’Eneide, sia stato consacrato alla storia di Roma».