Luca Fortis
Il 14 giugno si vota a Teheran

Chi vincerà in Iran

"Nessuna perestrojka è possibile nel Paese degli ayatollah. Se il regime cadrà, sarà solo attraverso sanzioni sempre più pesanti. Ma quando avranno la bomba, diventeranno ancora più aggressivi": parla Ahmad Hashemi, ex interprete di Ahmadinejad, oggi leader in esilio dei riformisti

Il 14 giugno si terranno le prossime elezioni presidenziali iraniane. L’attuale presidente, Mahmoud Ahmadinejad, non potrà candidarsi perché al terzo mandato. Seguire le elezioni iraniane è sempre complicato e spesso i media internazionali non hanno ben chiaro un elemento: non si tratta di elezioni democratiche. Tanto per iniziare il consiglio dei guardiani sceglie chi può candidarsi e chi no. Pochissimi sono i politici che sopravvivono a questa tagliola. Se poi, come accaduto in passato, gli iraniani disertassero le urne, nessun problema, con un tratto di penna si taroccano i dati dell’affluenza. Quando poi accade, come nelle ultime elezioni presidenziali del 2009, che vince un candidato, che pur essendo stato autorizzato dal regime a partecipare, non è quello più gradito, beh ci vuol poco a truccare anche il risultato. Dulcis in fundo, chiunque vinca le elezioni deve per forza far controfirmare qualunque legge dal consiglio supremo. Senza il suo via libera la norma è semplicemente lettera morta. Certo, l’Iran non è una semplice dittatura, e non ha un dittatore, ma una casta di potere, complessa e variegata che assomiglia più al partito comunista di sovietica memoria che Pnf dell’Italia fascista. Per capire meglio che succede, un giovane blogger iraniano, Ehsan Soltani, mi suggerisce di intervistare Ahmad Hashemi, ex interprete del ministero degli esteri iraniano, attualmente blogger in Turchia dove ha chiesto asilo politico.

Ha lavorato al ministero degli affari esteri come interprete di inglese, turco e arabo. Come era il suo lavoro?

Lavorare come interprete al ministero degli esteri iraniano è complicato e richiede capacità più complesse di quelle semplicemente linguistiche. Un interprete può spesso trasformarsi in un agnello sacrificale. Se per qualunque ragione, un esponente del governo iraniano vuole rimangiarsi una qualche affermazione fatta durante una trattativa non si farà alcuno scrupolo a dire che si è trattato di un errore di traduzione dell’interprete.  Il presidente Ahmadinejad ha usato questa scusa parecchie volte. Un’altra questione su cui bisogna stare molto attenti è l’uso di alcune parole. Per esempio ci sono parole che non si possono assolutamente utilizzare. Il termine primavera araba deve essere sostituito con il risveglio islamico e Israele viene chiamata l’entità sionista, territori occupati o il cancro. Ancora, la città di Gerusalemme deve essere chiamata Al Quds. Io una volta fui ripreso per aver usato il termine primavera araba. Molto spesso poi i politici non hanno alcuna idea della persona che devono incontrare e quindi è l’interprete che deve brevemente fare una presentazione della personalità straniera.

Cosa pensa del programma nucleare iraniano e più in generale della politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran?

Il programma nucleare iraniano ha come unico scopo la creazione della bomba atomica. Questo è il motivo per cui il paese non è mai stato onesto e trasparente su questa questione. Si tratta di una nazione che ha moltissime risorse energetiche e che non ha bisogno dell’energia nucleare per motivi pacifici. L’energia proveniente da fonti come l’idrogeno, il solare o il vento, che in Iran ha un enorme potenziale, non è mai stata nemmeno considerata. Questo dimostra molto bene quali siano le reali intenzioni del governo. Una volta, in privato, l’ex comandante delle guardie rivoluzionarie, Mohsen Rezai, ha detto che la bomba atomica islamica è un dovere. In un’altra occasione Ali Bagheri, il vice segretario Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha sottolineato come il l’ayatollah Khamenei desiderasse diversificare gli impianti nucleare segreti. Tutte queste affermazioni mi hanno rafforzato nella mia convinzione che il governo punti semplicemente all’atomica.  Riguardo alla politica estera del paese penso che abbia un certo successo in quanto, fino a oggi, Tehran è riuscita a spezzare l’alleanza internazionale che si oppone alle sue ambizioni nucleari. I diplomatici iraniani sono specializzati nello sfruttare l’arena internazionale ingannando e fuorviando le opinioni pubbliche.

Ha qualche storia personale su Ahmadinejad che possa rivelare la sua reale personalità?

Il presidente pretende sempre di avere un’ampia conoscenza di tutto. Pensa, tra l’altro, di parlare bene molte lingue. Per esempio nel marzo 2012 durante la conferenza per il capodanno persiano, il Nowruz, mentre parlava con il vice primo ministro turco, Bulent Arinc, mi criticò dicendo che non avevo tradotto la seconda parte del suo discorso. Gli risposi che, parlando lui bene turco, non ce ne era bisogno. Il presidente si infuriò a tal punto che Mr. Soroushpour, capo del dipartimento per il protocollo dell’ufficio presidenziale, contattò il capo del dipartimento per la traduzione ordinandogli di non farmi più fare l’interprete di Ahmadinejad. Il presidente crede fortemente e sinceramente nella rivelazione divina. Si sente un salvatore mandato da dio e crede di avere una relazione speciale con Allah e con l’Imam Mahdi (il dodicesimo imam sciita che si nasconde in attesa della fine dei tempi, ndr). Come George Bush, Ahmadinejad ha la sensazione di essere venuto a questo mondo con la missione di combattere le forze del male, rappresentando quelle del bene. Inoltre, è convinto di dover annientare Israele e di dover contrapporsi all’arroganza occidentale e americana. È irremovibile nel desiderio di portare a termine la sua missione divina.

Lei è stato attivo nelle proteste pro democrazia del cosiddetto “movimento verde”. Quali erano le radici della protesta?

L’Iran è un paese in transizione. La nuova generazione è assetata di tutto ciò che proviene dall’occidente, tra cui la libertà e la democrazia. Il movimento verde nacque dalla profonda rabbia della popolazione che sentiva le sue aspirazioni ignorate da un governo autoritario. La miccia di tutto sono state le elezioni presidenziali in cui fu nuovamente eletto Ahmadinejad nel 2009 palesemente truccate. La gente reagì a tre decadi di brutalità commesse dal regime teocratico. Hossein Mussavi e Mehdi Karroubi ebbero la capacità di intercettare questa rabbia. La quantità di gente che scese in piazza è paragonabile solamente alla rivoluzione del 1979. Il regime è riuscito a riportare la calma nel paese solamente con un brutale uso della forza. Io fui presente a molte delle manifestazioni e per questo motivo più volte convocato dal dipartimento di sicurezza del ministero degli esteri.

Cosa è accaduto ai leader del movimento?

Sono agli arresti domiciliari da almeno 830 giorni e sembra lo rimarranno per un periodo indefinito senza essere sottoposti ad alcun processo. Il governo gli impedisce, tra l’altro, l’accesso alla tv, a internet e ai giornali. Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi sono privati di un processo e perfino dei legali.

Nel 2012 ha provato a correre per le elezioni parlamentari, ma il Consiglio dei Guardiani non ha accettato la sua candidatura. Perché?

Perché secondo il consiglio non rispetto i codici di condotta religiosi e morali. Inoltre, non sono fedele alla repubblica islamica e al suo leader, l’ayatollah Khamenei. Hanno sostenuto che non ci sono prove della mia aderenza al regime e quindi mi hanno impedito di partecipare alle elezioni utilizzando le norme previste nell’articolo 28 paragrafo 1 della legge elettorale.

Pensa che le opposizioni iraniane abbiano qualche possibilità di cambiare il regime?

Si tratta di una possibilità remota perché non ci sono più opposizioni organizzate nel paese. Il regime le ha distrutte una ad una. Inoltre, non riescono ad offrire un’ideologia così forte da competere con l’ideologia oggi al potere. All’estero ci sono due gruppi organizzati: i mojahedin-e Khalq (sinistra) e i monarchici che però invece di unire l’opposizione, non fanno altro che dividerla. Per questo è improbabile che ci sia un cambio di regime nei prossimi anni, almeno che non accada qualcosa di imprevisto come un attacco israeliano alle centrali atomiche o delle sanzioni economiche ancora più pervasive che impediscano del tutto l’export di petrolio.

Pensa che sia possibile un “perestrojka” in Iran, o l’unica via per cambiare le cose è abbattere il regime?

Dal 2005 il governo è diventato sempre più autoritario e l’ayatollah Khamenei ha ucciso sul nascere ogni tentativo di riforma interna rimuovendo uno ad uno tutti i leader riformisti. Probabilmente il cambiamento arriverà dall’estero. Non con un intervento militare, che creerebbe un disastro in stile iracheno, ma piuttosto con delle sanzioni che affondino l’industria petrolifera. Se l’economia crollasse, il regime non riuscirebbe più a controllare i disordini e le proteste.

Pensa che repubblica islamica dell’Iran abbia rispettato i valori fondamentali della cultura persiana o che li abbia traditi?

Che li abbia traditi. L’Iran ha una cultura multiculturale e tollerante antichissima. Basti pensare alla letteratura, alla poesia, all’architettura e alla pittura che lo hanno reso famoso. La Persia ha una storia che può tranquillamente essere paragonata a quella italiana. Oggi invece viviamo sotto la tirannia più brutale. Inoltre, il governo favorisce il terrorismo internazionale. Il regime non rappresenta minimamente la maggioranza della popolazione che vuol vivere in pace con il mondo, anche con Israele e gli Stati Uniti. L’Iran è un paese aperto agli altri, la cui popolazione pratica una forma d’Islam estremamente tollerante e lontana dall’ideologia Khomeinista.

In Persia la vera vita della gente è ben lontana dallo stile di vita proposto dalle leggi degli Ayatollah. In un certo senso si può dire che lo stile di vita quotidiano della popolazione è la vera forma di ribellione?

Assolutamente sì. La maggior parte degli iraniani, in particolar modo i giovani, se ne fregano dei dettami del regime. Il governo pretende di regolare tutto, entrando nelle sfere più private e intime. Ma la gente fa tutto l’opposto. Esiste il codice penale islamico, il codice di vestiario islamico, lo stile di vita, perfino lo stile di acconciatura. I ragazzi si ribellano a modo l’oro, si tatuano, esibiscono chiome “non islamiche”, ascoltano la musica proibita, bevono alcolici, ballano.

Cosa crede che accadrà nelle prossime elezioni presidenziali?
Non è facile capire se la gente andrà a votare o diserterà le urne in massa. Una cosa è certa, come le precedenti, anche queste elezioni saranno truccate. Gli iraniani sono da 30 anni abituati a scegliere tra il male e il male minore. Nel 2009 andò a votare l’80 per cento della popolazione, ma ora che i leader riformisti sono agli arresti e politici moderati come Ali Akbar Hashemi Rasfanjani non sono stati ammessi alle elezioni, gli elettori riformisti potrebbero decidere di non andare a votare. In assenza di politici riformisti vincerà per forza uno dei due candidati conservatori più accreditati: l’attuale sindacato di Teheran, Mohammad Baquer Qalibaf o il negoziatore del governo nelle trattative sul nucleare, Saeed Jalili. Quest’ultimo dovrebbe avere più chance di vincere perché sostenuto dalla guida suprema, l’ayatollah Khamenei.

Nel paese esiste ancora un’antichissima comunità ebraica. Lei scrive anche sui media israeliani. Cosa pensano gli Iraniani degli ebrei e di Israele?

Non si può dire che tutti gli iraniani amino gli ebrei e Israele. Questo per colpa della trentennale propaganda degli ayatollah che fin dalla scuola fanno il lavaggio del cervello ai ragazzi. Ci sono molti cliché e stereotipi sugli ebrei. Nonostante tutto, la stragrande maggioranza della popolazione non ha problemi con loro e nemmeno con Israele. I persiani hanno convissuto con gli ebrei per millenni e li considerano come persone molto intelligenti e dalla cultura estremamente interessante e complessa.

Parlando di tolleranza e di diversità culturale, la religione Baha’i è ancora illegale in Iran. Ci sono ancora molti seguaci di questo culto nel paese?

Con approssimativamente 300mila seguaci i Baha’ sono la più grande minoranza non islamica del Iran, ma non sono riconosciuti e il loro culto è illegale. I credenti sono perseguitati e gli vengono negati diritti fondamentali, come la scuola o l’università. Per queste ragioni nascondono la loro religione e si fingono islamici.