Alessandra Uguccioni
Visita guidata: la storia di un quadro

La signora in giallo

La Gioconda di Leonardo è l'opera paradigmatica della bellezza e della perfezione artistica. Eppure la sua storia è piena di misteri. Al punto che nemmeno si sa con certezza chi sia stata la "modella". Lo storico Roberto Zapperi, per esempio...

Quale mistero si cela dietro l’enigmatico sorriso dell’eterea donna che a mani conserte accoglie tutti i giorni interminabili file di turisti nella più frequentata sala del Museo del Louvre? Il quesito potrebbe apparire banale, dal momento che il dipinto della Gioconda di Leonardo è  forse il più noto quadro al mondo. I musicisti le  hanno dedicato più di una canzone e gli artisti, anche i più dissacratori, sono sempre stati attratti da lei, da Marcel Duchamp che l’ha riprodotta baffuta, a Andy Wahrol che l’ha resa seriale fino a Basquiat che l’ha deturpata… Insomma, la storia di questo dipinto è un romanzo: sistemato al Louvre dal 1798, nel 1911 fu rubato da un ex dipendente del museo di origini italiane, Vincenzo Peruggia, che voleva ridare il quadro all’Italia, convinto che fosse stato portato in Francia durante le spoliazioni napoleoniche. Nel 1913 dopo varie vicissitudini il ladro fu rintracciato e arrestato, ma la condanna fu lieve: la difesa infatti fu incentrata sul sentimento patriottico e dopo sette mesi Peruggia uscì di prigione.

Ma torniamo al dipinto: sulla scia del biografo aretino Giorgio  Vasari la critica ha prevalentemente aderito alla identificazione della donna con Lisa Gherardini, moglie del mercante di tessuti Francesco del Giocondo, ritratto che Leonardo dovette realizzare a partire dal 1503. Di qui il titolo Gioconda o Monna Lisa con cui è universalmente nota. Lo storico Roberto Zapperi, che non è nuovo alla reinterpretazione di dipinti importanti, indagati ogni volta attraverso una puntuale lettura dei documenti,  ha dato però una nuova rivoluzionaria interpretazione del soggetto del quadro.

Nel suo nuovo libro Monna Lisa Addio (Le Lettere, 2012), ci offre infatti un’appassionante ricostruzione della storia del dipinto partendo dalla testimonianza di Antonio De Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, che durante un viaggio nel Nord Europa annotava quotidianamente nel suo diario luoghi visitati e persone incontrate. Fu così che i due, mentre dalle Fiandre scendevano attraverso la Francia, nell’ottobre del 1517, fecero visita al sessantenne Leonardo, che da pochi mesi era al servizio di Francesco I. Dei tre dipinti che il pittore presentò al cardinale d’Aragona, uno raffigurava una donna, a cui era molto legato, pur non essendo sposato con lei, il duca Giuliano de ‘ Medici, fratello del pontefice Leone X, al cui servizio era stato Leonardo fino a poco tempo prima.

Da qui parte Zapperi per rivedere tutta la storia della Gioconda legata a suo avviso all’ importante relazione amorosa  avuta da Giuliano con Pacifica Brandani, forse una delle tante ancelle della duchessa Elisabetta Gonzaga, quando si trovava in esilio presso la corte urbinate. Questa ricostruzione tende, pertanto, a posticipare la realizzazione del dipinto al 1515-16. Ma andiamo per ordine: Giuliano si trattenne fino al mese di marzo del 1511 a Urbino dove Pacifica, donna probabilmente sposata, o comunque vedova, avrebbe dopo poco dato alla luce un figlio illegittimo, evidentemente quel bambino che fu esposto il 19 aprile 1511 nella chiesa di S. Chiara de’ Cortili a Urbino, avvolto in un panno bianco, con una moneta messa come segno di riconoscimento, di cui si ha notizia da un libro urbinate di esposti. Di lì a qualche mese Giuliano avrebbe fatto ritorno ad Urbino proprio per riconoscere il bambino cui diede il nome di Ippolito. Morta improvvisamente Pacifica, Giuliano, che tenne sempre con sé il figlio, anche dopo il matrimonio con Filiberta di Savoia, dovette chiederne il ritratto a  Leonardo. Quel ritratto visto da De Beatis e dal cardinale d’Aragona in Francia, secondo Zapperi, altri non sarebbe, infatti, se non il ritratto della Gioconda: non più Monna Lisa, dunque, ma Pacifica Brandani. Un ritratto immaginario, perciò, eseguito post mortem da Leonardo, senza modello, né maschera funeraria, per offrire a Ippolito quell’idea di madre che non aveva potuto conoscere, ma di cui il bambino, come attestano i documenti, pare chiedesse spesso. E in effetti, mettendo a confronto il quadro con il resto della produzione pittorica di Leonardo, appare evidente l’enigmatica idealizzazione dell’effigie che avvicina la Gioconda ai volti immaginari della Vergine e di S. Anna del Louvre, piuttosto che a quelli di Ginevra Benci, di Cecilia Gallerani, o al cartone per il ritratto di Isabella d’Este. Anche le dimensioni si differenziano da quelle dei ritratti reali. La Gioconda è più grande, fuori formato, un particolare che la critica non aveva mai saputo spiegare. Forse doveva fare da pendant al ritratto di Giuliano, del Metropolitan Museum di New York, eseguito dall’allievo di Raffaello, Giovan Francesco Penni, perché Ippolito potesse vedere affiancate le immagini dei genitori?

Il dipinto tuttavia non giunse mai a destinazione perché Giuliano, malato da tempo di tubercolosi, morì il 16 marzo 1516 senza ritirare il quadro che quindi rimase nello studio di Leonardo. Il pittore lo portò con sé in Francia dove Francesco I l’aveva chiamato al suo servizio e dove da allora è sempre rimasto, entrando nelle collezioni reali, probabilmente in seguito alla vendita fatta al re dal discepolo di Leonardo Salaì, autore di una copia della Gioconda che si trova a Madrid, nel Museo del Prado.

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