Gabriella Mecucci
La sinistra dei franchi tiratori

La scarica dei 101

Non è questione di dalmata né di Walt Disney: quel numero è ricorrente - e sfortunato - nella storia della sinistra. Per esempio, a parti rovesciate, nel 1956, quando si trattò di condannare l'invasione dell'Ungheria, furono sempre 101 i "dissidenti"...

Da giorni e giorni balla davanti agli occhi un numero demoniaco: 101. Sono questi i grandi elettori di sinistra che hanno affossato Prodi. Li hanno chiamati in tutti i modi possibile. Si è andati da un aggettivo tutto sommato blando come franchi traditori al veemente e surriscaldato traditori.

Presi dal vortice della polemica, nessuno ha ricordato che i 101 erano già apparsi nella storia della sinistra italiana. Frugando nel passato si scopre che almeno un’altra volta ebbero un ruolo da protagonisti. Eravamo nel terribile, indimenticabile 1956. I carri armati sovietici erano entrati in Ungheria e il Pci giustificò completamente l’invasione, il fatto cioè che Mosca che si scagliasse contro un paese sovrano, un governo legittimo e un popolo in rivolta. Pietro Ingrao, allora direttore de l’Unità, inneggiò all’ingresso a Budapest dell’Armata Rossa. Quei soldati che sparavano sulla folla riportavano – secondo l’editoriale del quotidiano comunista – l’ordine socialista e schiacciavano le velleità contro rivoluzionarie dei provocatori. Il Pci dunque non solo accettò ma approvò. E’ questa una macchia indelebile  – e non è la sola – che rende indigeribile la storia di quel partito e che oscura pesantemente la stessa biografia di tanti dirigenti. Non tutti però ubbidirono a Mosca, ci furono 101 fra intellettuali e dirigenti politici che firmarono un documento che criticava l’Urss. Erano personaggi di grande rilievo che abbandonarono il partito e o che ne vennero cacciati. C’era fra loro un dirigente importante come Antonio Giolitti e intellettuali quali Lucio Colletti, Alberto Asor Rosa, Alberto Caracciolo, Luciano Cafagna. Carlo Ripa di Meana. Il primo firmatario era un critico letterario come Muscetta. Quel corposo gruppo fu il primo a manifestare pubblicamente il proprio dissenso in un partito dove vigeva il centralismo democratico: decideva il vertice e gli altri dovevano seguire le scelte senza contestarle.

Le somiglianze con l’oggi sono però solo nel numero: 101. Per il resto tante sono le differenze.  I firmatari  del documento – questa la più significativa – si manifestarono pubblicamente. Non agirono di nascosto come i franchi tiratori di Prodi. Di loro si sapeva tutto: dove si riunivano, le riviste su cui scrivevano. Si presero le loro responsabilità e pagarono quel gesto. Alcuni di loro vennero accolti nel Psi, altri iniziarono una navigazione che li portò a posizioni estremistiche. Trasparenza la loro e non oscurità, al contrario dei 101 di oggi. Il Pci nel 1956 era pieno di stalinisti, ora il Pd è pieno di persone sleali: con Prodi ma anche con Marini. Di gente che non ha il coraggio delle proprie azioni. Che lancia il sasso e nasconde la mano.

Allora vivevamo dentro una tragedia, nell’anno di grazia 2013 per fortuna no. Eppure questa sinistra è inguardabile.

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