Nicola Fano
Il suicidio cultura araba

Il rogo di Timbuctu

Gli integralisti islamici in fuga da Timbuctu hanno dato alle fiamme il patrimonio di settecentomila manoscritti medioevali sulla quale si fondava la memoria e l’’identità degli arabi stessi. Ma solo l’Occidente ha protestato

La cultura, la storia e la memoria non piacciono all’islamismo radicale. Abbiamo visto tutti le immagini inaudite (ossia di un’inaudita violenza e un’inaudita idiozia) delle esplosioni con le quali i talebani distrussero i Buddha di Bamiyan, in Afghanistan. Ora ci tocca rivivere quello sconcerto di fronte al rogo della Biblioteca di Timbuctu. Ancora una volta, gli islamici ritengono che distruggere i simboli equivalga a distruggere una memoria condivisa: come quei bambini che di fronte a qualcosa che li impaurisce si limitano a chiudere gli occhi: sparita l’immagine, sparita la paura…

Ovviamente non è così. Ma l’ignoranza e la violenta arroganza degli arabi radicali stavolta colpisce se stessa. Perché la Biblioteca di Timbuctu, consta in una collezione di circa 700.000 manoscritti arabo-islamici medievali africani, ossia il fondamento stesso (culturale e religioso) della comunità araba mondiale. Infatti Timbuctu, con il suo ruolo di snodo dei traffici tra arabi e popolazioni berbere, ha finito per accumulare segnali e testimonianze di un universo totalmente autonomo e alternativo a quello occidentale. E allora questa volta i terroristi che abbandonando la città hanno dato alle fiamme i manoscritti trecenteschi hanno tagliato testa e gambe a se stessi. Se questi individui abbiano la capacità di capire il proprio gesto è lecito dubitarne, ma certo stupisce che nel mondo arabo nel suo complesso (fatto indubitabilmente anche di persone moderate) non una voce si levi contro questa costante barbarie della conoscenza e dell’identità che loro, tutti gli arabi, dovrebbero invece condividere e tutelare.

Proprio il rogo di Timbuctu invece appare come un gesto insensato che decreta il fallimento della “rivoluzione” araba così come il terrorismo qaedista la intende. Mentre il silenzio delle autorità e delle masse che stanno continuando ad animare con il sangue e con la repressione le cosiddette “primavere arabe” sta a dirci quando poco il rispetto del pensiero (anche il proprio) sia al centro di quelle forze e di quelle culture. Ecco perché continuiamo ad aspettare le vibranti proteste di Ahmadinejad, Hamas, Morsi e i Fratelli musulmani del mondo.